Niente “miracoli italiani”, per favore: dopo il dramma pensiamo a migliorare

30 marzo 2020

La mucca in corridoio, come direbbe Pier Luigi Bersani, è arrivata un bel po’ prima della crisi del Covid-19. Anzi, a dire il vero pascolava lì da decenni almeno. No, la mucca non è il populismo, non è la destra o il buonismo: siamo noi, è la solita Italia che conosciamo, ma di cui ogni volta ci stupiamo. E adesso che c’è la crisi del coronavirus, ci aspettiamo un miracolo. Anzi, un nuovo miracolo italiano.

Parto dalla comunicazione politica. Al premier Giuseppe Conte, a capo di un governo M5s-centrosinistra, ma che era già al governo con la precedente alleanza M5s-Lega, è stato rimproverato di aver comunicato importanti decisioni del governo da Facebook e non dalla tv pubblica, come ci si sarebbe potuto attendere da uno statista.

Peccato che negli ultimi anni sia stato così, quasi sempre. Comunicazioni con i media di molti portavoce di governo, anche locale, praticamente solo via Whatsapp. Interventi dei leader, anche istituzionali, via Facebook – qualche volta, via Twitter – oltre che, ovviamente, in tv o alla radio, possibilmente in trasmissioni di largo seguito non dedicate strettamente all’informazione.

Ma prima, quando non c’erano i social era davvero diverso? Silvio Berlusconi registrava videocassette a casa sua e poi le faceva distribuire alle redazioni, per fare un altro esempio. O si portava appresso i suoi uomini quando andava a registrare trasmissioni, per controllare che fosse tutto ok.

Nei giorni passati ho sentito dire a colleghi giornalisti: basta con queste conferenze stampa che non sono tali, è indecente, non viene lasciata la possibilità di fare domande. Sono assolutamente d’accordo, ma non dimentico che ne hanno fatte tutti i governi degli ultimi anni (e anche di molti anni prima), robe così. E non ce ne siamo mai andati in massa. Anche perché non se ne sarebbe accorto nessuno, da casa.

Troppi decreti, non va bene, il Parlamento deve essere chiamato a discutere, sento ancora dire. Peccato che sia una tradizione ormai inveterata di centrodestra, centrosinistra, governi tecnici, gialloverdi, giallorossi, etc (potete cercare gli studi di Openpolis su questo tema). Al limite, sarebbe più comprensibile ora che c’è una vera emergenza. E peccato che le Camere siano, da tempo, spesso desolatamente vuote perché i parlamentari hanno altro da fare. O forse perché nel corso del tempo la centralità del governo, i meccanismi elettorali, etc hanno fatto perdere peso al Parlamento, che serve sempre più spesso a ratificare decisioni prese altrove e che lavora mediamente poco, come indicano diversi studi. Salvo il tradizionale “assalto alla diligenza” quando si deve decidere la Finanziaria o il Milleproroghe.

Una delle cose più interessanti di questi giorni, è anche il richiamo a far lavorare il Parlamento da parte di membri noti soprattutto per il loro assenteismo. Stessa storia per i politici e i leader. Continuiamo, più o meno, a stringerci attorno a Mattarella, a Draghi (che viene indicato come possibile capo del governo da quando ancora non aveva lasciato la Bce…) e a Papa Francesco. Ci sono quelli che si prendono gioco di Zingaretti che brindava a Milano, di Salvini che chiedeva di aprire tutto al nord, di Meloni che si rivolgeva ai turisti (e nessuno ovviamente dice di essersi sbagliato, tranne il sindaco di Milano Sala).

Le tifoserie restano tali, nell’Italia del Covid-19. Anche perché, più di prima, si sta attaccati ai social, che sono gli strumenti perfetti per questo gioco.S’invitano ai talk show noti polemisti insieme a esperti medici. E anche gli esperti che litigavano prima tra loro sui social continuano imperterriti.

Ci divertiamo in questi giorni con la barzelletta dei moduli di autocertificazione, che cambiano senza sosta e senza che si capisca bene perché (spoiler: perché viviamo in un sistema in cui l’importante sembra non prendersi mai alcuna responsabilità, quella che gli anglosassoni chiamano accountability).
La verità è che Kafka, se fosse stato italiano, almeno avrebbe scritto un romanzo divertente sulla burocrazia, non opere cupe come “Il Processo” o “Il Castello”.

Davvero qualcuno si stupisce della vaghezza delle disposizioni, come per esempio quella sull’attività motoria e sulla distanza da casa entro cui può essere espletata? in Francia la disposizione parla esplicitamente di 1 km. Da noi, si lascia all’interpretazione benevola o severa dell’agente in cui ci si imbatte. Anche qui: abbiamo dimenticato le nostre ironie sui regolamenti attuativi, sulle norme che non spiegano, etc etc? ci siamo scordati le polemiche o pantomime sulle autocertificazioni, la storia della legge sulla trasparenza amministrativa (la famosa 241) e quanto è stata ostacolata, le distorsioni nell’uso della legge sulla privacy? Secondo il World Economic Forum, in uno studio di pochi anni fa, l’Italia si collocava al 142esimo posto su 144 per qualità della regolamentazione. Un altro studio, quello compiuto dalla Associazione Artigiani Piccole Imprese Mestre sulla base di dati della Commissione Ue, indicava l’Italia al penultimo posto nell’Unione per qualità e imparzialità dei servizi pubblici.

Diciamo che alle storie da “comma 22” siamo piuttosto abituati.

Ci stupiamo improvvisamente dello stato della sanità italiana – alternando allo stupore l’esaltazione indefessa del “modello” made in Italy – però i numeri stanno lì da anni a dimostrare che i tagli, o meglio i mancati aumenti di budget, hanno ampliato almeno un problema che esisteva già da anni, soprattutto in certe regioni, soprattutto nel Sud Italia, cioè quello del divario sociale quando si parla di salute.

