Fratello plexiglas, Sorella plastica

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24 giugno 2019

“I’ve had so much plastic surgery, when I die, they will donate my body to Tupperware.

“Ho fatto talmente tanti interventi di chirurgia plastica che quando morirò il mio corpo sarà donato alla Tupperware”

Joan Rivers (1933-2014)

 

Plastica.

Sembra che la plastica sia l’ossessione e la calamità del futuro, o per lo meno una delle tante che vanno di moda ultimamente. Da più parti giungono allarmi, avvertimenti, constatazioni, che ci dischiudono uno scenario plasticoso per il nostro futuro.

Si va dalle montagne di plastica di parecchie discariche sparpagliate in giro pel mondo a isolette e isolone flottanti in mari e oceani, di cui nessuno rivendica la paternità né tanto meno la sovranità. Sembrano le uniche isole veramente democratiche e anarchiche dove rifugiarsi e stare in santa pace.

Il Reno che scorreva, nell’allestimento della Fura dels Baus del Ring wagneriano al Maggio Musicale Fiorentino di qualche anno fa (2009), mostrava rifiuti di plastica ovunque, manco l’acqua pura del fiume sacro ormai si salvava più, giustificando quasi la palingenesi finale del ciclo.

Perfino gli atlantidei del film Aquaman (2018) vorrebbero muover guerra agli uomini della superficie perché hanno riempito di plastica il loro regno subacqueo. Resta da capire di che materiale fosse fatto il loro reame, pieno di luci, energia, veicoli, grattamari, labirinti, abiti sensazionali che avevano l’aria di essere tutti esattamente di plastica. Forse, essendo così abbondante e varia quella rilasciata dall’uomo della crosta esterna, l’avranno riciclata creando oggetti originali; d’altro canto mostravano di avere una tecnologia e una fantasia ben oltre l’avanguardia.

Un giardino di cacti di plastica riciclando bottigliette.

Eppure senza la plastica come si potrebbe sopravvivere, oggi? Forse Greta Thunberg avrebbe delle risposte, visto che non ha manco bisogno di studiare, avendo la pagella con tutti 10 e lode, permettendosi di evitare la scuola, assecondata da genitori opportunisti che pur di far pubblicità ai loro prodotti, che trattino o no il tema ecologista o pseudo tale, sono disposti a vendere anche la figliola ai media e ai circhi dove esporla. Tutto fa parte dell’economia familiare, in una concatenazione di cause ed effetti dove ognuno supporta l’altro e attinge a sua volta dal pozzo comune, la cui narrazione mostra d’avere le carte per diventare una saga nordica a tutti gli effetti, coi suoi aspetti eroici, fantastici, epici e un retrogusto squalliduccio. Greta, però, ha dimostrato che anche lei, della plastica, proprio a meno a meno non può fare. Dai vestiti agli accessori. Ma, direte voi, e chi può farne a meno, oggi? Dirò io: proprio nessuno. La plastica è entrata sfarzosamente nelle nostre vite e, volenti o nolenti, anche il filtro Brita per depurare l’acqua, tedeschissimo (con fatturato annuale di circa 500 milioni di euro), è fatto di plastica. E già… oltre alle caraffe e le scatole filtro che contengono i granuli purificatori (tutto rigorosamente in plastica), all’interno non ci sono solamente gli attraenti e superbiologici gusci di cocco ridotti in carbone ma, cosa presente in tutti i filtri per la demineralizzazione dell’acqua, le resine a scambio ionico. Che sono plastica. Io i filtri Brita li uso da anni e devo dire che l’acqua filtrata che bevo ha un sapore migliore di quella che vien fuori dalla cannella e che le tisane, i tè, i caffè, coll’acqua Brita, fanno un figurone. Anche se forse mando giù microscopiche quantità di plastica. Non ho mai fatto analizzare le mie deiezioni alla ricerca della plastica perduta. Forse dovrei. Chissà come potrei recuperarla e riciclarla.

