È l’alba di un’Internazionale femminista?

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12 marzo 2018

«MeToo è una parte importante del movimento globale delle donne e delle femministe contro il sessismo. La diseguaglianza di genere va demolita». A dirlo a Gli Stati Generali, con chiarezza cristallina, è Clare Chambers, docente di filosofia presso l’Università di Cambridge, e autrice di numerosi saggi su femminismo e uguaglianza di genere.

Dopo lo scoppio del caso Weinstein lo scorso ottobre, l’hashtag #MeToo è stato usato da centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo. Definirlo virale è riduttivo: nel giro di pochi giorni sono stati registrati 1,7 milioni di tweet in più di 85 paesi del mondo. E la questione delle molestie sessuali sul luogo di lavoro ha fatto irruzione nel dibattito pubblico e mediatico di decine di paesi. Il mese scorso, Ruth Bader Ginsberg, giudice della Corte suprema americana, ha definito Me Too un movimento che è “here to stay”. Qui per restare. E non solo negli Stati Uniti. In molti altri paesi, da Israele al Regno Unito, dalla Francia alla Nigeria, e persino nelle nazioni leader della parità di genere, come Islanda e Svezia, le denunce per molestie sessuali sono aumentate in maniera esponenziale dallo scorso ottobre. Con una visibilità senza precedenti.

«Credo che sia un fenomeno importante – dice Maria Serena Sapegno, docente della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università La Sapienza di Roma –. Un grande movimento di opinione che ha messo a fuoco una realtà tanto significativa quanto poco discussa. Non conosco donne che non abbiano ricevuto molestie di qualche tipo, è un’esperienza comune a tutte, fin dall’infanzia. E deriva dal pervasivo esercizio del potere da parte degli uomini, a vari livelli e in vari modi. È fondamentale che se ne parli perché su di esso c’è sempre stato silenzio: per la vergogna, il senso di colpa e la sensazione di totale impotenza provata dalle donne».

In gran parte del mondo, il lavoro remunerato non è più appannaggio del sesso maschile da decenni. Ma nonostante l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, l’ufficio, il negozio, lo studio o la fabbrica spesso non sono – ancora – posti per donne. «Nel lavoro le donne non hanno parità di diritti e opportunità rispetto agli uomini – continua Chambers –. In realtà sono penalizzate da diverse forme di sessismo: le molestie sessuali, gli stipendi più bassi, l’incompatibilità della vita professionale e familiare, gli stereotipi duri a morire e i comportamenti discriminatori in generale».

Secondo Wen Liu, originaria di Taiwan e assistant professor di studi di genere alla State University di New York, la chiave del successo di Me Too è proprio questa: «Non soltanto ha permesso di condividere degli eventi traumatici, ma ha fatto leva sulla diffusa frustrazione verso quel sistema che, in teoria, avrebbe dovuto garantire uguaglianza e libertà alle donne. E che, invece, è spesso crudele». Ossia il mondo del lavoro. In fondo lo scriveva la filosofa e scrittrice francese Simone de Beauvoir in Il secondo sesso quasi settant’anni fa: “è per mezzo del lavoro che la donna ha in gran parte superato la distanza che la separava dall’uomo, e soltanto il lavoro può garantirle una libertà concreta”.

«Il desiderio sessuale e la seduzione non c’entrano nulla, è un esercizio di puro potere»

Secondo Sapegno «con le molestie viene mandato un segnale chiaro alle donne: “questo non è il tuo spazio ma il mio, qui comando io e se non stai alle mie regole sei fuori”. E sia chiaro: il desiderio sessuale e la seduzione non c’entrano nulla, è un esercizio di puro potere che, per taluni uomini, può anche essere un importante veicolo di eccitazione».

Grazie a manifestazioni, sit-in, proteste, e altre azioni (ad esempio i manifesti firmati da varie attrici e giornaliste italiane) Me Too è andato ben oltre l’hashtag. «Credo che lo si possa chiamare un vero e proprio movimento – nota Mia Liinason, docente di studi di genere all’Università svedese di Gothenburg, specializzata nell’analisi della politica e delle iniziative femministe collettive –. Fra le altre cose perché esprime una protesta, sensibilizza, prende forza dalle azioni di gruppo, e soprattutto rende più consapevoli. E quindi anche più forti».

Anche grazie alla consapevolezza che l’epidemia delle molestie è la proverbiale punta dell’iceberg. «A prima vista può sembrare che Me Too si focalizzi esclusivamente sulla questione delle molestie sessuali – concorda Liu – ma in realtà scaturisce da un più generale senso di delusione e ansia riguardo l’esercizio patriarcale dell’autorità e della violenza in generale».

