Economia

Cinque minuti per cucinare il dissenso

La violenza durante le manifestazioni diventa spesso uno strumento per oscurare le ragioni del dissenso. Attraverso la metafora dei noodle istantanei, una riflessione su come il dibattito pubblico possa trasformare il disordine in un pretesto per ignorare il malcontento sociale.

19 Ottobre 2026

Di fronte a un paese in difficoltà Meloni, e tutto ciò che le ruota attorno, ricorre alla sua carta preferita: si scaglia contro chi trasforma le manifestazioni in occasioni di violenza, una condanna che tutti noi riteniamo legittima, quando deve essere essa il centro dell’attenzione, ma che diviene politicamente conveniente quando finisce per occupare tutto lo spazio del dibattito, oscurando le ragioni di chi protesta. 

Il procedimento è di una semplicità inaudita, è un po come preparare una scatola di noodle istantanei:

Si aspetta che l’acqua arrivi a bollore, si apre la confezione degli spaghetti, si versa l’acqua e si aggiungono le spezie. In questa ricetta, però, le spezie le scelgono i telegiornali: basta aggiungere solo il vandalismo, dimenticandosi strada facendo dei motivi delle proteste, ed amplificarli fino a renderli i motivi delle proteste stesse. Cinque minuti, e il piatto è pronto. Caos, ciò che prima appariva come rinsecchito e difficile da digerire diventa invece una narrazione calda, avvolgente, persino rassicurante. Una narrazione che permette di dimenticare quale che fosse l’aspetto iniziale della questione.

È questo il vantaggio dei noodle istantanei: non serve saper cucinare davvero, basta aggiungere un po d’acqua calda. Allo stesso modo, non occorre affrontare il disagio sociale, interrogarsi sulle rivendicazioni o rispondere alle domande che riempiono le piazze. Basta aspettare che qualcuno commetta un errore, trasformarlo nell’ingrediente principale e lasciare che il resto venga coperto dai condimenti.

Intanto, le proteste continuano, gli studenti si accampano davanti alle università chiedendo garanzie e prospettive, la gente del sud chiede di essere ascoltata, e tutto ciò rischia di restare ai margini della narrazione nazionale.

I supermercati si svuotano, il malcontento dilaga e il dibattito pubblico si concentra su chi abbia rotto o meno una vetrina, chi ha imbrattato un muro, chi possa essere additato come il responsabile del disordine o possa diventare il capro espiatorio di tutto ciò.

Il contenuto della confezione sembra interessare poco, forse sempre meno.

protesta

Prendendo ad esempio Umberto Eco che, nel suo il fascismo eterno, rifletteva anche sulla costruzione del nemico come elemento necessario a rafforzare un’identità collettiva. Il nemico, in politica, è un ingrediente molto prezioso: rende molto semplice distinguere un noi da un loro, trasformare una questione complessa in un semplice gioco di tifoserie. Quando è il nemico a farsi avanti da sé, non serve neppure affannarsi per sovra costruirlo troppo, basta mostrificarlo. 

Così Milano, Torino e altre città con loro, divengono il bersaglio di una narrazione che tende a sovrapporre manifestanti e vandali, mentre Salvini e parte della destra, nello scagliarsi con forza contro i vandali, allargando il discorso alle manifestazioni, dimenticano che il cuore pulsante di una democrazia sono, appunto, lo sciopero, il dissenso e la protesta. 

Ebbene, la violenza va condannata, senza se e senza ma. 

Tuttavia, non si può continuare a usare chi devasta per delegittimare chi manifesta, come non si possono scambiare gli spaghetti con le spezie.

Un paese non rigoverna a colpi di acqua bollente e spezie. Anche se, a giudicare dai tempi che corrono, qualcuno sembra convinto che bastino cinque minuti per far sparire il sapore di malcontento.

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