C’è quindi una plastica buona e una cattiva, come il colesterolo? Dubbio atroce. Come si fa a distinguerla? La maggior parte dei divi e delle dive, anche politici, con abbondanti parti in silicone non avrebbero alcun dubbio: a loro la plastica ha cambiato totalmente la vita, per loro in bene. Ad alcuni e ad alcune ha fatto tuttavia insorgere nuovi imbarazzi psicologici, forse antichi disagi adattati alla realtà moderna, come la crisi d’identità. Chissà se al mattino, quando ci si alza e si va in bagno a fare pipì, passando davanti allo specchio, coloro riconosceranno il nuovo personaggio che rimanda il loro sguardo e diranno “Cosa ci fa un estraneo nel mio specchio?”. E lanciano un metaforicamente lancinante e pirandelliano urlo di aiuto. Molti di loro non hanno più nulla in comune, spesso, col corpo su cui sono stati installati protesi, pezzi, palline, borse piene di plastica, per plasmare nuove identità, nemiche del tempo che avanza, cercando di ingannare quest’ultimo ma forse più d’ingannare sé stessi, perché chi li osserva da fuori li vede un po’ come degli alieni a disagio. C’era una donna più bella di Nicole Kidman? Eppure anche lei, a un certo punto, non ha resistito a cambiarsi i connotati, facendo rimpiangere i vecchi film in cui la sua bellezza autentica e totale stregava il pubblico. Tutti si chiedono ancora di che materiale siano i capelli che si è messo in capo il sig. B ex-cavaliere, se siano tatuati o quale illusione ottica producano, così come si chiedono se Claudio Baglioni sia andato dal chirurgo estetico colla foto di Nancy Reagan e abbia detto al medico: mi faccia la faccia come la sua faccia. “Gallina vecchia fa la plastica” diceva Marcello Marchesi.

Una serra costruita con bottiglie di plastica riciclate

La plastica. E già, la plastica. Il policarbonato dei nostri occhiali. È plastica. Le resine dentarie. Sono plastica. Alcune protesi, i tutori, vari elementi che ci servono per vivere meglio e che aiutano il nostro corpo in caso d’ingiurie e incidenti, sono di plastica. I vasi da balcone dei nostri fiori, assai più leggeri da appendere e da spostare dei classici vasi dell’Impruneta (bellissimi, per carità, ma che necessitano di una servitù forzuta), e che conservano maggiormente l’umidità per le piante nelle calde estati mediterranee, sono di plastica. Seggiole leggere e resistenti, box doccia in plexiglas, molto meno pericolosi di vetri che potrebbero rompersi per un urto e farci male, carrozzerie di automobili, sono di plastica. Perfino il rosario brandito nei comizi da S. come arma di persuasione di massa è di plastica, perfino i crocifissi appesi ai muri delle aule scolastiche. E la plastica viene dal petrolio, totalmente naturale. È un male?

È un male che molti nuovi materiali da costruzione, assai più leggeri e resistenti del classico legno o acciaio, possano garantire una maggiore sicurezza a chi va ad abitare in case nuove o sostituisca magari un pesante pavimento di una casa antica ormai distrutto con un più leggero pavimento in plastica? Tubi in plastica garantiscono forse meno o punto rilascio di metalli velenosi, pensiamo al discusso avvelenamento provocato dalle condotte di piombo nell’Impero Romano, causa del comune e implacabile saturnismo, e, forse, possono essere più resistenti e flessibili in caso di scosse telluriche non troppo forti. E il saturnismo si può prendere anche dalle coppe e caraffe di cristallo, usate per bere acqua e vino, in quanto il piombo si usa per la fabbricazione degli oggetti di cristallo. Sembra che sia accaduto a Beethoven.

Inoltre, pochi lo immaginano, la plastica, sebbene di sintesi, è un prodotto organico, derivato dal petrolio, ossia idrogeno e carbonio con impurità varie e acqua. E il trattamento che subisce dopo, certamente artificiale, ne mette in evidenza le caratteristiche diverse, perché c’è plastica e plastica.

Esiste un romanzo di fantascienza, del 1971, Mutant 59: The Plastic Eater di Kit Pedler e Gerry Davis, tradotto in italiano nel 1974 col brutto titolo “Lebbra antiplastica” per la collana Urania. Vi si racconta che tutta la plastica del mondo viene attaccata da un agente patogeno che la distrugge liquefacendola, gettando il pianeta nel caos: i rivestimenti dei cavi elettrici si disfano, provocando cortocircuiti e incendi, dei jet precipitano, sottomarini nucleari scompaiono senza traccia, il centro di Londra è immobilizzato da un enorme ingorgo, e così via. Erano gli anni 70 e il tema del catastrofambientalismo era già in voga, la schiavitù della modernità passava attraverso la plastica e altre comodità. Londra era, come in molti romanzi di fantascienza, il luogo dove tutto si manifestava macroscopicamente e dove poi tutto veniva risolto e senza l’intervento della regina o di 007. La particolarità di questo romanzo è che tutti gli attori principali della fiction sono persone di un alto livello culturale e scientifico (purtroppo è solo un romanzo…), non i soliti buzzurri che grazie a una trovata magari letta in un trafiletto di Eva3000 mettono le cose a posto e bon alè. Tutti gli scienziati co-protagonisti analizzano i fatti, si basano su dati, cercano di parlare coi soliti politici e militari imbecilli e incolti (costoro personaggi assolutamente realistici con cui abbiamo a che fare quotidianamente), ma la soluzione viene da una cooperazione di intelligenze.

