linkedin serve a dire che si lavora. facebook serve a lavorare

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9 Dicembre 2015

Linkedin è il principale social network dedicato alla vita professionale .
Gli iscritti compilano il proprio profilo indicando gli studi compiuti, i ruoli ricoperti presso le aziende per cui hanno lavorato etc. Buona parte delle persone hanno titoli in inglese: founder ceo director manager expert professor developer.
Più i lavori sono poco chiari e difficili da spiegare più si ricorre a termini inglesi sempre più improbabili.
Ci si connette l’un l’altro per conoscenza personale, perché si è (stati) colleghi o per stima professionale e ovviamente per lo scopo precipuo di avere tanti contatti. Pare faccia curriculum. Le forme di interazione sono sostanzialmente tre: messaggistica, partecipazione a gruppi tematici e relativi discussioni o commenti e like ad un post pubblicato da un proprio contatto o segnalato da esso.
Linkedin ha avuto successo, a dispetto di altri social network che insistevano nello stesso ambito, probabilmente perché ha saputo conciliare la noia dei curriculum vitae con il desiderio di ognuno di mostrare il proprio successo professionale e di esprimere quelle idee, quelle competenze, quei modi di pensare out of the box che piacciono tanto ai selezionatori e che non sempre è possibile esprimere nei luoghi di lavoro.

Insomma, è stato un modo per portare nel mondo del 2.0 la logica del ricerca di lavoro e per mettere in contatto persone con interessi soprattutto attinenti la sfera professionale simili.
Per quanto riguarda la ricerca e selezione offre, almeno sulla carta, degli indubbi vantaggi. Il profilo è sempre aggiornato a dispetto di un cv inviato mesi fa in risposta ad annuncio di lavoro. In teoria non ci sarebbe nemmeno bisogno di pubblicare un annuncio per trovare la persona adatta.  Il selezionatore potrebbe navigare per i profili alla ricerca di quello più adatto, magari potendo indagare su quei soft skill che non sempre emergono nei colloqui di lavoro. In questo scenario il network di contatti ratifica implicitamente le competenze e l’adesione a certi valori professionali e più semplicemente funziona da vasca per i pesci in cui pescare.
Oggi in tempo di gig economy ha ancora senso parlare di curriculum vitae?
Il tempo di quando si faceva carriera nella stessa azienda per tutta la vita o si cambiava azienda perché tanto erano tutte uguali per fare carriera è al tramonto. Allo stesso modo il tempo in cui gli studi compiuti 20 anni prima determinavano il percorso futuro.
Innanzitutto perché le aziende simili tra loro si fondono e si acquisiscono l’un l’altra, pertanto vengono meno opportunità di cambio. Inoltre, le aziende rimaste tendono a differenziarsi sempre più per settori e per logiche commerciali. Infine, luogo i percorsi professionali sono sempre più liquidi.
Ai manager che stufi dello stress e della superficialità delle multinazionali aprivano negozi di biciclette, ristoranti biologici si sono affiancati fotografi che fanno i  magazzinieri, stilisti che insegnano yoga, social manager che la sera si esibiscono come pole dancer. Oltre al fatto che quasi tutti che di tanto in tanto affittano un divano una stanza o la casa tramite airbnb.
Senza considerare che queste combinazioni cambiano rapidamente. Per cui nel giro di pochi mesi si passa dalla fotografia allo yoga al manager di una community di appassionati di hifi.

Non capisco come si possa dare conto in un cv e nel proprio profilo linkedin della molteplicità e delle fluidità delle proprie esperienze senza risultare ridicoli.

La rigida linearità del cv, che linkedin perpetua, per cui ciò che sta in cima è definitivamente più importante di ciò che sta una riga sotto, mortifica il concerto di esperienze che costituisce la realtà professionale di sempre più persone.

A questo va aggiungo che la distinzione fra sfera privata e professionale è sempre più permeabile.

Non solo con facebook condividiamo con le persone con cui lavoriamo (colleghi e persone di altre aziende con cui siamo in contatto) più di quanto si facesse un tempo, ma soprattutto molte delle nuove attività professionali, per il loro contenuto ma anche per le modalità con cui si svolgono, generano un coinvolgimento più intensoa livello personale, che supera la dialettica collega-collega e quella cliente-fornitore, perciò rimanere legati solo tramite linkedin è spesso inadeguato.

