Letteratura

Battiato tra sublime e trash nella visione di Labranca

Un confronto tra Labranca e Battiato a partire dal libro appena uscito per Oscar Mondadori. “Dal pop al popolo”.

16 Ottobre 2026

LABRANCA E BATTIATO, un confronto

C’è nei libri di Labranca (quelli raccolti da Claudio Giunta nel recentissimo 𝘋𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘱 𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰) un singolare corpo a corpo con i testi e la figura di Franco Battiato. Si vede che Tommaso subisce una forte fascinazione del magnetismo canoro di Franco e tuttavia non riesce ad annetterlo nel proprio Olimpo estetico dove regnano intronizzati in alto i parolieri Pace-Panzeri-Pilat, il bravo presentatore Gerry Scotti e la cantante emiliana Orietta Berti. Costoro appaiono ai suoi occhi come una sorta di trash consapevole e senza pretese, inservienti dello Spettacolo senza conati verso l’Alto, senza bovarismi estetici e proiezioni verso il Sublime, insomma rappresentano l’ideale nella sua teoresi estetica del trash consapevole. Gente che non se la tira e non rischia lo slancio verso il tono sostenuto e grave che possa suggerire una qualche profondità noumenica.

Chiosa Giunta, il suo più accreditato critico nella appassionata e molto bella biografia di Labranca 𝘓𝘦 𝘢𝘭𝘵𝘦𝘳𝘯𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘰𝘯𝘰: «Nella sfera dell’arte, come nella sfera sociale, Labranca detesta i simulatori e ammira gli autentici, e sia Zero sia Orietta Berti lo sono». E ancora: «In primo luogo, la Berti è l’emblema di virtù che lui apprezzava in modo particolare: la sobrietà, la modestia». Insomma per Orietta Labranca stravede, pare che se ne fosse anche innamorato.
Insomma, per lui Orietta è il «𝘴𝘶𝘣𝘭𝘪𝘮𝘦 𝘥’𝘦𝘯 𝘣𝘢𝘴» il Sublime rovesciato di Flaubert.

Franco Battiato pone invece alcuni problemi a Labranca. Nel suo giochicchiare e rimestare nei territori tra il Basso e l’Alto mimetico, secondo me, Battiato conserva uno slancio verso l’Alto, il Sublime inattingibile. O anche, come nel verso di Gozzano sembra voler coniugare “Nietzsche e camicie”, far cozzare l’aulico e l’ordinario, abbassare il sublime filosofico alla prosaicità della vita quotidiana, portare l’assoluto come nell’immagine famosa di Céline, al livello del barboncino, e questo porta invece Labranca a un corpo a corpo con la poetica di Battiato e a un cortocircuito teoretico.

Che fare verso un soggetto così sfuggente?

Labranca è combattuto: «Franco Battiato è al tempo stesso cialtrone e non-cialtrone e forse è in questo la sua grandezza».
Il Battiato 𝘯𝘰𝘯-𝘤𝘪𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰𝘯𝘦 è quello delle suggestioni mistiche, dei deserti e dei sufi, quello che ha scritto, secondo Labranca, «il più bel verso mai composto» sull’irruzione della guerra nella pace quotidiana: «Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo / stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi». È anche il Battiato che affida i propri testi a Manlio Sgalambro.
Il Battiato 𝘤𝘪𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰𝘯𝘦, invece, è quello delle opere troppo debitrici di Philip Glass, di 𝘈𝘭𝘦𝘹𝘢𝘯𝘥𝘦𝘳𝘱𝘭𝘢𝘵𝘻, con il suo repertorio di malinconie berlinesi, e soprattutto di 𝘗𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢 𝘕𝘦𝘷𝘴𝘬𝘪𝘫.

Su quest’ultima canzone Labranca si accanisce con una puntigliosità quasi poliziesca. Contesta la traslitterazione di 𝘕𝘦𝘷𝘴𝘬𝘪𝘫 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘬𝘵, l’improbabilità dei trenta gradi sotto zero a Pietroburgo e, soprattutto, l’accumulo di stereotipi russi: le Guardie rosse, i lupi, le vecchie coi rosari, i campanili, le piazze deserte. Ne ricava una divertita requisitoria contro quella che definisce «la banalità geofolcloristica», un campionario di cartoline esotiche assemblate senza alcuna preoccupazione di coerenza geografica o storica.
Il sarcasmo culmina nell’immagine delle vecchie coi rosari, sopravvissute a rivoluzioni, lupi e temperature polari, e nella conclusione fulminante: «Intanto, cacciati i lupi e sistemate le vecchie, cosa resta da fare a Battiato? Poco. Se ne sta con altri “seduti sui gradini di una chiesa” ad aspettare che escano le donne. Tutto il mondo è paese: credevamo di essere in Russia e invece siamo nella piazza principale di Ramacca».

