Letteratura

Disabilità e futurismo nel nuovo romanzo di Andrea Parasiliti

“Disability song” è il romanzo brioso di Andrea G.G. Parasiliti che racconta una eversiva disabilità.

2 Novembre 2026

Andrea Parasiliti – 𝘋𝘪𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘺 𝘴𝘰𝘯𝘨 & 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘱𝘳𝘢𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 – Blake&Pound, Milano-Scicli 2026

Quando ti trovi davanti a un libro di cui non sai nulla, che ti è stato allungato dall’autore, persona appena conosciuta, e finalmente, giunto in poltrona col plaid sulle gambe steso a difesa del vecchietto che sei contro i primi freddi d’autunno, e lo apri quel libro e cominci a leggere, tu, critico della domenica ti chiedi quale sia la sua forma, ché un romanzo deve avercela una forma.

È sicuramente una narrazione non consecutiva, ma rapsodica, di memorie. Leggi e ti interroghi, cercando nella mente la parola chiave che possa catturarne la natura. Ma non la trovi, per il momento. E procedi nella lettura.

Giunto a una buona parte del testo, hai già repertato alcuni segmenti narrativi: la nascita a Chiaramonte Gulfi del giovane, voce narrante, nella Sicilia iblea; la scoperta, nei primissimi anni di vita, di una disabilità che lo fissa in una carrozzina; i primi atti di cura in Belgio; la crescita scolastica sotto la sferza intelligente di una professoressa.

E dalla tua mente di lettore affiora l’ultimo biennio delle elementari, trascorso a due passi da lì, a Francofonte, dove incontrasti l’immenso maestro Gurrieri, che ti ha dirazzato la scrittura mondandola dal dialetto, visto che scrivevi «allomare» la luce. Per pura coincidenza, anch’egli ibleo, modicano.

Qui invece la professoressa illuminata è chiamata «insegnante del mare»: una sorrentina finita non si sa come nel comune della nobile marca iblea, ispida coi superiori e morbida e avvolgente coi suoi ragazzi.

E tu che leggi sei ancora tormentato da quella parola chiave che possa inquadrare il segreto compositivo del libro che hai tra le mani.

Procedi, intanto, nella ricognizione degli eventi narrati. Il protagonista, che racconta se stesso, è adesso all’Università, a Milano. È alloggiato in uno studentato universitario e la mente del lettore, milanese da cinquant’anni, va all’Agostinianum, quello di Capanna, dove è scoppiato il Sessantotto. Ma nel libro non trovi alcuna indicazione esplicita, solo qualche allusione.

Il protagonista, nonostante la disabilità, è sottoposto, giustamente come tutti, alla cattiveria livellatrice del 𝘮𝘰𝘣𝘣𝘪𝘯𝘨 cameratesco e subisce pertanto le vessazioni della goliardia più truce. Il lettore ricorda quelle patite sotto la naja, in Friuli, a Palmanova: per esempio il carriolo a pallini, con gli arti superiori e inferiori conficcati negli elmetti rovesciati e spinti a scivolare lungo i corridoi fin contro le pareti.

Qui invece le burbacce matricole sono costrette, oltre che a 𝘤𝘰𝘳𝘷ée𝘴 umilianti verso gli Anziani, a levatacce per raggiungere Malpensa e assicurare ai cattivoni seviziatori certi dolci speciali.

Ma ecco che al giovane in carrozzina arrivano i primi ammaestramenti pedagogici per impulso di un fantasioso e spregiudicato prete brasileiro, padre Vinicius, che perora, fantasiosamente ma con una sua morale segreta, la chiusura dei siti porno e la riapertura dei casini.

Ma il nostro giovane non ne ha bisogno, perché ha le prime esperienze erotiche. Una prima ragazza, se ricordo bene, che gira attorno allo studentato, e poi la splendida e pronuba barista Nancy.

Il giovane ricorda di aver chiesto una volta: «Dottore, dottore, ma laggiù cosa mi succederà? E quello scoppiò in una risata incontenibile come una bottiglia di champagne… Tranquillo! Tu hai problemi con i muscoli volontari… quello, volontario non lo è… è tutto sangue. Nancy cinguettò, si scostò la mutandina bagnata e guardandomi dritta negli occhi mormorò “e sangue sia”…».

Ed ecco, all’improvviso, arrivarmi la parola lungamente inseguita. È una parola tedesca: 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴! Quella che sto leggendo è una narrazione in bilico tra rammemorazione e confessione, a tratti ilare, a tratti introspettiva, che inanella delle perle, ne fa una collana di 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴𝘴𝘦, di momenti di vita speciali.

Ecco: 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴, l’evento vissuto puntiforme. Il significato – dice lo smartphone interrogato – deriva dal verbo 𝘦𝘳𝘭𝘦𝘣𝘦𝘯 («vivere», «passare attraverso»). Indica un’esperienza vissuta nella sua singolarità e nella sua intensità emotiva, positiva o negativa.