La fiction è comunque quanto mai premonitrice perché un batterio magnaplastica è già stato oggetto di studio e di esperimenti e si vorrebbe utilizzarlo proprio per dissolvere le isole di plastica nei mari. Il che da una parte ci rassicura che se un batterio può mangiare la plastica allora quest’ultima proprio proprio innaturale non dev’essere. Inoltre una delle ricercatrici dello studio in questione, la dottoressa Evdokia Syranidou, dell’Università di Creta, ci informa che il degrado abiotico del materiale plastico, cioè dovuto ad agenti esogeni, non necessariamente biologici (ossia radiazioni luminose, variazioni di temperatura, ecc.), è il primo passo verso il degrado biotico, quando cioè molti microorganismi si stabiliscono sulla superficie dei frammenti e iniziano a decomporlo. Quindi se durante una passeggiata sulla spiaggia incontrassimo frammenti di plastica che si rompessero in mille pezzi dovremmo solo gioire perché la disgregazione del nemico numero 1 sarebbe iniziata. Il resto lo faranno i batteri. Ma se poi il batterio dovesse sfuggire al controllo e avere delle mutazioni dovute ai fattori più vari, come emissioni impreviste (da impianti nucleari sfuggiti al controllo o danneggiati per catastrofi a radiazioni solari e cosmiche) o altri fattori, che cosa succederebbe? D’altro canto si stanno facendo avanti nuove teorie sulla scomparsa dell’uomo di Neanderthal, dovuta alle conseguenze dell’evento di Laschamp, un capovolgimento magnetico del pianeta che avrebbe fatto aumentare inopinatamente, non schermandole, l’effetto delle radiazioni solari che, a loro volta avrebbero sottoposto quegli uomini primitivi a forte stress ossidativo e quindi all’estinzione. Non c’erano filtri protettivi e creme solari all’epoca… Se l’uomo di 40.000 anni fa ha avuto dei problemini di sopravvivenza ma altri uomini diversi dal neanderthalensis invece, sopravvivendo, sono andati avanti e noi ne saremmo il risultato, come si comporterebbe un batterio che è stato manipolato in una certa maniera e che poi decidesse di avere una sua vita autonoma e magari iniziasse a divorare tutta la plastica incontrata sul suo cammino senza distinzioni razziali? Anche i fiori di plastica potrebbero morire. Triste.

Il mappamondo della plastica

Inoltre, sempre sulla nocività della plastica c’è un ampio dibattito sull’effettiva pericolosità per l’uomo degli ftalati e del bisfenolo A, componenti essenziali delle plastiche, e sulle percentuali che ingeriremmo abitualmente, sebbene l’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ci rassicuri che sono praticamente innocui. Esattamente come per molte cose attinenti al campo scientifico non ci sono ancora dati sufficienti o soddisfacenti per dire con certezza se qualcosa è nocivo o no. Voi credete che Greta Thunberg sappia tutte queste cose e che perfino gli insegnanti che le hanno dato dieci e lode in tutte le materie ne capiscano qualcosa? Io non credo, né d’altro canto ho sentito mai dirle nulla del genere. È pur vero che non ho seguito tutte le lezioni che la fanciulla onnisciente ha elargito nelle università e nei parlamenti del mondo e che forse ne avrebbe potuto anche parlare, illuminandoci, ed è possibile che l’ignorante sia io. Di certo sarebbe interessante sapere se Greta sia informata che i più grandi produttori di isole galleggianti sono i paesi asiatici che si affacciano sull’Oceano Indiano e sul Pacifico, oltre che, naturalmente approfittare dei comodi canali dietro il ristorantino sulla barca per buttarci qualsiasi rifiuto, tanto la corrente se li porterà via. Il senso di colpa nordeuropeo è qualcosa di condizionante ben più di quanto riusciamo a immaginare. Comunque sia, se è vero che le isole di plastica nei mari non sono per niente una bella cosa, bisogna riconoscere che le materie plastiche ci hanno aiutato non poco nella vita di tutti i giorni e che bandirle aprioristicamente facendone un dogma religioso è uno di quegli eccessi pseudoambientalisti che mi irritano non poco.

