Flavia Rebori

Arte

L’acquerello di Flavia Rebori contro la fretta dell’arte

In un tempo che pretende colore acceso e risposta immediata, la pittrice cilena sceglie l’attesa come forma di resistenza

5 Agosto 2026

C’è una domanda che vale la pena porsi guardando il panorama dell’arte contemporanea: perché tutto, oggi, deve essere immediato? Colori saturi, superfici piene, gesto rapido, effetto garantito al primo sguardo. In questo scenario l’incontro con il lavoro di Flavia Rebori, pittrice cilena di formazione e ligure d’adozione, ha il sapore di un’anomalia. Non perché sia meno contemporanea delle altre — espone accanto a nomi noti, da Palazzo Falier a Venezia alle rassegne curate da Vittorio Sgarbi — ma perché lavora esattamente nella direzione opposta a quella che il mercato, e forse anche il gusto medio, sembrano oggi premiare.

Una tecnica che non concede scorciatoie

L’acquerello non è la tecnica dei tempi rapidi. Rebori bagna il foglio anche per due giorni prima di iniziare, dipinge sulla carta ancora umida, lavora con il cavalletto in verticale — dove ogni errore di gesto rischia letteralmente di colare via. A differenza dell’olio, che si può correggere quasi all’infinito, l’acquerello pretende una decisione quasi definitiva: non perdona, non permette di tornare indietro troppe volte.

È una tecnica che chiede tempo alla materia — l’attesa dell’asciugatura, l’imprevedibilità dell’acqua che si muove da sola sulla carta — e tempo a chi guarda, perché i suoi effetti si rivelano solo il giorno dopo, quando il colore si è depositato e l’opera, dice l’artista stessa, “si asciuga” letteralmente e metaforicamente.

In un mercato dell’arte che premia spesso l’impatto immediato — la tela che “buca” l’occhio in una manciata di secondi, magari in uno scroll su uno schermo — la scelta di un medium che non si lascia dominare, che pretende pazienza sia da chi crea sia da chi osserva, è già una posizione. Non dichiarata, non ideologica: semplicemente vissuta.

Colori tenui in un tempo di colori accesi

Anche la palette di Rebori va in direzione contraria. Dove buona parte della produzione pittorica contemporanea insegue la saturazione, l’impatto cromatico, il colore-segnale che cattura l’attenzione in una frazione di secondo, lei lavora su toni tenui, sfumati, quasi sottratti. Le sue opere sono state accostate all’atmosfera di un naufragio, “lavate” come certe nebbie del cinema di Antonioni — un riferimento che l’artista ha poi trasformato in una serie dipinta a partire proprio dal Deserto Rosso. È una scelta coerente con il suo modo di lavorare: alcune tele restano volutamente incomplete, come se una parte fosse stata tolta apposta, lasciando a chi guarda lo spazio per completare ciò che l’artista ha deciso di non dire fino in fondo.

L’attesa come gesto quasi politico

C’è qualcosa di significativo nel fatto che una tecnica lenta, esigente, poco spettacolare come l’acquerello continui a trovare spazio in rassegne di rilievo — dalla Biennale parallela di Palazzo Falier a Venezia alle edizioni di Spoleto Arte curate da Salvo Nugnes con Vittorio Sgarbi.

Non è nostalgia, e non è nemmeno una posa da artista fuori tempo: è la testimonianza che un pubblico disposto a rallentare, davanti a un’opera, esiste ancora. Rebori stessa racconta di non essersi mai preoccupata più di tanto del fattore vendita, di dipingere prima di tutto per un bisogno personale di lasciarsi andare — una motivazione che oggi, in un sistema dell’arte spesso orientato alla visibilità immediata e alla monetizzazione rapida, suona quasi controcorrente essa stessa.

La sua storia personale — nata a Santiago del Cile da genitori liguri emigrati negli anni Cinquanta, cresciuta tra due mondi, tornata attraverso il matrimonio e l’arte alla terra dei propri genitori — è forse la chiave per capire questa scelta di lentezza: chi ha vissuto più volte lo spaesamento di un viaggio sa che le cose vere, quelle che restano, hanno bisogno di tempo per depositarsi. Esattamente come l’acqua sulla carta.

In un’epoca che chiede tutto e subito, il lavoro di Flavia Rebori pone una domanda scomoda a chi guarda l’arte oggi: siamo ancora disposti ad aspettare che un’opera si asciughi, prima di giudicarla?

Flavia Rebori

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