Letteratura

Grazia, il salto di una farfalla

9 Marzo 2026

E’ uscito da qualche giorno, in distribuzione presso il circuito delle librerie fisiche e online, un interessante romanzo edito per i tipi di Solferino. Si intitola “Grazia” ed è stato scritto da Federica Seneghini. Il volume ospita anche un saggio a firma di Marco Giani.

E’ un romanzo, non ci sono dubbi, anche se ci si potrebbe tranquillamente lasciare tentare dal considerarlo, in una certa misura, una favola. So perfettamente che il genere letterario della favola è tutt’altro, eppure da questo scritto di Seneghini filtra quello che è l’elemento portante di ogni racconto favolistico, la presenza di un insegnamento morale.

In “Grazia” non troviamo fate, folletti, cavalieri e dame. Troviamo la vita di una adolescente milanese che nei primi decenni del novecento, a nove anni, scopre la sua passione per il pattinaggio sul ghiaccio. Un talento sino ad allora inespresso si sviluppa fino a permetterle di partecipare alle Olimpiadi di Saint Moritz del 1948, prima pattinatrice italiana di sempre a competere nell’individuale olimpico.

Tra la prima scivolata incerta al Palazzo del Ghiaccio milanese di via Piranesi e la gara olimpica si verificano numerosi accadimenti che si intrecciano tra sport, politica, vicende familiari e civili.

E’ facile trovare un sunto del romanzo, puntuale ed esaustivo, in ogni libreria online. Io preferisco lasciare che sia il lettore a scoprire la vita di Grazia Barcellona così come l’ha raccontata Federica Seneghini, senza anticipare nulla qui.

Vi propongo a seguire una breve chiacchierata fatta con Federica. Mi auguro che possa servire da incentivo per avvicinarsi al suo romanzo.

Una giovinetta figlia della Milano più popolare si afferma in una disciplina che nei primi decenni del secolo passato era vissuta quasi in esclusiva dai rampolli dell’alta borghesia. Spazi ghiaccio, attrezzature, insegnanti non erano alla portata di coloro che non godevano di una certa agiatezza economica. Come ha fatto la piccola Grazia Barcellona a imporsi in un mondo che non era propriamente disegnato per lei?

Come dici giustamente Grazia Barcellona era un caso particolare all’interno del gruppo di ragazze pattinatrici che si allenavano al Piranesi (*) perché la sua famiglia apparteneva a quello che potremmo definire il ceto impiegatizio. Il papà era ragioniere e la mamma era insegnante in una scuola elementare di viale Romagna, quindi quando si allenava lei era di fatto circondata da figlie di industriali e dai figli di persone che appartenevano a famiglie ricchissime.

Lei iniziò a pattinare per caso. Abitava in via Reina, quindi a poche centinaia di metri dal Piranesi, ed era molto comodo per tutti portarla lì piuttosto che in altri impianti più lontani da casa dove si praticavano discipline sportive diverse. Antonio Archinti, che era un pattinatore amatoriale e andava a pattinare sul ghiaccio la domenica, ebbe l’idea di portarla a pattinare con sé. Probabilmente avvenne una domenica, una giornata che era per tutti un momento di svago.

Il pattinaggio era uno sport accessibile a tutti, almeno finché non entrava in gioco l’agonismo.  Il biglietto per entrare al Piranesi a pattinare liberamente aveva un costo accessibile a tutti ma se passavi all’agonismo le cose cambiavano. Il costo delle lezioni private e dei materiali che servivano per andare avanti nella carriera sportiva non erano alla portata di tutti.

Grazia si ritrovò campionessa in modo inaspettato, inizialmente nessuno si immaginava che sarebbe stata così brava.

Grazia e Carlo

Le affiancarono da subito Carlo Fassi, anche lui un caso particolare. Carlo era il nipote del capo elettricista del Palazzo del Ghiaccio che lo faceva entrare di straforo senza farlo pagare. Carlo era forse addirittura messo peggio di Grazia a livello economico.

Padre ragioniere, madre sarta, una famiglia normalissima, di ceto medio-basso diremmo oggi. Entrava di straforo, dall’ingresso sul retro del Piranesi; il nonno gli aveva regalato dei pattini che qualcuno aveva buttato via, pattini che aveva ritrovato in un angolo degli spogliatoi. Questo lo raccontò lui stesso successivamente in un’intervista risalente alla fine degli anni ’50.

Grazia e Carlo si ritrovarono ad allenarsi insieme, vennero messi insieme dall’allenatore tedesco Burghardt che era stato chiamato da Monaco di Baviera per allenare i campioni milanesi.

Si ritrovano, entrambi provenienti da classi non abbienti,  a pattinare insieme un po’ per caso, avendo la stessa età e soprattutto essendo della stessa misura. Erano alti uguali e quindi erano adatti a fare il pattinaggio di coppia.

Queste sono le circostanze che portano Grazia sul ghiaccio.

