Non so se la politica è una cosa bella. La vita vera invece sì

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19 Settembre 2015

Quando ero più giovane, mi era stato detto che la politica è una cosa bella. 

Stasera, dopo tre anni di lavoro in questo campo, sorseggiando un bicchiere di vino, prendo in prestito le parole di Concita De Gregorio:

la politica è una delle attività più nobili dell’uomo, ma ho visto cose che avrei preferito non vedere e capito cosa che avrei preferito non capire.

Stasera mi va di raccontare che la vita è una cosa bella. Non è una notizia, lo so, ma ne sento il bisogno dopo una settimana politicamente difficile.

La vita vera, quella fuori dai social, la vita di ogni giorno, la vita piccola. Io dico:

Nella vita ho visto cose che non avrei immaginato di avere la fortuna di vedere e capito cose che non avrei mai immaginato di avere il privilegio di capire.

Nella politica attuale la realtà si eclissa ancora prima di diventare narrazione (vi prego, niente uso improprio della parola storyelling!). Tra numeri e dati e percentuali ogni giorno diversi non sappiamo più se cresce il PIL, ma certo cresce l’impassibilità. Manca il tempo per capire, ci si stufa dall’oggi al domani, l’entusiasmo si alterna all’apatia, l’indignazione diventa consenso nello spazio di un tweet. La critica dell’informazione è diventata più importante dell’informazione stessa, la sovrabbondanza di opinioni nasconde la scarsità delle idee e il logoramento di ogni credo.

Sometimes the world is too small and the life is too short. Say it simple, straight and with a smile

mi dicevano quest’estate a Sarajevo, ancora prigionera di un dopoguerra lungo vent’anni. Non lo dimentico. La vita vera richiede pazienza, richiede amore, lealtà, rispetto: c’è bisogno di uno spazio e di un tempo per desiderare le cose e di gratitudine quando le si possiede. 

Ecco perché stasera mi è venuta voglia di raccontare le storie piccole della mia vita, quelle che ne sono il vero significato. Premetto che questa non sarà la mia solita storia su Livorno e sul mio cane -c’entrano entrambi, ma come mi ha detto un mio caro amico quando l’ho raccontata ci sono mille posti in Italia che possono essere la tua Livorno. (Ha ragione, però Livorno è proprio bellissima, dé).

Per circostanze della vita, non ho famiglia e quindi, da sempre, faccio da sola, a modo mio. Quando mi sono trasferita qui da Firenze, non conoscevo nessuno. La scelta di ostinarmi a vivere “nel buco di ‘ulo” della Toscana è finita sui giornali come fosse uno scandalo, ho persino dovuto scrivere alla cittadinanza tutta per spiegare perché vivo qui e che non ho intenzioni pericolose.

Ci ho messo un anno a capire, ora lo so: vivo a Livorno non per il mare -io sto sui fossi, vedete la foto-, non per il pesce, il sole, il vento. Io vivo qui perché non esiste il potere. Ogni mattina ci svegliamo tutti uguali, la sera vince il migliore nel vero, etimologico senso della parola. 

La pago questa scelta, non sono un’anima bella, la pago in termini di viaggi, in termini economici, in termini di vita sociale. Lavoro a Milano, Roma, Firenze. Questa settimana sono stata a casa 12 ore, avendo viaggiato a Milano, Firenze e in Calabria, domani parto per Londra.

Ma oggi sono tornata a casa e per la prima volta mi sono resa conto che vivo in co-housing con una città intera, e non lo sapevo.

In un anno, ho dato e ricevuto amore da pescatori, vicine ottantenni, tate peruviane, dog-sitter cubane, artiste pisane, corrieri, migranti, amici. In tutto, un gruppo di persone meravigliose che, insieme, non fanno un diploma di scuola superiore e 1000€ di reddito al mese. Credo che non ce ne sia uno che vada a votare qualunque partito. (Per chi si fosse perso la mia avventura per la ricerca della dog sitter, eccola qui: forse sa raccontare il presente meglio di ogni dato dell’INPS o del Ministero)

Lunedì sono partita lasciando le mie chiavi nella posta e ciascuna di queste persone spontaneamente sapeva cosa fare. Gratuitamente, con il sorriso, con l’improvvisazione, con la libertà. 

Il mio cane era malato e se ora sta bene è merito della vicina che l’ha nutrito e gli ha dato tutte le medicine, oltre a tonnellate di biscotti. Se la casa è pulita è merito di Eli, giovane colf peruviana (lei sì retribuita, ma non per farmi diventare ospite d’onore e portavoce della comunità peruviana cittadina, anche perché non parlo spagnolo e non capisco quasi nulla se non che sono lavoratori e felici). I pescatori mi portano “strani” pesci, sapendo che non ho tempo per fare la spesa, pesci che guardo negli occhi e che, non sapendo cosa fare, metto in forno e vedo che succede. Le amiche artiste pisane non solo hanno sistemato la poltrona su misura per me che avevano fatto un anno fa, ma hanno ritirato un’insegna che vorrei restaurassero e hanno trovato il tempo di lasciarmi un regalo bellissimo fatto solo per me. I migranti spersi per la città si stupiscono così tanto che parli wolof (ho vissuto in Senegal) che mi lasciano sotto casa piatti di una cucina lontana, i cui sapori pensavo restassero ricordo e invece gusto qui, a Livorno e non a Dakar. All’aeroporto, il parcheggiatore mi ha lavato l’auto (attività a me sconosciuta) e me l’ha consegnata in tempo record, sapendo che vado sempre di fretta. I ragazzi del nuovo bar sotto casa, poiché ho rassicurato gli anziani vicini che non si tratta di una discoteca stile Cocoricò, mi inseguono con un bicchiere di vino in mano ogni volta che passo. I corrieri li conosco per nome e, poiché non ci sono mai e ricevo valanghe di libri, mi portano i pacchi fuori dall’orario di lavoro o li lasciano all’alimentari a fianco che ai libri unisce sempre una focaccia. Ho una famiglia, che non è la mia ma è come se lo fosse, nel Chianti dove trascorrere le feste. Ho amici che mi capiscono senza nemmeno parlare.

Storie minuscole, che capitano forse a chiunque e ovunque. Ma che oggi, provata da una settimana politicamente difficile, mi hanno sopraffatta. Vita vera, vita di cui fidarsi. (Oltre al fatto che mangio e bevo a sbafo come una regina).

Cosa dò in cambio a queste persone? Poco, pochissimo: non so pescare, non sono un’artista, non lavo auto, non cucino. Però parlo, ascolto, amo, rispetto. Racconto, racconto tanto, e tutti loro viaggiano con me. Soprattutto, ricordo sempre cosa mi dicevano gli anziani di Sarajevo.

Mi piacerebbe ringraziare pubblicamente queste persone, dire loro quanto sono grata, ma sono certa che non leggeranno questo post, figuriamoci se hanno Twitter.

A chi si lamenta e dice che è tutto uno schifo e che non si può cambiare niente, stasera mi va di dire: in politica non so, ci credevo. Nella vita vera invece sì, non serve crederci, basta aprirsi alle persone e loro si apriranno a te.

E la vita è una cosa bella, e questo diritto non lo può togliere nessuno. 

TAG: collettività, comunità, italia, politica
CAT: costumi sociali, Partiti e politici

2 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    Vedi il mio FB Beniamino Di Tiburzio

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  2. alessandro-barelli 5 anni fa

    Bello!

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