Letteratura

La Santa Barbara di Nicola Lagioia

In “Santa Barbara” Nicola Lagioia tenta il grande affresco dell’Italia del dopoguerra tra Storia e Mito. Ci riuscirà?

29 Ottobre 2026

 Nicola Lagioia – 𝘚𝘢𝘯𝘵𝘢 𝘉𝘢𝘳𝘣𝘢𝘳𝘢 – Einaudi, Torino 2026

𝘚𝘢𝘯𝘵𝘢 𝘉𝘢𝘳𝘣𝘢𝘳𝘢 è il nuovo, corposo romanzo di circa 640 pagine che leggo in ebook. Una saga familiare ambientata in Puglia, che attraversa quattro decenni, dalla fine degli anni Trenta agli anni Settanta, intrecciando vicende private, trasformazioni sociali e suggestioni magico-religiose. Questi i miei appunti di lettura nel mio bloc-notes.

In esordio, stile primitiveggiante, con il principio di individuazione spazio-temporale sfumato e i personaggi scontornati.

Questa scelta di fondo è assecondata dall’opzione stilistica delle frasi giustapposte (stile paratattico), tipica e mimeticamente aderente ai personaggi semplici, che non sanno governare lo stile elocutivo opposto (ipotassi). Perciò una schiodinata di frasi secche e brevi. Vedi qui: «Nunzia era robusta e soda, Tina era secca. Con la luce ancora incerta andavano a lavare. La vasca era dentro un edificio con la struttura a volta.» «Si distese sul giaciglio. Incrociò le mani dietro la nuca. Sentiva le galline litigare.» «L’ambiente ora era spoglio e silenzioso. Le donne erano andate via. Il bambino dormiva. Nunzia era alle prese con la cena. Nicola si toglieva la giacca. Nunzia metteva in tavola la minestra con il pane.»

Con questa procedura stilistica si guadagna in icasticità ma si perde in fluidità: si hanno fotogrammi, non film. Con qualche svista, come qui: «A un certo un punto della notte, suo fratello parlò nel sonno.» 𝘈 𝘶𝘯 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰? Ci sono frasi ad alto rischio, quello della semplicità forzata alla 𝘗𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘱𝘳𝘪𝘯𝘤𝘪𝘱𝘦: «Tornavano insieme verso casa. Il sole cadeva sui gelsi.»

Se indovino le predilezioni stilistiche di Lagioia, credo che egli mimi sulla sua pagina il magistero stilistico di Cormac McCarthy, di 𝘔𝘦𝘳𝘪𝘥𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘢𝘯𝘨𝘶𝘦, per esempio: stessa secchezza e laconicità allusiva, mi è parso. Ma è uno stile che non mi incanta perché è una sorta di calco, di 𝘧𝘢𝘭𝘴𝘰 𝘣𝘪𝘣𝘭𝘪𝘤𝘰. Quello che Dwight Macdonald sfotteva nel suo 𝘊𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰𝘢𝘮𝘦𝘳𝘪𝘤𝘢, senza riguardi per l’Hemingway de 𝘐𝘭 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦, in quanto scritto in quella prosa pseudo-biblica che anche Pearl Buck usò in 𝘓𝘢 𝘣𝘶𝘰𝘯𝘢 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢, uno stile che sembra possedere un fascino maligno per persone di media cultura. Ed è proprio nell’ambito di questa riflessione che Macdonald elabora la categoria estetica del 𝘔𝘪𝘥𝘤𝘶𝘭𝘵, quella mezza cultura che aspira all’alta cultura, al sublime, fallendolo.

Il nostro autore qui rinuncia alla prosa scabra e frammentaria solo quando, come voce narrante più consapevole, intende, da fuori o dall’alto, illuminare un tratto morale di un suo personaggio: «Don Martino amava i fedeli, voleva restassero nell’ignoranza. Se avessero preso coscienza della propria condizione avrebbero capito che ribellarsi era sacrosanto, ma avrebbero anche concluso che, considerata la situazione, la loro ribellione sarebbe stata vana. A quel punto non sarebbero piú morti di fatica, ma di tristezza.»

Oppure quando vuole tangere lo stile gnomico o esprimere una veduta impersonale: «Nel buio della notte le ipotesi piú estreme diventano plausibili, o forse, sia pure in modo confuso, si manifestano verità che la luce del sole tende a nascondere.» Nel buio della notte tutte le vacche sembrano nere, ammoniva infatti Hegel.

Lagioia tenta con questo stile secco e scabro (adottato forse per pararsi dall’accusa di barocchismo rivolta ad alcune sue precedenti opere, non certo a 𝘓𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘪 𝘷𝘪𝘷𝘪 e soprattutto a 𝘙𝘪𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢, che restano opere riuscite) il grande affresco non solo locale ma nazional-popolare ed epocale.