Insomma linkedin è perfetto per mantenere i contatti con l’imbianchino che mi ha dipinto l’ingresso oppure con il consulente strategico che ha sviluppato il piano strategico della mia azienda.
Ma con lo skipper con cui ho condiviso una vacanza e chi ha fatto avvicinare alla vela o con il fotografo da cui ho comprato una foto che mi ha emozionato ambisco ad un rapporto più intenso, per cui è normale diventare amici su facebook con tutti i limiti di privacy del caso.
Insomma Linkedin va bene per quei lavori dai titoli altisonanti e rigidi, per cui bisogna mantenere le distanze, per cui serve mettersi su un piedistallo o semplicemente in vetrina, in attesa di essere scelti.

Qualche tempo fa su Linkedin circolava un appello spontaneo per ricordare agli iscritti che Linkedin non è facebook, per dire che su Linkedin si discute di cose serie, professionali mentre certe discussioni leggere e sciocche vanno tenute su facebook. A me sembrava un appello stupido, paradossalmente mi ricordava quelli che circolano proprio su facebook. Un appello che esprimeva una visione impiegatizia della vita lavorativa. Una sfera che prevede l’esistenza di argomenti seri e argomenti meno seri. Distinzione quanto meno curiosa se molti dei sostenitori di quell’appello si occupano di marketing e di consumi: più prosaicamente di scatolette di tonno, barrette di cioccolato, da mega direttori ma pur sempre di cose futili. 

Gli strumenti di un tempo per marcare le distanze non sono più disponibili – il vetro fra il cliente e l’impiegato, il completo e la cravatta per distinguere il consulente strategico dal dirigente etc – in un’epoca di relazioni virtuali teniamo solo i nudi nomi. linkedin è perfetto per chi è nostalgico del vecchio mondo lavorativo al punto da usare nuovi strumenti per costruire un mondo vecchio.

Tempo fa, espressi le mie perplessità sull’efficacia del nuovo spot Barilla con PierFrancesco Favino. Dissi, in sintesi, che sembrava lo spot di un’azienda di trasporti e non quello di una tipo di pasta. Un tizio, che aderiva all’appello Linkedin non è facebook, dal titolo con due o tre termini in inglese, mi rispose che Barilla non sbaglia.

La questione non è chi avesse ragione ma l’argomento usato, quello dell’auctoritas, in un mondo nato per permettere alle persone di confrontarsi, si cercava di ripristinare le logiche per cui chi è grande e grosso ha ragione, a prescindere.

Ma se i nostri lavori sono di altra natura e soprattutto la costellazione di essi è più eclettica e dinamica, la cravatta e la vetrina simboliche che linkedin offre sono più che altro d’impaccio. Il titolo ci  presenta ma ci costringe in un ruolo. Insomma se siete degli impiegati (quadri e dirigenti) e siete solo quello linkedin fa per voi.

Se avete una vita professionale più complessa e soprattutto molto dinamica rimanete su linkedin con lo stesso spirito con cui usate un lettore cd in un’epoca di musica liquida. Avete ancora un po’ di cd in casa e di tanto vi piace ascoltare un album intero sapendo che lo fate solo per la nostalgia di un mondo dove tutto era chiaro e per rintanarvi in quella confort zone per cui le cose sono ancora catalogabili e ordinabili: i cd rock da una parte e quelli di lirica dall’altra, anche se poi li tenete disordinati.

Oggi con lo shuffle di itunes o di spotify ai sex pistols può seguire albinoni in virtù di un misterioso algoritmo che seleziona i brani in base ad una delle infinite classificazioni che permette di trovare intime affinità tra brani tanto diversi. Affinità che spingono una persona a dirigere uno stabilimento metalmeccanico la mattina e suonare il duduk due volte a settimana in matrimoni armeni. Solo l’ipocrisia lo costringe a scrivere nel proprio profilo che dirige uno stabilimento eppure sa che è più nobile e professionale suonare il duduk. Mica facile suonare il duduk.

 

P.S. Barilla, a differenza di quanto promesso, non sta pubblicando nuovi episodi della campagna con Favino autista.

TAG: airbnb, barilla, Facebook, favino, Lavoro, lavoro autonomo, LinkedIn
CAT: lavoro dipendente

2 Commenti

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  1. franco-pecchio 5 anni fa

    mi sa che hai ragione ma LinkedIN è rigido e anche la sua comunità: non si mettono le foto del weekend perché non sarebbe “professionale” e si finisce per parlare di lavoro con amici e conoscenti su messenger piuttosto che sulla nuova chat di Linkedin, forse arrivata troppo tardi.

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  2. franco-pecchio 5 anni fa

    a proposito, se nello spot inquadravano il marchio del camion magari prendevano due piccioni con uno spaghetto

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