Milano

Abitare Milano. Non solo arrivare, ma restare

9 Aprile 2026

Le città che funzionano non sono quelle in cui abbondano opportunità, ma quelle in cui queste non si disperdono lungo la vita quotidiana di chi le abita.
Milano continua a distinguersi, più nei numeri che nelle narrazioni che la raccontano.
Secondo ISTAT, nel report BesT Lombardia 2023 il tasso di occupazione della città metropolitana di Milano raggiunge il 75,4%, risultando il più alto della regione e significativamente sopra la media nazionale; allo stesso tempo, nel 2023 il tasso migratorio dei giovani laureati tra i 25 e i 39 anni è pari a +33,4 per mille a fronte di un saldo nazionale negativo.
Anche sul piano internazionale, il ranking 2024 del Globalization and World Cities Research Network colloca Milano nella fascia Alpha, segno di una forte integrazione nei circuiti economici globali.

Ridurre Milano a una narrazione univoca, la città delle opportunità o la città impossibile, significa non capirla, perché ciò che la rende così attrattiva è lo stesso meccanismo che, nel tempo, tende a renderla più esigente.
Non si tratta tanto di stabilire se funzioni, quanto di comprendere come funzioni rispetto ad altre città comparabili e a quali condizioni si riesca davvero a starci dentro.

Se il confronto resta interno all’Italia, il capoluogo lombardo emerge nettamente per dinamismo economico e offerta complessiva. Tuttavia, quando lo sguardo si sposta sulle grandi città europee, il quadro si articola. Secondo Eurostat e la survey “Quality of Life in European Cities” (Commissione europea, 2023), città come Londra e Parigi operano su una scala economica e demografica superiore, mentre Madrid mostra, a parità di ruolo nel Sud Europa, un equilibrio più stabile tra costo della vita e vivibilità. Nella stessa indagine, città come Vienna e Copenaghen superano il 90% di soddisfazione complessiva, con livelli elevati anche su sicurezza, fiducia e qualità degli spazi pubblici.
Milano si colloca su valori intermedi, forte nella capacità economica, meno nell’equilibrio complessivo.

I dati sul costo della vita la collocano come il mercato immobiliare più caro d’Italia, con canoni cresciuti più rapidamente dei redditi, mentre secondo OCSE la dinamica salariale italiana resta più debole rispetto ad altri Paesi europei.

Eppure, il benessere urbano non si esaurisce nella dimensione economica.
Le stesse indagini europee mostrano quanto incidano fiducia, relazioni e senso di appartenenza.
Da questo punto di vista, non si tratta di una realtà priva di infrastrutture sociali, anzi, nell’area milanese si concentrano circa 10.000 organizzazioni tra associazioni, realtà sportive e soggetti del terzo settore.

Non è però sufficiente la sola presenza di questi spazi, ma il modo in cui vengono vissuti.
Parte delle difficoltà urbane contemporanee sta non tanto nell’assenza di comunità, quanto nella perdita della loro continuità e della possibilità di sperimentarne davvero il senso.
Le grandi città tendono a offrire molte occasioni di relazione, ma meno possibilità stabili di appartenenza e, quando il senso di comunità si indebolisce, diventa più difficile anche stare dentro la comunità stessa.

È una dinamica che la letteratura sul capitale sociale (l’insieme di reti, norme condivise e fiducia che facilitano la cooperazione e il coordinamento per il mutuo beneficio all’interno di una società), da Robert Putnam in poi, descrive con chiarezza.
Non scompaiono i luoghi, ma si riduce la partecipazione costante e, in un contesto caratterizzato da mobilità elevata, tempi frammentati e pressione economica, questa discontinuità diventa strutturale.

Non si tratta di sostenere che si stia peggio, anche perché i dati non lo indicano, ma di riconoscere che il costo per costruire una vita equilibrata è aumentato.
Diventa allora necessario interrogarsi non più soltanto su quanto venga offerto, ma sulle condizioni concrete che rendono quelle opportunità effettivamente accessibili. Questo passaggio riguarda soprattutto chi non dispone di risorse sufficienti per compensare le rigidità del sistema urbano, rendendo più fragile, se non impraticabile, la possibilità di restare nel tempo.

Il focus 2024 dell’ISTAT, riferito ai dati 2023, restituisce bene questa tensione, mostrando come la soddisfazione urbana resti elevata, oltre l’80%, ma senza collocarsi tra i valori più alti e con uno scarto evidente tra soddisfazione per la vita complessiva e per la città stessa.
È uno scarto sottile ma significativo, perché indica che la città funziona, ma non sempre in modo pienamente equilibrato nella quotidianità.

