Grandi imprese
Moda italiana contro i dazi USA: la battaglia legale dei big del lusso riaccende i conti
Dopo la sentenza della Corte Suprema, Armani, Moncler, Prada e altri gruppi chiedono il rimborso delle tariffe imposte durante l’era Trump
La moda italiana torna a far sentire la propria voce sul fronte internazionale, questa volta non sulle passerelle ma nei tribunali. I principali gruppi del lusso, da Armani a Prada, passando per Ferragamo e Moncler, hanno avviato una serie di azioni legali negli Stati Uniti per ottenere il rimborso dei dazi imposti durante l’amministrazione Trump, ritenuti ora illegittimi alla luce di una recente decisione della Corte Suprema.
Il mercato statunitense rappresenta da sempre un pilastro strategico per il made in Italy, soprattutto per il segmento alto di gamma. Proprio per questo, le tariffe commerciali introdotte negli anni scorsi avevano avuto un impatto significativo sui bilanci delle aziende, costrette a sostenere costi aggiuntivi per continuare a operare oltreoceano. Oggi, però, lo scenario è cambiato: la pronuncia della Corte Suprema ha stabilito che tali misure non rientravano nei poteri dell’allora presidente, aprendo così la strada a richieste di rimborso.
A fare da apripista è stata Essilorluxottica , che già nei mesi precedenti aveva intrapreso un’azione legale presso la Corte del commercio internazionale degli Stati Uniti contro l’ente doganale americano. L’obiettivo era chiaro: recuperare le somme versate per dazi considerati non dovuti. Una mossa strategica che ha poi fatto scuola. Nel giro di poche settimane, altri nomi di primo piano del lusso italiano hanno seguito lo stesso percorso. Ferragamo e Prada hanno avviato le loro cause a inizio anno, mentre dopo la sentenza definitiva si è assistito a un effetto domino: Giorgio Armani, Moncler, Versace, Brunello Cucinelli e il gruppo Zegna si sono rapidamente attivati per tutelare i propri interessi economici. Dietro questa mobilitazione non c’è solo la prospettiva di recuperare liquidità, ma anche una precisa esigenza di governance. Per le società quotate, infatti, intraprendere azioni legali rappresenta un passaggio fondamentale per dimostrare agli azionisti di aver agito con diligenza nella gestione delle politiche commerciali e dei rischi internazionali.
Secondo gli esperti legali, alcune aziende di moda e non solo, avevano scelto di muoversi in anticipo per garantirsi una posizione favorevole nel caso di un esito positivo della vicenda. Altre, invece, avevano preferito attendere un quadro giuridico più chiaro prima di esporsi. Ora, con la sentenza definitiva, è prevedibile che il numero di richieste aumenti ulteriormente, coinvolgendo non solo imprese italiane ma anche operatori globali. Questa vicenda segna un passaggio rilevante nel rapporto tra politica commerciale e industria del lusso. Dimostra come decisioni prese a livello governativo possano incidere profondamente su settori apparentemente lontani dalla geopolitica, e come le grandi aziende, in questo caso di moda, siano sempre più pronte a difendere i propri interessi anche sul piano legale.
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