La sentenza su Riina parla di tutti noi anche se ci fa ribrezzo

6 Giugno 2017

La sentenza della Cassazione su Totò Riina non parla di pietas, di perdono, di  pentimento. E’ bene leggerla prima di esprimersi.

Parla invece dei diritti fondamentali dell’uomo e lo fa scegliendo parole importanti che vanno ben al di là del ‘capo dei capi’ e  riguardano tutti, anche se oggi ci ripugna ammetterlo.  E’ una sentenza che parla anche di chi va a morire all’estero  per avere una fine dignitosa perché, come scritto dai pm milanesi del caso Cappato – Dj Fabo, esiste un “diritto alla dignità garantito sia dalla Costituzione che dalla Convenzione europea”. Parla anche dei nostri vecchi genitori quando  negli ospedali o negli ospizi vengono brutalizzati perché non possono difendere la loro estrema dignità di esseri viventi. E ne parla con in mano la nostra costituzione e la legge, quindi se si vuole criticare questa sentenza bisogna farla usando il suo stesso linguaggio.

Bisogna allora spiegare con le categorie del diritto perché per Riina non valga la “giurisprudenza costante di questa Corte affinché la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto degli articoli 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”) e 3 della Cedu (“Nessuno può essere sottoposto a totura né a pene né a trattamenti inumani o degradanti”)”. “Lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario – scrivono i magistrati citando diverse pronunce –   idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare della persona non deve limitarsi alla patologia implicante un pericolo di vita per la persona, dovendosi piuttosto avere riguardo a ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria”.

Bisogna allora avere davanti le cartelle cliniche di Riina, che sappiamo avere 87 anni, essere immobile dalla vita in giù, col respiratore, due tumori, il Parkinson, un filo di voce, e dimostrare che le sue attuali condizioni non siano al di sotto di quella soglia di dignità.

Bisogna anche spiegare se la sua “pericolosità possa considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute”. Ma chiarirlo bene, con cura. Perché non basta dire che nel 2013 nel cortile di Opera minacciava di uccidere nell’ora d’aria, peraltro durante quel regime di 41 bis che dovrebbe garantire l’assoluto isolamento oggi  invocato da chi non vuole scarcerarlo. Sono passati 4 anni: il magistrato Felicia Marinelli, che ha in carico la questione, è in grado di dimostrare che in questo momento Totò Riina è ancora un uomo pericoloso? A questo domande risponderà in diritto, per fortuna, un Tribunale.

TAG: Cassazione, CEDU, scarcerazione, totò riina
CAT: Bologna

Un commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. raffaele-pisani 3 anni fa

    PIETA’ PER RIINA, MA NON CALPESTATE LA MEMORIA DI TUTTI GLI INNOCENTI TRUCIDATI
    ==================================================

    E’ giusto avere pietà per Riina malato, ma è ancora più giusto avere pietà per tutti coloro che hanno avuto la vita distrutta dalle decisioni stragiste del boss e per tutte le famiglie che ancora piangono i loro cari proprio per colpa del “capo dei capi”. Io credo ad ogni modo che, al di là di ogni “pietas cristiana”, non si può non tenere conto del passato di Riina e del fatto che non ha mai mostrato segni di pentimento e che dal carcere ha continuato semmai a lanciare messaggi di morte. Comunque le strutture carcerarie sono dotate di centri clinici dove i detenuti possono essere curati adeguatamente. Pertanto, si rifletta bene cercando di imboccare la strada giusta per non far “ammazzare” nuovamente tutti quegli uomini trucidati da una cattiveria disumana solo perché onesti servitori dello Stato che operavano da veri uomini d’onore in difesa della giustizia e del vivere civile. Per Riina si chiede una degna morte, ma quale degna morte hanno avuto – per citarne solo alcuni – Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, il generale Dalla Chiesa, il giudice Livatino, Falcone, Borsellino e decine e decine di vittime innocenti uccise dalla malvagità di Riina e dei suoi compari? Gli italiani, si sa, hanno la memoria corta ma, attenzione a non calpestare il ricordo di tutti questi martiri in nome di un malinteso senso dello Stato.  
    Raffaele Pisani

    Rispondi 0 0
CARICAMENTO...