L’analisi è sapida, talvolta irresistibile, ma mi sembra che qui Labranca, nel suo zelo demistificatorio, finisca per prendere un abbaglio critico. Le imprecisioni geografiche, le incongruenze storiche e perfino gli stereotipi folkloristici sono sostanzialmente ininfluenti ai fini della resa poetica. Una canzone non è un trattato di geografia né un reportage di viaggio. (Io ho in testa i paesaggi sfumati e onirici de 𝘐 𝘵𝘳𝘦𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘛𝘰𝘻𝘦𝘶𝘳).
La sua verità non risiede nell’esattezza dei riferimenti, ma nella capacità di trasfigurarli in immagini, atmosfere, suggestioni. E 𝘗𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢 𝘕𝘦𝘷𝘴𝘬𝘪𝘫, piaccia o no a Labranca, possiede proprio questa capacità evocativa. Insomma, Labranca sottopone a una verifica di attendibilità documentaria ciò che andrebbe giudicato anzitutto per la sua efficacia estetica. Ha forse ragione sui dettagli, ma non è detto che abbia ragione sulla poesia, perché quasi mai o non sempre la poesia coincide con la precisione del referto.

L’analisi procede su questo tono, devo dire con bella e intonata 𝘢𝘭𝘭𝘶𝘳𝘦 di prosa critica, ma con il piglio da signor Precisetti e ragionier Filini. Labranca pencola tra attrazione e ripulsa nel giudizio, che poi arriva, in una doppia sentenza sanzionatoria in una nota, in cui «l’esoterico musicista, sempre più emulazione fallita di Philip Glas, è un caro amico di casa Calasso». Ossia di essere trash (emulazione fallita) e sodale dello «spirito Adelphi» verso cui Labranca ha aperto un fronte polemico da tempo, da quando ha inventato le sue spassose copertine “Adelphake”. Resto comunque perplesso perché dare del trash (emulazione fallita) credevo fosse un 𝘢𝘵𝘰𝘶𝘵 nella visione di Labranca. Ma forse mancando il pecoreccio non rientra a pieno titolo nei suoi favori teoretici.

♤♡◇♧

Sul tema Battiato a questo punto faccio autopromozione e riprendo quanto scrivevo nel mio 𝘊𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰𝘴𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢 alle osservazioni critiche e alle insofferenze del mio amico Massimo Onofri nel suo 𝘗𝘢𝘴𝘴𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘪𝘯 𝘚𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢.

Scrivevo:

«Onofri si lancia in una invettiva, non credo molto giustificata, contro questo cantautore per lui così irritante nonostante abbia scritto qualche memorabile canzone come 𝘓𝘢 𝘤𝘶𝘳𝘢, 𝘓𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘮𝘰𝘳𝘦 e 𝘛𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘨𝘰 𝘢 𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘳𝘦. Gli rimprovera, sulla scorta di alcune interviste, quel moralismo dozzinale di chi si iscrive d’ufficio nel partito degli onesti, tratto che confluirà nella canzone 𝘗𝘰𝘷𝘦𝘳𝘢 𝘱𝘢𝘵𝘳𝘪𝘢, ma anche «la simulazione della profondità […] ottenuta per disinvolto sincretismo da tutte le religioni e da ogni filosofia orecchiate negli anni. I suoi utenti – poco importa se delle canzoni o dei film imbarazzanti che s’è messo a fare – possono acquistare così a basso prezzo, una patente di spiritualità, un titolo di esoterica nobiltà». Nel leggere alcune esternazioni di Franco Battiato, invero, ci si mette le mani ai capelli. Ma egli è stato sempre così: il latore di uno spiritualismo generico e sincretistico, ove il Frate e il Profeta si scambiano la barba. In tarda età si sono aggiunti anche i filosofemi da pensiero negativo dello sfinito Sgalambro. Però occorre tornare alla canzone in sé. Nella sua poetica e musicalità, sia dodecafonico-tedeschizzante, sia mistico-orientale, ricordi etnei e pedemontani, dervisci rotanti e danzatori bulgari, contrabbandieri macedoni, gesuiti euclidei, si mischiano, con un 𝘯𝘰𝘯𝘴𝘦𝘯𝘴𝘦 alto di gamma, diciamolo, in un suasivo codice 𝘮𝘪𝘥𝘤𝘶𝘭𝘵 che ha senso e sottile fascino solo in quel sinolo (parola e musica, dove dei due non si sa qual è la forma e quale il contenuto) che è la canzone, meglio se con orchestrazione del Maestro Giusto Pio. Proibito ascoltarlo, dunque, quando parla in prosa come Monsieur Jourdain o lontano dal palco o dalla sala di registrazione, come del resto Antonello Venditti quando esterna lontano dal suo accattivante lirismo rionale (𝘎𝘪𝘶𝘭𝘪𝘰 𝘊𝘦𝘴𝘢𝘳𝘦) o Celentano dal suo ecologismo anticipatore.