(*) ndr: Il Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi a Milano (detto comunemente  “il Piranesi”)  è uno splendido edificio in stile liberty in zona Porta Vittoria, inaugurato nel 1923 dal Conte Alberto Bonacossa, più volte campione nazionale di pattinaggio artistico. Con i suoi 1800 metri quadrati di pista, era, all’epoca, la principale pista ghiaccio coperta d’Europa e una delle più grandi al mondo. Duramente colpito dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il Palazzo del Ghiaccio ha riaperto al pubblico dopo il conflitto, rimanendo attivo fino al 2002.

il “Piranesi”

Quanto nel libro è una testimonianza biografica e quanto è invece un racconto di fantasia nato dalla tua sensibilità?

Nessun personaggio di “Grazia” è inventato. Tutti i personaggi sono realmente esistiti e tutti i personaggi si muovono all’interno di un contesto storico che ho ricostruito attraverso una ricerca storica e giornalistica. Si muovono in un ambiente ricostruito attraverso la ricerca e fanno cose che sono storicamente documentate. Le gare, i punteggi, gli spostamenti, anche il fatto che andassero in vacanza in Romagna nelle località che cito, le morti e le nascite delle persone che compaiono nel libro sono tutte realmente accadute.

È un lavoro giornalistico e storico che sono riuscita a concretizzare grazie soprattutto alle interviste fatte ai discendenti di Grazia, i tre figli, alla moglie di Carlo Fassi, alla vedova Burghardt, che è ancora viva dato che l’allenatore tedesco si sposò con lei, una ragazza di ben 36 anni più giovane. Una circostanza per me molto fortunata. E poi al figlio di Ciacia Vigorelli.

Costanza “Ciacia” Vigorelli

Tutti questi testimoni hanno fornito una solida base storica sulla quale edificare il mio racconto.

Dato che nessuno di loro era vivo all’epoca dei fatti, ho inventato e romanzato io i dialoghi e le emozioni che faccio provare a Grazia nel racconto. Lei non c’è più e quindi le emozioni che ha provato Grazia nel vivere i momenti storicamente documentati le ho immaginate io.

Così come mi accadde leggendo il tuo precedente romanzo “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il duce” anche questa volta mi sono sentito coccolato dalla tua ricostruzione di angoli di Milano che per noi milanesi sono iconici. Il Palazzo del Ghiaccio (le ginocchia ancora mi dolgono), i Frigoriferi Milanesi di via Piranesi, il liceo Berchet, le scuole di viale Romagna, il cimitero Maggiore, le campagne fuori porta. Come ha fatto una marinaretta nata a Genova a conoscere così bene la mia città?

Marinaretta mica tanto. Io non vivo a Genova da quando avevo 18 anni, ho fatto l’università a Bologna, il mare era diventato un ricordo già allora. Poi ho fatto un po’ di giri e adesso sono già 14 anni che vivo a Milano. Diciamo che ormai posso definirmi milanese d’adozione.

A parte questo  sono ricorsa a foto storiche e d’archivio e comunque  molti dei luoghi che racconto esistono tuttora, di fatto ci sono quasi tutti. Ti faccio un esempio, un ambiente nel quale mi sono sentita molto vicina e sono riuscita impersonificarmi in Grazia, sono i “Giardini Pubblici Indro Montanelli”. Oggi si chiamano così anche se a Milano li chiamano tutti solo Giardini Pubblici.

Per me che sono diversamente giovane sono ancora i Giardini dello Zoo.

Quello non ho fatto in tempo a vederlo… E’ un posto che attraverso e vivo quotidianamente perché ci passo in bicicletta per andare al lavoro in via Solferino e lì è stato divertente per me andare a ritrovare quali alberi erano già in piedi ai tempi di Grazia.

Il cipresso calvo in particolare, l’albero sotto cui si fermava Grazia, è l’albero di fronte al quale mi soffermo anche io tutte le mattine. E’ un albero di fine Settecento, uno delle decine di alberi monumentali che ci sono a Milano. Mi sono divertita proprio a ritrovare i luoghi e i posti che c’erano già ai tempi di Grazia e di fronte ai quali anche lei probabilmente si sarà fermata tante volte. Almeno così immagino io. Gli alberi c’erano già, questo lo sappiamo per certo.

La vita di Grazia attraversa la società italiana dell’anteguerra e del dopoguerra come un treno in corsa. Il fascismo, le leggi razziali, le deportazioni, la resistenza, il conflitto bellico, la ricostruzione, il femminismo, la politica. Grazia sui suoi pattini viene sfiorata da tutto ciò e atterra sempre in piedi. Che idea ti sei fatta, ascoltando e scrivendo la sua storia, degli italiani che ci hanno preceduto e che, nel bene e nel male, hanno posato le fondamenta della nostra società attuale?