Certi 𝘪𝘯𝘤𝘪𝘱𝘪𝘵 di capitolo sono da Snoopy: «L’Italia entrò in guerra nel giugno del 1940. La primavera era assolata, nel cielo volavano le rondini.» Capitoli come questo introducono però, con uno stile meno frammentario e più classico, alla narrazione con ampie volute (i periodi si allargano infatti) e alle panoramiche dall’alto che danno l’idea di un’orchestrazione tradizionale del romanzo, con le descrizioni, le annotazioni realistiche sui personaggi non più sfumate, ecc.

Talché sembra che il romanzo abbia conosciuto diversi tentativi redazionali di avvio e conduzione, e mantenga almeno due registri espressivi: una prosa spezzata, di frasi brevi, e, di contro, una voce narrante largheggiante che alterna onniscienza e improvvise incursioni soggettive. Con in più l’autore extradiegetico (di tipo manzoniano) che spiega e talora sentenzia, come quando enumera le successioni dei popoli nella storia pugliese e interpreta nientemeno che la Storia, con la S maiuscola.

E con ciò siamo in zona Elsa Morante, nel tema dello 𝘴𝘤𝘢𝘯𝘥𝘢𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢 (ma anche del fotoromanzo, secondo i critici più cattivi). Vedine comunque la stroncatura di Pasolini in 𝘋𝘦𝘴𝘤𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘥𝘦𝘴𝘤𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪. Con l’intento giusto ma letterariamente sterile di stare dalla parte dei deboli, che a me, come 𝘴𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢, in genere non incanta.

Sono per il destino fatale, per l’𝘢𝘯𝘢𝘯𝘬𝘢𝘪𝘢 𝘵𝘺𝘤𝘩𝘦, la necessità fatale dei greci, quel destino che aleggiava sulle teste dei poveracci verghiani: la storia è cieca, senza 𝘱𝘳𝘰𝘯𝘰𝘪𝘢-𝘱𝘳𝘰𝘷𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘻𝘢, è un incubo dal quale dobbiamo ancora svegliarci. Non a caso, beffardamente, Verga dà il nome 𝘗𝘳𝘰𝘷𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘻𝘢 alla barca dei marinai, perché dopotutto è con tragica allitterazione che «il mare è amaro e il marinaio muore in mare», è in un assurdo gorgo di erre, che si compie un destino.

Immagini di non alto lignaggio metaforico, forse 𝘱𝘰𝘮𝘱𝘪𝘦𝘳, come questa: «Il sole, abbassandosi, faceva muovere le ombre sulle rocce, simili a rughe su un volto millenario». Ma poi arrivano osservazioni di una certa classe: «I malintenzionati li capiva dal passo, i disperati dal respiro.»

Leggo: «Lo trascinarono sul bagnasciuga.» Anche Lagioia, come Mussolini, chiama la battigia bagnasciuga. Ormai è così, rassegniamoci.

Con l’entrata in scena dei Saccogna il registro narrativo si arricchisce del favolismo implicito nelle storie paesane, meridionali, corali, che alberga anche in me quando penso alla mia borgata e a tutti i tipi umani che vi vivevano. Lagioia manovra da sapiente puparo i suoi personaggi. È più che bravo in questo. Le trame girano attorno ai soldi e al sesso, i destini si compiono attorno a queste due dominanti. 𝘐𝘥 𝘦𝘴𝘵.

«Rosalba Levante si presentò a Triggiano con una stola di volpe sul vestito. Era l’unico capo prezioso che aveva, oltre a una spilla d’argento. Ma a certe donne di campagna bastava un gesto ben fatto per trasformarsi in regine.» Bene.

Le pagine degli americani in città dopo lo sbarco (alcune ragazze che si donano sessualmente) sono meramente ricognitive e prive di spessore letterario, anche perché straviste in molti film. La mia volontà di proseguire la lettura supera la forza attrattiva delle pagine in sé. Sono giunto alle cento pagine, me ne mancano più di cinquecento, sarà dura. Non si scrive un romanzo di oltre seicento pagine, nei nostri tempi sincopati, senza un inverno russo e un caldo samovar come implicito riferimento di fruizione.

Nelle pagine che seguono, tutta la calda ritualità di paese legata al calendario cattolico che affonda in antichi miti – dagli occhi di Santa Lucia del tredici dicembre al carnevale in cui i capursesi mangiano le cartellate e ballano in piazza –, seppur intinta in un’aura di bel tempo passato e repertata con attento e partecipe occhio etnografico, alla De Martino sicuramente, resta slegata dalla calda narrazione, ha un che di freddo, che non attrae.

Proprio ieri ho letto due righe in 𝘙𝘰𝘮𝘢𝘯𝘻𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘕𝘰𝘷𝘦𝘤𝘦𝘯𝘵𝘰 di Giacomo Debenedetti a proposito del 𝘨𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘰𝘮𝘢𝘯𝘻𝘰: esso dopotutto consiste in una sorta di piccola magia: «Trasformare il dato di fatto in risultato d’invenzione, sagomare lo sgranarsi amorfo della cronaca nella significatività di una vicenda…». Ecco ciò che fa un romanzo. E Flaubert aggiungeva: «La mia vita non sono i fatti, è un pensiero».