Io, da giardiniere dilettante, per esempio vedo che nel terriccio che ogni tanto compro per dare un po’ di sollievo alle mie annose essenze che vegetano in una terra vecchia e ormai impoverita, da sostituire, ci sono delle palline di materie plastiche che servono per renderlo più soffice, come certi polistiroli, che col tempo si trasformano e non si vedono più; o almeno i nostri occhi non li percepiscono più come tali. Ma di certo, siccome nulla si crea e nulla si distrugge, quei frammenti plastici si saranno tramutati in qualcos’altro. E chissà quanti batteri presenti nel substrato avranno aiutato il processo. Ho osservato che dopo un po’ queste palline bianche possono diventare verdi, segno che una qualche attività algale in certo modo avviene.

Certo, non è bello incontrare una tartaruga marina o una balena spiaggiate colle fauci piene di plastiche varie che le hanno soffocate, finché sono microplastiche possiamo ancora tollerare, ma i pezzi più grossi in effetti potrebbero essere ridotti in segatura. Forse se nelle città di tutto il mondo ci fossero dei frullatori per le plastiche, anziché buttare tutta la plastica intera nella differenziata senza sapere se giungerà mai in luoghi realmente attrezzati per il riciclaggio… Perché bisogna sapere che, anche se noi facciamo o cerchiamo di fare una rigorosa differenziazione della spazzatura, le centrali di smaltimento dei rifiuti non sono attrezzate per riciclare una tale massa di rifiuti che vi arriva quotidianamente e che quindi spesso tutto viene impacchettato da aziende X, magari legate alla malavita, e spedito in paesi più o meno lontani dove, anche con ipocrite assicurazioni di smaltimento sicuro, a tutto viene dato fuoco in centrali obsolete oppure all’aria aperta. Per cui noi paghiamo una tassa statale esorbitante credendo di riciclare e non commettere peccato contro il creato mentre invece inconsapevolmente contribuiamo al nutrimento di quelle tartarughe e balene spiaggiate. Occhio che non vede cuore che non duole, la nostra politica, e non solo nostra, va avanti così.

Dovremmo, comunque, veramente liberarci della plastica come impone la sedicenne (e sedicente) guru svedese del futuro? Scordatevi, in quel caso, i pile che tanto sono comodi in inverno, caldi e leggeri. Scordatevi le bici in policarbonato Makrolon 2807, i mastelli in Moplen, il frullatore a immersione e l’asciugacapelli. Scordatevi i fili per stendere la biancheria. Scordatevi tante altre cose. Soprattutto le bambine dovrebbero scordarsi le Barbie: sarebbe un dramma epocale che causerebbe ovunque crisi depressive infantili, colle terrificanti conseguenze del caso. Provate, provate ad avere a che fare con bambine isteriche perché le loro Barbie si sono dissolte insieme alla loro casetta in miniatura, divorate dal batterio magnaplastica. Una calamità planetaria. Alla fine della fiera e alla luce di questi pericolosissimi eventi infantili, quanto sarebbe realmente utile rinunciare alla plastica? Tanto, prima o poi, la Natura si riappropria di tutto, inglobando o disfacendosi di ciò che si avvicenda nel tempo, uomo compreso.

Natura ingorda

“The planet has been through a lot worse than us. Been through earthquakes, volcanoes, plate tectonics, continental drift, solar flares, sun spots, magnetic storms, the magnetic reversal of the poles … hundreds of thousands of years of bombardment by comets and asteroids and meteors, worldwide floods, tidal waves, worldwide fires, erosion, cosmic rays, recurring ice ages … And we think some plastic bags and some aluminum cans are going to make a difference?”

Il pianeta ha attraversato fasi ben peggiori di noi. Ha oltrepassato terremoti, eruzioni vulcaniche, movimenti delle placche tettoniche, deriva dei continenti, venti solari, macchie solari, tempeste magnetiche, inversione dei poli magnetici… centinaia di migliaia d’anni di bombardamenti da parte di comete, asteroidi, meteoriti, inondazioni globali, ondate di marea, incendi globali, erosione, radiazioni cosmiche, glaciazioni ricorrenti… e pensiamo che qualche sacchetto di plastica e qualche barattolo d’alluminio possano fare la differenza?”

George Carlin (1937-2008)

 

© Massimo Crispi 2019

 

 

TAG: Barbie, bisfenolo A, fantascienza, ftalati, inquinamento, isole plastica, piombo, plastica, policarbonato, polimeri, riciclaggio, rifiuti
CAT: consumi, salute e benessere

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