La cosa di cui mi sono meravigliata, parlando con Grazia, è che lei non riteneva di avere fatto un’impresa eccezionale nel partecipare alle Olimpiadi del 1948 dopo tutte le difficoltà che fu costretta a vivere.

Passando dall’essere sfollata, allo stop agli allenamenti, ai vari lutti che colpirono la sua famiglia. Da lì si intravede la grande forza di questa donna, di questo personaggio che visse tutta la vita senza poi darsi delle arie, senza ritenere importante la sua impresa.

È una cosa che ho ritrovato anche in altre donne, in altri romanzi che ho scritto, la voglia di minimizzare le imprese portate a termine. Capita spesso, quando si narra la storia delle donne, di imbattersi in partigiane che non hanno successivamente neanche mai avuto il coraggio di definirsi tali o in ragazze che hanno compiuto imprese sportive come quella di Grazia passandole quasi sotto silenzio.

Di Grazia io ho avuto questa impressione; lei è stata una donna molto forte che ebbe una vita difficile ma nonostante ciò non si perse mai d’animo. Le donne di una volta evidentemente erano proprio fatte così.

L’importanza del contributo di Marco Giani nella costruzione del libro.

Marco Giani è stato fondamentale anche per il mio precedente lavoro, “Giovinette”. Senza Marco Giani non avrei scritto “Giovinette” più che altro perché è stato lui a portarmi a casa di Grazia nel 2020.

Eravamo andati a casa di Grazia per parlare di calcio e poi per caso abbiamo iniziato a scoprire anche la storia di “Grazia Barcellona”, una storia che non conoscevamo proprio. Dopo l’intervista che abbiamo fatto a Grazia insieme sul calcio femminile è nata l’idea di fare un romanzo su di lei, anche in vista delle Olimpiadi di Milano Cortina.

Per scrivere “Giovinette” fu necessario fare tantissime ricerche di archivio, per “Grazia” c’è stato meno lavoro di questo tipo perché i ricordi sul pattinaggio artistico si sono rivelati più accessibili. Nel caso del calcio femminile durate il fascismo le tracce erano decisamente poche e ben nascoste. Il calcio femminile era causa di imbarazzo.

Il pattinaggio su ghiaccio era invece uno sport che il regime fascista vedeva di buon grado e che incoraggiava, utilizzandolo anche come strumento di propaganda. I dati e le cronache si trovavano sui giornali. Marco Giani mi ha aiutato a rivedere il contesto storico ed è grazie a lui che sono arrivata sia a una storia sia all’altra.

Il romanzo è dedicato a Giulia e Pietro, i tuoi due gemelli (giustamente cresciuti sotto il segno del diavolo rossonero nonostante la tua fede doriana) che stanno muovendo i loro primissimi passi in un mondo non particolarmente tranquillo e sereno. Se potessi donare loro per magia un tratto caratteriale o spirituale di Grazia cosa gli regaleresti?

La capacità e la forza di rimettersi in piedi nonostante le difficoltà, che mi auguro saranno per i miei figli meno impattanti rispetto a quelle vissute da Grazia.

Ma questo non è un insegnamento dedicato solo a Giulia e Pietro, è l’insegnamento che vorrei portare a tutti i ragazzi. Giulia e Pietro hanno oggi solo tre anni, invece io mi auguro che, come “Giovinette”, questo libro arrivi nelle scuole alle generazioni più giovani perché la forza di riprendersi (dopo uno stop come fu quello di Grazia durato due anni) è l’insegnamento principe che ci ha dato questa ragazza di tanti anni fa.



“Grazia” è il racconto di una bellissima avventura, è la testimonianza attenta di un preciso periodo storico, è la narrazione di una vita dalla quale prendere spunto per riflettere sui veri valori del nostro essere donne e uomini.

Io l’ho letto da solo, da adulto, con gusto e sentendomi coccolato dagli eventi. E’ uno di quei libri che mi piacerebbe leggere a voce alta a un nipote e che nelle mani di un adolescente potrebbe lasciare un segno.

Federica Seneghini

Federica Seneghini (Genova, 1981) è giornalista del Corriere della Sera. Ha pubblicato Giovinette, le calciatrici che sfidarono il Duce (Solferino 2020) e i romanzi per ragazzi Sulle ali della speranza (Piemme 2022, con Bruna Cases, sopravvissuta alla Shoah) e Salvate il soldato Jack (Piemme 2025). Insegna giornalismo digitale all’Università IULM di Milano alla RCS Academy.

Marco Giani e Grazia Barcellona – 2019

Marco Giani (Gallarate, 1984), storico e insegnante, è membro della Società Italiana di Storia dello Sport. Autore del saggio finale di Giovinette, è specializzato nella storia dello sport femminile nel Ventennio fascista e nell’Italia della Ricostruzione; si occupa anche del calcio femminile contemporaneo, argomento a cui ha dedicato Capitane coraggiose (Ultra Sport 2023). Collabora con Ultimo Uomo.

 

 

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