E insomma: per fare un romanzo occorre qualcosa di più dell’elencazione o dell’incardinamento di eventi, occorre questa operazione di transustanziazione: trasformare nel vino della letteratura l’acqua dei fatti della vita. Con l’avvertenza che il romanzo è olistico: qualcosa 𝘥𝘪 𝘱𝘪𝘶̀ della collazione dei singoli fatti. Hai detto paglia!

E tuttavia è proprio questa collazione che sembra di percepire a volte nelle pagine dense di questa lunga narrazione: manca l’elemento agglutinatore, il motivo o i motivi di fondo, al di là del tappeto cronologico su cui sono poste le minute rievocazioni che girano attorno a due nuclei familiari. Il procedimento talora ricorda quello nomenclatorio di vicende, uomini e oggetti de 𝘎𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪 di Annie Ernaux che, certo, avrà pure preso il Nobel, ma non perché glielo avrei dato io.

Altro obiettivo del libro sembra proprio la negazione della narrazione, intesa come consecutività dei fatti, a favore piuttosto della fissazione ipnotica di un momento di realtà che si disfa secondo l’intento 𝘶𝘵 𝘱𝘪𝘤𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘱𝘰𝘦𝘴𝘪𝘴.

Ed ecco i tratti in cui Nicola si sente escluso dal rapporto moglie-figlio e impiega quattro ore per riparare una camera d’aria, don Martino mangia pane e formaggio, la miseria affligge Capurso: il tutto isolato poeticamente come in 𝘶𝘯 𝘢𝘳𝘳𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘴𝘶𝘭𝘭’𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘦 dell’𝘦́𝘤𝘰𝘭𝘦 𝘥𝘶 𝘳𝘦𝘨𝘢𝘳𝘥 degli anni Sessanta.

Ma è una malia particolare che non so quanto possa essere redditizia per il lettore, in cerca della curvatura di una storia. Si consideri l’azzardo lirico di un passo come questo: «La felicità era la polvere dell’officina. Carone si grattava le guance non sbarbate, rimaneva di fronte alla vetrata, scrutava la via di Cellamare immersa nella notte.»

Forse prevale la ricerca della poesia delle cose, quella che coglie nel profondo il senso del quotidiano e del vivere, o anche la ricerca del sublime nel banale e nell’ordinario. Insomma il 𝘳𝘰𝘮𝘢𝘯𝘻𝘰 come disfacimento di eventi, ma che occhieggia ugualmente in una partitella di calcio contro la Grumese.

È un’operazione letteraria ardita, chic e choc, quella che tenta Lagioia. Non so quanti lo seguiranno: la narrazione come rincorsa del noumeno del mondo. Ma è così che si legge: «la Grumese era una squadra di montanari cattivi, piú temibili dei capursesi nella misura in cui l’infelicità d’alta quota supera quella di pianura», che è un modo effettato di chiudere una frase. Lagioia, lo abbiamo visto più su, inclina spesso a questo modo rischioso di inseguire l’effetto.

Direi che il nucleo più interessante, almeno come ipotesi di lettura, è il rapporto tra emancipazione economica e persistenza dell’arcaico: i personaggi diventano moderni nei comportamenti produttivi e nei consumi, ma continuano a essere governati da passioni e credenze antichissime.

Resta da verificare alla lettura se Lagioia riesca a fondere organicamente queste componenti oppure se il ricorso al magico finisca per attenuare la forza del realismo sociale. È una questione critica tutt’altro che secondaria per un romanzone di questa ambizione, oscillante, come s’è visto, tra narrazione storica documentale (vi sono riportate le esatte frasi pronunciate da De Gasperi, per dire) ed evocazione di Santa Barbara, sia basilica che via cittadina capursese, ma soprattutto allusione al mito ctonio, terragno, profondo, materno.

Della madre Puglia, in questo caso, che sta diventando, coi suoi Lagioia, Desiati, il giovanissimo Carrieri, i romanzi di Carofiglio per chi li legge, e al cinema con la pellicola 𝘓’𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘦𝘢 di Paolo Strippoli, il centro del mondo letterario nazionale.

Sotto questo profilo, l’indugio sul particolare realistico onde fargli sprigionare la propria suggestione lirica o mitopoetica – che mi sembra l’intento redazionale di fondo di 𝘚𝘢𝘯𝘵𝘢 𝘉𝘢𝘳𝘣𝘢𝘳𝘢 – in molti punti appesantisce il tutto e fa sì che questo sia un romanzo che o lo lasci o ti ci rompi la testa.

Io per adesso lascio, ma credo abbia detto quanto basti a inquadrare l’opera. Ma è da leggere, da riprendere, sicuramente.

 

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