Nella tradizione filosofica tedesca, 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴 si distingue da 𝘌𝘳𝘧𝘢𝘩𝘳𝘶𝘯𝘨, che è piuttosto l’esperienza sedimentata, accumulata e organizzata nel tempo. Qui non abbiamo tanto il racconto di una formazione progressiva e ordinata, quanto una successione di esperienze vissute, ciascuna dotata di una propria intensità e di una propria luce.

E su una raccolta di 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴𝘴𝘦, di lampi di vita, gira la strategia testuale del protagonista, che inseguirò anch’io nel prosieguo della lettura.

Lui è vivace, mobile di mente, e vive la propria condizione attraverso una serie di atti di vita intensamente vissuti, succhiando il midollo della vita, si direbbe col professor Keating dell’𝘈𝘵𝘵𝘪𝘮𝘰 𝘧𝘶𝘨𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦, film per il quale non ho sbavato, ruffiano com’è, ma che ha i suoi belli e indubbi 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴𝘴𝘦.

Eccolo, il nostro giovane, proseguire i suoi studi negli States. In aereo Elvira, bella sessantenne che si accinge a morire di tumore alla mammella, gli dice: «No, non verrai subito con me, tu devi ancora amare ed esibirti col tuo corpo deforme e sbullonato, farai innamorare l’umanità intera ma adesso ho finito il terzo bicchiere, andiamo a riempirlo assieme». E dolcemente lo titilla nei paesi bassi. Ma, una volta atterrati, no, non si frequenteranno.

E siamo giunti al punto in cui ho riavvolto la bobina della lettura condotta fin qui. Proseguo alla caccia, in avanti, di altri momenti di vita scritta. Il Nostro abborda l’università a New Orleans, ma qui niente sesso.
«Ché qui le ragazzette son tutte assuefatte alle pubblicità di corpi dinamici esplosivi barrette proteiche e ginnastica espiatrice degli abit burger e io non sono altro che un diavolo zoppo agli occhi di ogni mia coetanea depilata. Porco il mondo.»

Di fiore in frasca, il giovane scopre la povertà culturale media yankee e anche i primi spigoli della cultura 𝘸𝘰𝘬𝘦 e del 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢𝘭𝘭𝘺 𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦𝘤𝘵. E insomma i momenti di vita servono anche all’appercezione intellettuale del mondo yankee, dei suoi ritardi per alcuni versi e delle sue rincorse per altri.

Si chiude presto la parentesi americana, ed ecco il ritorno a Milano, in una casa sui Navigli, lontana dallo sferragliare dei tram. Qui giunti, saltando la repertazione degli eventi successivi e consegnandoli ancora chiusi ai lettori che abborderanno il robusto volume, mi sembra arrivato il momento di sintetizzare la morale del testo.

Ossia che il nostro giovane amico ha sviluppato una sensibilità eversiva nei confronti della disabilità. E ciò non tanto per l’inclinazione gioiosa ai sensi, come abbiamo anche visto, ma perché: «La disabilità è personale, come la colpa, Signori della Corte. Ognuno ha le proprie varianti nell’universo delle malattie terrestri.»

È una dichiarazione che sottrae la disabilità all’astrazione delle categorie generali e la restituisce alla singolarità irriducibile di chi la vive. Non una condizione da esibire come titolo di merito, né una disgrazia da amministrare sentimentalmente, ma una modalità concreta e individuale dell’esistenza.

Sarebbe inutile, pertanto, inseguire con curiosità non so fino a che punto morbosa gli eventi della vita narrata, dipanare epicicli ed epicicli della vita dell’Andrea vivente e scrivente, se non dessi contezza del suo 𝘱𝘦𝘯𝘤𝘩𝘢𝘯𝘵 per il futurismo e il marinettismo.

«Potrei raccontartene chissà quante – scrive nel sottofinale – ché nella mia vita c’è sempre bisogno di un adattamento, un accomodamento, un accorgimento in più, una invenzione meccanica che moltiplichi il mio corpo che nasconde sapientemente la mia anima ottimista, leonina e futurista.»

Ecco allora che il futurismo non è soltanto un’inclinazione estetica o una professione di simpatia per Marinetti: diventa una maniera di pensare il corpo, la macchina, l’invenzione e la possibilità di moltiplicare le proprie facoltà. Non il corpo idealizzato dell’uomo perfetto, ma quello concreto, imperfetto, che si prolunga nella tecnica e vi trova nuove possibilità di azione.

Nella conversazione che abbiamo avuto in un assolato pomeriggio autunnale milanese, dalle parti della Cattolica, gli ho raccontato che nei miei primi anni milanesi, sul cadere degli anni Settanta, sono stato ospite pagante della nipote di Luigi Russolo, il pittore e musicista futurista inventore degli 𝘐𝘯𝘵𝘰𝘯𝘢𝘳𝘶𝘮𝘰𝘳𝘪.

Io, apparentemente abile e arruolato nella pantomima del vivere, ma come lui attratto, forse, dai rumori intonati da un mondo che ci piace a partire soprattutto dalle nostre particolari abilità: che sono non pensarci, e sorridere ai casi avversi. Agli 𝘌𝘳𝘭𝘦𝘣𝘯𝘪𝘴𝘴𝘦 sbagliati.

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