«Hanno manifestato gruppi di politiche, donne nel settore ICT, nella giustizia, nella medicina, nei media, nell’aviazione, persino le donne nel sacerdozio»

Non a caso Me Too è approdato persino nel paese campione mondiale della parità di genere: la piccola Islanda, dove la parità di stipendio è diventata legge a gennaio. E dove l’hashtag ha fatto molto rumore. «È stato fantastico vedere tutto quello che è successo – racconta Gyða Margrét Pétursdóttir, docente di studi di genere all’Università d’Islanda –. Il primo a manifestare è stato un gruppo di politiche, a novembre, poi ne sono seguiti altri 15. Donne nel settore ICT, nella giustizia, nella medicina, nei media, nell’aviazione, persino le donne nel sacerdozio».

Iniziative che hanno avuto un’ampia copertura mediatica, perlopiù positiva. «Il che è una novità – chiarisce Pétursdóttir –. Certo, c’è stato qualcuno che si è lamentato dicendo che ormai non si sa più come parlare alle donne, ma sono stati casi davvero isolati. Del resto secondo i dati del 2010, gli ultimi disponibili qui in Islanda, il 42% delle donne ha subito qualche forma di violenza di genere dopo i 16 anni. Quindi il problema esiste anche qui».

E anche in Islanda, spiega la docente, le donne sono spesso discriminate sul luogo di lavoro. «Il part-time è molto più diffuso tra le donne che tra gli uomini, e il lavoro domestico e la cura dei bambini ricadono ancora soprattutto sulle spalle delle donne. Le posizioni apicali sono occupate da donne solo di rado. E le professioniste dei gruppi nati sull’onda di Me Too, oltre a denunciare vari tipi di molestie e casi di violenza, hanno raccontato che il messaggio che ricevono dai colleghi o dai superiori, più o meno esplicitamente, è che non sono le benvenute in quel tipo di professione».

«Ho notato che in Nigeria le donne non fanno i nomi degli uomini che hanno abusato di loro, talvolta anche nell’ambito familiare»

Nella sua diffusione in decine di paesi del mondo, Me Too ha assunto forme diverse, e in alcuni contesti è andato oltre la denuncia delle molestie sessuali sul lavoro. «Sono appena tornata a Londra dopo aver passato vari mesi in Nigeria e non ho parlato di quasi nient’altro per tutto il tempo – racconta ridendo Minna Salami, scrittrice femminista finno-nigeriana fondatrice del famoso e pluri-premiato blog MsAfropolitan –. A Lagos si sono tenuti anche vari eventi Me Too, ma ho notato che in Nigeria le donne non fanno i nomi degli uomini che hanno abusato di loro, talvolta anche nell’ambito familiare. È strano vedere questa riluttanza da parte delle nigeriane, che tendenzialmente sono donne molto decise. E mi preoccupa un po’ perché mi pare dica molto di quanto ci spaventi l’idea di sfidare lo status quo».

Me Too non è stato una novità ovunque sia arrivato. Contrariamente a quanto potrebbero suggerire gli stereotipi, ad esempio, in Egitto e altri paesi arabi le donne si organizzano da tempo per denunciare il fenomeno delle molestie sessuali. «Dopo le rivoluzioni la situazione dei diritti delle donne di alcuni paesi è migliorata – dice Sahar Talaat, docente di digital media e ricercatrice all’università egiziana Future University–. Ad esempio in Tunisia, Egitto, Marocco ed Emirati Arabi Uniti. E prima della nascita di Me Too esistevano già dei movimenti, e autentiche lobby femminili che da anni denunciavano la pervasività delle molestie sessuali, che non sono affatto limitate al luogo di lavoro, ma riguardano la vita di ogni giorno».

Già nel 2010, ad esempio, un gruppo di egiziane aveva lanciato l’iniziativa digitale HarassMap per mostrare fino a che punto le molestie sessuali siano un fenomeno diffuso in Egitto, e per portare la questione nel dibattito pubblico. Ancora, il video “Creepers on the Bridge”, girato di nascosto dall’egiziano-americana Colette Ghunim e da Tinne Van Loon nel 2014 per mostrare cosa significa per una donna camminare in uno dei punti nevralgici del Cairo, ha totalizzato 1,8 visualizzazioni su Vimeo e mezzo milione su YouTube. Le ragazze hanno poi ottenuto 27mila dollari di finanziamento su KickStarter per girare un documentario vincitore di vari premi internazionali.