Questo consente di uscire dalla contrapposizione tra città “vivibili” e “invivibili”.
Milano funziona, ma funziona a condizioni che stanno diventando progressivamente più esigenti, e questo sposta il tema dal “quanto si sta bene” al “a che prezzo si sta bene”.

Dentro questa tensione, le leve di intervento non stanno in un unico ambito, ma nel modo in cui questi ambiti si tengono insieme.
L’accessibilità abitativa incide sulla stabilità della popolazione, ma anche sulla qualità delle relazioni che una città riesce a sostenere nel tempo. Il social housing, ad esempio, non risponde soltanto a una questione di costo, ma può diventare uno strumento per affrontare forme nuove di fragilità urbana, come la solitudine, in particolare tra le fasce più anziane, attraverso soluzioni che integrano spazi condivisi e servizi.
Allo stesso modo, la crescita degli studentati, se ben integrata nel tessuto urbano e non isolata, può contribuire a rendere più sostenibile la presenza di una popolazione temporanea ma ormai strutturale, riducendo la pressione sul mercato privato e riequilibrando l’offerta complessiva.

L’accesso alla casa non regge senza un sistema di mobilità efficiente, non solo quello interno alla città, su cui si registrano livelli di soddisfazione elevati, ma soprattutto quello che collega in modo continuo e affidabile il territorio metropolitano, da cui dipende ormai una parte significativa della vita quotidiana.
Frequenze, intermodalità, integrazione tariffaria e qualità del servizio dei trasporti diventano così elementi che incidono direttamente sulla possibilità concreta di abitare Milano.

Lo stesso vale per asili nido, doposcuola, impianti sportivi di base e strutture comunali, tra cui piscine, mercati di zona e centri di quartiere, anche zone verdi, la cui presenza conta meno della loro effettiva accessibilità e distribuzione.
L’accesso ai servizi di prossimità, dalla sanità territoriale agli sportelli diffusi, dovrebbe evitare di trasformare ogni esigenza ordinaria in un percorso lungo e dispersivo; quando invece si traduce in procedure complesse e passaggi poco intuitivi, finisce per rendere difficilmente praticabile anche un servizio formalmente disponibile.

A questo si aggiunge una distribuzione territoriale non sempre equilibrata, con differenze tra quartieri che riguardano la presenza, la qualità e la manutenzione degli spazi, contribuendo a produrre disuguaglianze nella possibilità concreta di vivere la città.

Un ulteriore aspetto riguarda le barriere architettoniche, quindi marciapiedi stretti o discontinui, assenza di rampe, attraversamenti poco accessibili, mezzi e strutture non sempre adeguati rendono più complesso, e in alcuni casi limitano, l’accesso alla città per una parte della popolazione.
Non riguarda solamente le persone con disabilità, ma più in generale tutte quelle condizioni in cui la mobilità è temporaneamente o strutturalmente ridotta, come nel caso di anziani, famiglie con passeggini o persone con difficoltà motorie.

La sicurezza rientra nello stesso quadro e rappresenta una delle condizioni che rendono possibile o meno l’uso degli spazi e la vita di quartiere. Si tratta certamente di livelli generali di criminalità, ma anche, senza ridurne la rilevanza, della percezione concreta di poter attraversare, sostare e vivere determinati luoghi in diversi momenti della giornata, che dipende da politiche nazionali ma anche da interventi locali, a partire da illuminazione, manutenzione e presidio dei luoghi, e da una presenza visibile e continuativa della polizia locale, capace di garantire controllo nei quartieri.
Accanto a questo, incidono anche politiche di medio periodo che riguardano la prevenzione, quindi la presenza di presidi educativi, attività sportive accessibili, progetti sociali nei quartieri più fragili e interventi mirati nelle aree a maggiore concentrazione di marginalità, perché la sicurezza non si costruisce solo nel momento in cui si interviene, ma anche nel modo in cui si evita che alcune zone si isolino progressivamente dal resto della città.

È in queste condizioni concrete, più che nelle grandi dinamiche, che si gioca la tenuta complessiva dell’esperienza urbana.

Milano non è una città che fallisce, né una città che esclude per principio.
È una città che funziona molto bene su alcune dimensioni e meno su altre. Proprio per questo, il rischio non è il declino ma lo squilibrio.
Continuare a crescere senza interrogarsi sulle condizioni di quella crescita significa accettare che la selezione diventi progressivamente più rigida, non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale.

In fondo, la questione è meno ideologica di quanto sembri, perché non si tratta di rallentare Milano, ma di capire se la velocità e la modalità in cui cresce siano compatibili con la possibilità, per chi la abita, non solo di arrivare, ma di restare.

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