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Letteratura

Un romanzo che lascia il segno

di Filippo Cusumano

“Tanto domani muori”, di Antiniska Pozzi, è un romanzo che si legge tutto d’un fiato non solo per la qualità della scrittura, ma anche per quanto riesce a coinvolgerci nelle vicende che sono oggetto della narrazione.

29 Gennaio 2026

A volte il piacere di leggere un romanzo risiede nella sua tensione narrativa: la trama può anche risultare poco verosimile, o addirittura implausibile, ma lo leggiamo in fretta perché siamo ansiosi di sapere come va a finire.
“Tanto domani muori”, il romanzo di Antiniska Pozzi, pubblicato da Harper Collins Italia, è invece un libro che si legge tutto d’un fiato – e con grande piacere – non solo per la qualità della scrittura, ma anche per quanto riesce a coinvolgerci nelle vicende che sono oggetto della narrazione.
Ambientato nella periferia nord di Milano, vicino alla ferrovia, dove su un muro campeggia la scritta che dà il titolo al libro: “Casa auto lavoro / tanto domani muori”, il romanzo ha come protagonista Anna, che vive un’infanzia insicura e un’adolescenza tormentata, con  Nino, un padre affidabile, ma poco presente e Adriana, una madre ossessionata dai propri fantasmi.
Attraverso lo sguardo di Anna, viene ricostruito un mondo familiare complesso  e ricco di avvenimenti e il passaggio di un’epoca, quella che va dall’inizio degli anni 80 alla fine del secolo scorso.
“Tanto domani muori” è un romanzo di formazione e al tempo stesso un momento di  riflessione universale sul dolore e sulla memoria.
È una di quelle storie che non cercano di piacere, e proprio per questo riesce a lasciare il segno.
La scrittura  è asciutta, tesa, lucida, non colpisce per eccesso, ma per precisione: ogni frase sembra scelta per restare, non per compiacere.
Il titolo, già di per sé una dichiarazione brutale, non è una provocazione gratuita: è la chiave di lettura di un libro che guarda in faccia la realtà senza retorica né indulgenza. Netta nel romanzo è la scelta di lasciare aperte e ben visibili le ferite, senza edulcorare i fatti o offrire consolazioni preconfezionate.
I personaggi non sono mai “costruiti”: esistono, respirano, sbagliano.
E il racconto è ricco di immagini e suggestioni, descritte con frasi brevi ma sempre evocative.
Come dimostra sin dalla prima pagina che qui riportiamo (il soggetto è la protagonista del romanzo):

Apre gli occhi e aspetta che il buio si plachi.
Si chiama Anna, ha sei anni, tre trecce e si trova rincalzata nel letto di una cameretta al terzo piano di un edificio in klinker marrone alla periferia nord della città.

Di notte sente sempre dei rumori, come di un cubo che le rotoli nella testa, ma non capisce mai se quel cubo esista davvero al di fuori di sé.
Molte altre cose esistono, al di fuori, ma per lei ci sono soprattutto una madre in attesa del terzo figlio e del secondo esaurimento nervoso, un padre che lavora in nero in un garage che chiama “officina”, un fratello irrequieto, inspiegabilmente prediletto dalla vicina di casa, che nel pomeriggio sta con loro mentre la madre cerca di salvarsi la carriera (e tutti sanno che non ce la farà).
Anna ascolta nel buio il russare del padre.
Anche oggi è uscito presto e tornato tardi, e questo è tutto quello che Anna sa del suo lavoro, oltre ai conti – scritti a biro rossa in doppia colonna – che la madre verga ogni mese sul calendario appeso alla porta della cucina, così che li vedano tutti. C’è una cifra da un lato, a cui viene sommata un’altra con accanto la sigla FB.
Solo molti anni dopo Anna saprà che FB significa “fuori busta

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