«Adesso in Egitto esistono leggi che puniscono i molestatori – aggiunge Talaat –, e in certi casi con pene che vanno dai 3 ai 7 anni di carcere». Per l’accademica, internet e i social network hanno un ruolo fondamentale. «Le nuove generazioni di donne e di attiviste li utilizzano ampiamente, in molti paesi arabi. Sono fondamentali per mostrare i risultati raggiunti dalle donne a livello locale e internazionale, per condividere le esperienze e gli innumerevoli sforzi di ogni giorno, e per accorgerci di quanto abbiamo in comune».

Me Too ha raggiunto anche Taiwan, anche se più in sordina. «Forse le strette reti socio-economiche e la precarietà occupazionale hanno frenato chi ha subito molestie dall’esprimersi pubblicamente – dice Liu –. In Cina invece, lo slancio dei recenti movimenti femministi contro le molestie sessuali e la violenza domestica è stato ravvivato da Me Too. La visibilità offerta dall’hashtag è stata colta come un’opportunità per accusare un professore dell’Università di Beihang di aver molestato una studentessa di dottorato. Il docente, Chen Xiaowu, è stato licenziato».

«Me Too non si è diffuso in Svezia nonostante il paese sia costantemente tra i primi nei ranking internazionali di parità di genere, ma proprio per questo»

Per Hillevi Ganetz, professoressa di studi di genere all’Università di Stoccolma, Me Too non si è diffuso in Svezia nonostante il paese sia costantemente tra i primi nei ranking internazionali di parità di genere, ma proprio per questo. «Siamo abituati a discutere di femminismo e parità di genere – spiega sorridendo –. Il movimento qui si è diffuso molto rapidamente, anche sui media. Ad ottobre c’è stata la prima convocazione di manifestazione Me Too e poi ne sono seguite molte altre, quasi settanta. Credo che la Svezia sia il paese europeo dove il movimento ha avuto maggior successo. Le proteste sono state organizzate da professioniste di vari settori, dalla ristorazione all’accademia, e stanno continuando. I motivi? Le molestie e il divario salariale, tanto per cominciare, esistono anche qui».

Ma nemmeno in Svezia, sottolinea Ganetz con un sorriso, sono mancate le critiche. «Ci sono state discussioni sul fatto che in questo modo le persone rischiano di trovarsi accusate pubblicamente senza avere l’opportunità di difendersi, su quanti degli episodi raccontati siano davvero classificabili come molestie sessuali, e si sono accusate le femministe di voler abolire il “diritto” di flirtare. Il che è ridicolo perché flirtare e molestare non sono affatto la stessa cosa» conclude l’accademica.

D’altra parte Me Too è stato duramente criticato anche nel suo “paese d’origine”, gli Stati Uniti. «Penso che molti dessero per scontato che certi uomini abusassero del loro potere per sottoporre le donne a comportamenti inappropriati o a veri e propri abusi – racconta Khiara Bridges, professoressa di diritto specializzata in questioni di genere alla Boston University –. C’era soprattutto supporto, ma gli Stati Uniti sono politicamente molto divisi, specialmente adesso. Poco dopo le prime storie con l’hashtag Me Too, è spuntato quello Not Me [a me no]. Usato da donne, soprattutto conservatrici, che hanno voluto chiarire pubblicamente di aver mai subito molestie o abusi nella loro carriera».

Bridges è restia a definire Me Too un fenomeno strettamente femminista. «Credo che per interessarsi a Me Too sia sufficiente che a una persona importi, anche solo un pochino, il modo in cui gli altri vengono trattati. Ma non sono sicura – puntualizza – che i sostenitori americani di Me Too abbiano a cuore questioni che vanno oltre i casi di evidente abuso di potere. Non sono certa che a quelle persone interessino anche la parità salariale, i diritti riproduttivi, o il congedo di maternità. Ho forti dubbi che la simpatia e il sostegno catalizzati da Me Too si tradurranno in una comprensione più ampia delle strutture sociali profonde che mantengono le donne subordinate agli uomini».

Pure in Italia ci sono state donne che hanno guardato con scetticismo (o hanno apertamente criticato) lo scoppio del caso Weinstein e la diffusione del celebre hashtag. «In Italia il maschilismo sembra essere più tenace, pervasivo e privo di remore – spiega la sociologa Chiara Saraceno –. Lo dimostra anche l’impunità di cui godono politici, giornalisti e commentatori vari quando fanno affermazioni che altrove sarebbero ritenute inaccettabili. E molte donne condividono stereotipi di genere rigidi, seppure in misura minore rispetto agli uomini».