E con tutto ciò si può restare grandi artisti, come Battiato nella sua arte sicuramente fu. Com’è vero che ci sono scrittori/narratori strabilianti ma con una debolissima visione del mondo. Qualcuno mi sa dire qual è l’ideologia di quel narratore seriale e geniale che è Dumas? Occorre dunque chiudere un occhio sulla prosa e aprire l’altro sulla poesia, sulla canzone in sé, separare l’artista sorgivo dal guru in proiezione pubblica. Di un grande e originale artista sono non solo le composizioni degli anni Ottanta ricordate da Onofri, che credo piacciano a molti e che conservano ancora intatto il loro fascino, ma anche le canzoni in dialetto catanese, meglio dire, ionico (Battiato è nato a Ionia infatti, il nome fascista di Giarre-Riposto). Queste composizioni sono di una dolcezza infinita e di stordente bellezza, destinate solo agli 𝘩𝘢𝘱𝘱𝘺 𝘧𝘦𝘸 che sanno decifrare le malie linguistiche di “𝘋𝘶𝘮𝘪𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘫𝘶𝘳𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘤𝘪𝘳𝘰𝘤𝘤𝘶/𝘧𝘰𝘳𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘱ò 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘪/𝘱𝘱𝘪 𝘧𝘢𝘳𝘪 ‘𝘯𝘱𝘰𝘤𝘶 𝘪 𝘧𝘳𝘪𝘴𝘤𝘶/𝘤𝘩𝘪𝘶𝘳𝘶 𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘢 𝘷𝘢𝘯𝘪𝘥𝘥𝘶𝘻𝘻𝘢/ 𝘦 𝘮𝘪 𝘷𝘢𝘪𝘶 𝘢 𝘳𝘪𝘱𝘶𝘴𝘢𝘳𝘪”, “𝘜 𝘴𝘢𝘯𝘵𝘶 è 𝘥𝘪 𝘮𝘢𝘳𝘮𝘶𝘳𝘶 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘶𝘳𝘢”, “𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘢𝘳𝘳𝘦𝘳𝘪 𝘰 𝘴𝘢𝘯𝘵𝘶 ‘𝘯𝘥𝘢 𝘷𝘢𝘯𝘦𝘥𝘥𝘢” o “𝘯𝘰 𝘮𝘰 𝘫𝘢𝘥𝘥𝘪𝘯𝘦𝘥𝘥𝘶 𝘮𝘪 𝘱𝘪𝘢𝘤𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘪 𝘴𝘶𝘭𝘢”
Cito soprattutto da 𝘚𝘵𝘳𝘢𝘥𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘭𝘭𝘦𝘭𝘦 (aria siciliana) cantata insieme all’indimenticabile, solare, mediterranea, Giuni Russo (che è autrice del testo, si legge in Rete, mentre la musica è della di lei compagna Maria Antonietta Sisini), peraltro sublime interprete dell’ultima meravigliosa canzone balneare, scacciapensieri, di bella tradizione italiana che è 𝘜𝘯’𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘢𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦, scritta da Battiato, la quale per levità e forza evocativa di estasi balneari – oggi bombardate da musica psichiatrica tum-tum, da rap dalla versificazione slombata e da latinos generici – sta alla pari, nel genere, con la deliziosa 𝘈𝘣𝘣𝘳𝘰𝘯𝘻𝘢𝘵𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘢 di Edoardo Vianello (arrangiamenti di Ennio Morricone) degli anni belli che furono. Gli Anni Sessanta, che come diceva Arbasino erano anni in cui il futuro aveva ancora un avvenire.

 

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