Casomai potremmo stupirci del fatto che il coronavirus stia facendo tante vittime in Lombardia, Regione invece esaltata per il livello delle prestazioni. Ma è troppo presto per sapere perché questo accade, perché ci sono tanti morti (e qualcosa di più sulle loro condizioni sociali, oltre all’età e alle patologie).

E sapevamo comunque da tempo della mancanza di infermieri e di medici in Italia. A gennaio scorso Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche quantificava il bisogno in 50.000 infermieri. E l’anno scorso L’ANAAO, l’associazione dei medici, stimava che in Italia ci fossero 10mila posti da medico specialista scoperti, soprattutto in certe Regioni e per alcune specializzazioni. Anche se a quanto pare c’è soprattutto un problema di “imbuto”, cioè un tempo lungo di passaggio tra laurea ed effettivo inizio dell’attività specialistica.

Ci stupiamo che non funzioni bene la didattica online. Ma, a parte che ci troviamo di fronte a una situazione di emergenza mai sperimentata prima, la questione non riguarda tanto lo stato del processo di “dematerializzazione” della scuola (che invece, stando a un rapporto del 2019 della Corte dei Conti, procede abbastanza bene), quanto il problema della modalità di accesso e di formazione dei docenti a usare strumenti a distanza.
Nel 2019 in Italia, secondo Istat, la quasi totalità delle famiglie con almeno un minorenne (95,1%) dispone di un collegamento a banda larga e il 67,9% della popolazione di 6 anni e più ha utilizzato Internet. Ma un’indagine del Censis del 2018 dice che solo il 48,1% circa delle famiglie possiede un computer a casa, percentuale che scende al 26,4% per un tablet. E ovviamente la situazione cambia secondo le regioni, il censo e l’età. Insomma, se tutti hanno il cellulare, e la stragrande maggioranza delle persone di solito va online con quello, per fare lezione (e per lavorare) a distanza serve invece un pc o un laptop o un tablet. E più persone devono collegarsi, più strumenti servono.

Ci stupiamo dei tempi di attesa per la consegna della spesa online al supermercato, molta gente parla di “settimane”. Ma in Italia, nel 2019, la spesa online incideva dello 0,-0,8% sul totale, rispetto al 7-8% del Regno Unito, secondo Daniele Fornari, un esperto di marketing e grande distribuzione, che insegna alla Cattolica di Piacenza. La logistica non s’inventa da un giorno all’altro.

Poi ovviamente, è tutto come prima anche per il “cuore grande di noi italiani”. Di cui un nobile esempio sono le oltre 7.000 candidature di medici quando le autorità hanno chiesto 300 volontari per andare a prestare servizio nelle aree dove la crisi è più grave. O le raccolte di donazioni per aprire reparti di terapia intensiva, comprare ventilatori. O la trasformazione di maschere da snorkeling in strumenti salvavita grazie al “genio” italico. O il fatto che il Comune di Torino in questi giorni abbia dovuto rimandare indietro i volontari per la crisi del Covid-19 perché erano troppi.

Ma quanto storie del genere abbiamo letto, abbiamo ascoltato, abbiamo anche raccontato, negli anni?

Del resto, l’Italia è da anni il Paese del volontariato. I dati diffusi nel 2015 da Istat parlavano di almeno 5,5 milioni di persone impegnate, soprattutto in organizzazioni.

Ma la partecipazione alla vita associativa non è collegata per forza (e purtroppo) a un aumento della fiducia generalizzata, né a una crescita della fiducia nelle istituzioni.
Forse non è un caso che noi siamo il Paese del cosiddetto familismo amorale, secondo la definizione di Edward Banfield. Cioè l’idea che le persone agirebbero in genere secondo la regola di “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.
Ma aldilà della giustezza o meno della tesi di Banfield, negli anni passati sondaggi europei indicavano l’Italia come il Paese dove la “fiducia negli altri” e dei connazionali in particolare, è la più bassa. Mentre invece la fiducia nelle istituzioni in Italia è alta solo per quanto riguarda esercito e forze di polizia, molto meno per i giudici o il Parlamento.

Spiegherei anche così la “caccia al runner” e la vocazione (spinta anche da certi amministratori, come a Roma) alla delazione di presunti “assembramenti”: gli “altri” sono irresponsabili. Ed è ovviamente più facile così trovare capri espiatori piuttosto che ragionare su fenomeni più vasti e complessi (come si è propagato il virus e di cosa bisogna avere paura, considerato che il distanziamento sociale è in atto).

Ed è anche più facile accettare il presunto scambio tra diritti (e privacy) e “salute” (intesa unicamente come possibilità di non contrarre il virus).

La verità è che i cambiamenti importanti, se ci sono, arrivano dopo le crisi. Non prima. Dalle crisi si impara, se si è attrezzati. Anche in Italia alcune cose sono cambiate, con certe crisi. Col disastro di Seveso si è arrivati a nuove leggi sugli impianti industriali e le bonifiche.

Ci vollero il terremoto dell’Irpinia e la morte di Alfredino Rampi a Vermicino per arrivare alla nascita del ministero della Protezione Civile. E ci volle lo scandalo del metanolo per arrivare a una “rivoluzione” del vino italiano, premiando la qualità.

Ora è il momento di aspettare che questa crisi passi, anche se ci vorrà tempo e ci saranno ritorni di fiamma (non lo dico io, ma esperti epidemiologi). Poi però dovremmo attrezzarci.

TAG: coronavirus
CAT: Beni comuni

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