«Alle donne sin dall’infanzia si insegna che il loro ruolo principale è essere attraenti, piacevoli, remissive e utili»

In effetti in Italia molte delle critiche – talvolta crudeli – rivolte all’attrice Asia Argento dopo il racconto della violenza subita anni prima da Weinstein, sono state fatte da donne. E nel nostro Paese molte donne hanno avanzato perplessità sul concetto stesso di molestia sessuali. Le ragioni dello scetticismo o dell’incredulità femminile, secondo Chambers, hanno radici profonde. «Alle donne sin dall’infanzia si insegna che il loro ruolo principale è essere attraenti, piacevoli, remissive e utili – spiega la docente –. È un’educazione che proviene da molte fonti, e dipende dall’educazione familiare, dalle convenzioni sociali, dalle rappresentazioni dei media. Quindi non stupisce che alcune donne interiorizzino il ruolo che viene loro dato, e magari pensino che il loro corpo esiste in primis per essere apprezzato e usato da altri».

Per Liinason la forza di Me Too sta proprio nel riuscire ad accrescere la consapevolezza riguardo fenomeni che fanno parte della quotidianità. «Sin dall’adolescenza le donne sono talmente abituate alla possibilità di essere molestate (e alle molestie vere e proprie) – dice – al lavoro, sui mezzi pubblici e nel tempo libero in generale, che molte non lo riconoscono neanche più. Le molestie sessuali sono entrate a far parte degli schemi femminili, che sono controllati e limitati anche a causa di questo rischio».

«Bisognerà vedere in che misura Me Too aiuterà le donne in condizioni socioeconomiche più vulnerabili»

Saraceno auspica che la mobilitazione vada oltre «la drammatica questione della violenza e delle molestie, e che si focalizzi anche sulle disparità salariali, la mancanza di servizi per conciliare vita familiare e lavoro, le difficoltà nell’accesso all’interruzione di gravidanza, insomma su tutte le questioni che favoriscono le disuguaglianze tra uomini e donne». Un’altra prova del nove per la mobilitazione, sottolinea la sociologa è «vedere in che misura aiuterà le donne in condizioni socioeconomiche più vulnerabili, che non possono permettersi di perdere il lavoro. Non siamo tutte eguali, neanche di fronte alle molestie».

Concorda anche Bridges. Secondo lei il movimento dovrebbe diventare più inclusivo. «Storicamente negli Stati Uniti le organizzazioni femministe principali sono state dominate da donne bianche e benestanti, e si sono occupate soprattutto di temi che preoccupano quel tipo di donne, trascurando spesso le altre. Per essere più inclusivo, per essere d’aiuto anche per le donne in situazioni economiche difficili, e per quelle di colore, Me Too deve interessarsi attivamente dei loro problemi. Per il momento non mi pare lo stia facendo. Chissà, forse col tempo diventerà un movimento più olistico».

È difficile sapere se Me Too rappresenti l’alba di una nuova internazionale femminista, in grado di ampliare il suo raggio d’azione oltre le molestie sessuali, o un fenomeno che presto sarà archiviato. Eleanor O’Gorman, professoressa di studi di genere all’Università di Cambridge, fa il parallelismo con il movimento Occupy Wall Strett. Che, nel 2011, mobilitò grandi manifestazioni contro il capitalismo finanziario e la disuguaglianza economica, a New York e in decine di altre città americane. «Occupy Wall Street decise di non fare il salto alla politica e col tempo si è spento – osserva –. Credo che adesso Me Too si trovi davanti allo stesso dilemma. Ha avuto un grande slancio, una diffusione praticamente globale, ma la domanda è: che si fa adesso? Come mantenere questo slancio, come tradurlo in azioni concrete?»

Di sicuro una cosa Me Too l’ha fatta. Ha trasformato la questione delle molestie sessuali in un tema di dibattito pubblico, in un fenomeno ampiamente trattato dai media. Ha fatto sentire centinaia di migliaia di donne meno sole e più forti per prendere consapevolezza e denunciare. Ha influenzato il risultato delle elezioni di dicembre nel super-conservatore Stato dell’Alabama, dove il candidato repubblicano Roy Moore è stato travolto dalle accuse di molestie e abusi sessuali a danno di varie donne, alcune adolescenti. E basta dare un’occhiata in internet per accorgersi che dallo scorso ottobre si sono moltiplicate le pagine in cui si parla di molestie sessuali, inclusi decaloghi rivolti agli uomini su cosa fare e non fare quando si rapportano con l’altro sesso. Forse qualcosa sta cambiando. Sul serio.

 

 

Foto di copertina: Pixabay

TAG: Cina, diritti delle donne, discriminazione, egitto, femminismo, islanda, italia, Lavoro, MeToo, molestie sessuali, nigeria, Stati Uniti, svezia, Taiwan
CAT: discriminazioni, Questioni di genere

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