Milano

Milano non ha bisogno di essere “ascoltata”. Ha bisogno di una politica che decida

Milano non ha bisogno dell’ennesima campagna di “ascolto” ma di una visione. I dati sulla città esistono già: ciò che manca è una politica capace di indicare priorità, assumere decisioni e selezionare una classe dirigente competente, oltre la logica del casting elettorale.

1 Luglio 2026

Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni amministrative del 2027 a Milano si assiste, come da consolidata consuetudine, a un crescente numero di autocandidature per, almeno nel campo del centrosinistra, partecipare alla selezione del candidato sindaco attraverso lo strumento delle primarie. Fin qui nulla di sorprendente. Più interessante è osservare come il dibattito pubblico continui a essere prevalentemente declinato sul terreno della sostituzione del personale politico piuttosto che su quello, assai più impegnativo, della definizione di una visione di città (al di là di parole d’ordine dal sapore vagamente populista come “discontinuità”).

A questa sostanziale assenza di confronto programmatico si accompagna un copione ormai ricorrente. Da un lato prende forma il consueto casting di personalità più o meno note, provenienti dal mondo dell’impresa, della cultura, del terzo settore o delle professioni, chiamate a incarnare l’idea del “civico” capace di rigenerare la politica senza averne necessariamente condiviso percorsi e responsabilità. Dall’altro, si assiste all’attivismo di esponenti politici che, all’interno dei rispettivi schieramenti, cercano di ritagliarsi uno spazio di visibilità e di legittimazione personale, nella prospettiva di conquistare un ruolo di primo piano nella futura competizione elettorale. In entrambi i casi, il dibattito tende a concentrarsi sui profili individuali molto più che sulle politiche pubbliche, alimentando una personalizzazione della competizione che finisce per relegare in secondo piano il confronto sulle strategie di governo della città.

Nel vuoto di programmi e di indirizzi strategici proliferano così iniziative che invitano i cittadini a “raccontare Milano”, a segnalare criticità, avanzare proposte, indicare priorità. Assemblee, questionari, tavoli di ascolto, piattaforme partecipative sembrano costituire il necessario rito preliminare di ogni candidatura.

È una retorica ormai consolidata, quella dell'”ascolto”, che assume particolare intensità in prossimità delle campagne elettorali. Una retorica che tuttavia rischia di apparire sempre meno credibile, soprattutto quando è praticata da forze politiche che governano la città da quasi quindici anni.

Milano, infatti, non è un piccolo comune privo di strumenti conoscitivi. Al contrario, dispone probabilmente di uno dei sistemi informativi urbani più articolati del Paese. L’amministrazione comunale integra stabilmente dati provenienti dall’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, dal Sistema Informativo Territoriale, dagli archivi tributari, dalle banche dati catastali, dai servizi sociali, dal sistema scolastico, dall’edilizia residenziale pubblica, dai servizi di welfare, dai cruscotti di monitoraggio delle performance amministrative e dalle piattaforme di Business Intelligence. A questi si affiancano i dati prodotti da ISTAT, Agenzia delle Entrate, INPS, Regione Lombardia, oltre ai rapporti elaborati dagli uffici statistici comunali e dagli osservatori permanenti sulla città.

Attraverso questi strumenti l’amministrazione conosce con elevato dettaglio la distribuzione dei redditi, la composizione demografica e sociale, le condizioni abitative, la domanda di servizi, le fragilità economiche, i fenomeni migratori, l’accessibilità ai servizi pubblici, le dinamiche immobiliari, i livelli di utilizzo del welfare e persino gli indicatori di efficienza delle proprie strutture amministrative.

Non manca, dunque, la conoscenza.

Se esistono quartieri nei quali il disagio sociale è cresciuto, se il mercato della casa espelle quote crescenti di popolazione, se aumenta la difficoltà di accesso ai servizi, se cambiano le forme della povertà urbana o si modificano gli equilibri demografici, tutto ciò è già largamente documentato dalle informazioni che il Comune raccoglie quotidianamente nello svolgimento delle proprie funzioni istituzionali.

Per questa ragione la rituale rappresentazione dell'”ascolto della città” rischia di trasformarsi in una messinscena politica più che in un reale processo di costruzione delle decisioni pubbliche. Non perché la partecipazione dei cittadini sia inutile — al contrario, rappresenta un elemento essenziale della qualità democratica — ma perché essa non può essere utilizzata come surrogato della responsabilità politica.

La partecipazione serve a confrontare interessi, verificare gli effetti delle politiche, integrare punti di vista differenti. Non serve a sostituire il compito fondamentale di chi si candida a governare una grande città: assumere decisioni, definire priorità, esplicitare conflitti, indicare una direzione.

È su questo terreno che il confronto pubblico dovrebbe spostarsi.

I cittadini dovrebbero pretendere dai candidati non l’ennesimo invito a compilare questionari o partecipare a laboratori di idee, ma una chiara esposizione degli orientamenti strategici che intendono perseguire. Quale politica della casa? Quale modello di sviluppo urbano? Quale equilibrio tra rendita immobiliare e interesse pubblico? Quale assetto della mobilità? Quali priorità per il welfare? Quale ruolo per i quartieri? Quale idea di sicurezza urbana? Quale rapporto tra trasformazioni urbanistiche e redistribuzione dei benefici collettivi?

Sono queste le domande che definiscono una competizione politica matura.

Il problema, tuttavia, investe anche e soprattutto i partiti.

Sempre più spesso, anche nelle loro forme organizzative apparentemente più strutturate, essi sembrano aver progressivamente rinunciato alla funzione di elaborazione culturale e programmatica per trasformarsi in comitati elettorali permanenti, concentrati prevalentemente sulla selezione del candidato, sulla comunicazione e sulla costruzione del consenso nel breve periodo.

Si è progressivamente indebolita quella funzione fondamentale che, nella tradizione delle democrazie europee, spettava ai partiti: formare una classe dirigente competente, costruire una cultura amministrativa, elaborare politiche pubbliche, selezionare il personale politico sulla base delle capacità e non soltanto della visibilità o della forza delle appartenenze.

Una grande città come Milano richiede amministratori capaci di comprendere la complessità dei sistemi urbani contemporanei, di interpretare dati e scenari, di governare processi economici, sociali e territoriali sempre più articolati. La qualità delle decisioni pubbliche dipende sempre meno dalla capacità di presidiare la comunicazione e sempre più dalla competenza tecnica, dalla solidità culturale e dalla consapevolezza istituzionale di chi è chiamato ad assumere responsabilità di governo.

Forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire il dibattito politico milanese. Non dall’ennesima campagna di ascolto, ma dalla ricostruzione di una politica capace di studiare la città prima ancora di raccontarla, di conoscere prima di promettere e, soprattutto, di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Perché Milano non ha bisogno che qualcuno le chieda, ogni cinque anni, quali siano i suoi problemi. Ha bisogno di amministratori che dimostrino di conoscerli già e che abbiano il coraggio di indicare come intendono affrontarli.

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