Industria
La corsa ai semiconduttori: dai chip per l’IA alle fabbriche che mancano in Italia
L’hardware per l’IA spinge i mercati finanziari, ma l’Europa importa dall’Asia oltre il 90% dei chip ad alte prestazioni. Tra tensioni geopolitiche e scarsa capacità produttiva locale, l’Italia eccelle nella progettazione ma soffre la mancanza di fonderie proprie.
Il patrimonio personale di Jensen Huang, fondatore e amministratore delegato di Nvidia, ha superato i 170 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2026. Morris Chang, figura leggendaria dietro Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), ha visto il valore delle sue partecipazioni crescere del 43,1% negli ultimi tre anni (Fonte: Bloomberg Billionaires Index, aggiornato al 25 luglio 2026). La corsa dell’intelligenza artificiale generativa ha fatto esplodere non soltanto la capitalizzazione di borsa delle aziende produttrici di semiconduttori, ma anche la ricchezza personale di chi le ha fondate o le guida. Nvidia, che progetta i processori più avanzati per il machine learning, ha raggiunto una valutazione di mercato superiore ai 3.200 miliardi di dollari. TSMC, monopolista de facto nella produzione dei chip più sofisticati al mondo, capitalizza tra i 2.100 e i 2.300 miliardi di dollari. Broadcom, AMD, SK Hynix completano un ristretto club di giganti che controllano l’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale. Per l’Italia, osservatrice di una rivoluzione industriale che si consuma altrove, la distanza da colmare non si misura soltanto in miliardi di capitalizzazione, ma in capacità di presidiare segmenti strategici di una filiera che ridefinisce la gerarchia economica globale.
La geografia della dipendenza europea
L’Unione europea importa oltre il 90% dei semiconduttori avanzati che utilizza. L’Italia, priva di impianti di produzione per chip ad avanzatissima integrazione (sotto i 10 nanometri), dipende interamente da fornitori extra-europei per i componenti che alimentano i suoi settori di punta: automotive, meccatronica, elettronica di consumo. STMicroelectronics, unico colosso italo-francese con forte presenza nazionale nel mercato globale dei semiconduttori, concentra la propria produzione su chip maturi, lontani dalle frontiere tecnologiche dove si giocano le partite dell’intelligenza artificiale. Il piano Chips Act europeo, varato nel 2023 con uno stanziamento di 43 miliardi di euro, punta a raddoppiare la quota di mercato continentale entro il 2030, portandola al 20%. Ma la strada è accidentata. Intel ha annunciato ritardi nella costruzione della megafab tedesca di Magdeburgo. TSMC ha confermato l’impianto di Dresda, ma con capacità produttive limitate rispetto ai siti asiatici. L’Italia ha ottenuto l’insediamento di un centro di ricerca e sviluppo STMicroelectronics-GlobalFoundries in Sicilia, ma l’investimento resta nell’ordine delle centinaia di milioni, non delle decine di miliardi necessarie per competere con Taiwan o la Corea del Sud.
L’asimmetria tra progettazione e produzione di semiconduttori
La concentrazione di ricchezza attorno ai semiconduttori rivela una frattura strutturale. Da un lato, aziende come Nvidia e AMD progettano architetture di chip sempre più complesse, senza possedere fabbriche proprie. Dall’altro, TSMC e Samsung dominano la produzione fisica, investendo somme straordinarie in litografie a ultravioletti estremi (EUV) e processi a 3 nanometri. L’Italia possiede competenze riconosciute nella progettazione di circuiti integrati per applicazioni specifiche, soprattutto nei settori automotive e industriale. Ma la mancanza di una filiera produttiva sovrana la espone a rischi di approvvigionamento che si sono manifestati drammaticamente durante la crisi del 2021-2022, quando la carenza di chip ha fermato linee di montaggio da Torino a Modena. La dipendenza da Taiwan, isola soggetta a tensioni geopolitiche crescenti con la Cina, rende fragile l’intera catena del valore europea. Se TSMC dovesse subire interruzioni, per ragioni politiche o naturali, l’industria manifatturiera italiana pagherebbe un prezzo immediato e pesante. Diversificare le fonti di approvvigionamento non basta: serve capacità produttiva interna, almeno per i nodi tecnologici critici.
I segnali di un riposizionamento possibile
Eppure, il panorama non è immobile. STMicroelectronics ha avviato collaborazioni con istituti di ricerca italiani per lo sviluppo di chip neuromorfici, architetture ispirate al funzionamento del cervello umano che potrebbero rappresentare una via alternativa ai processori tradizionali per l’intelligenza artificiale. L’Università di Bologna e il Politecnico di Milano stanno formando ingegneri specializzati in microelettronica, settore che ha visto un incremento del 28% nelle immatricolazioni negli ultimi due anni accademici. Leonardo ha annunciato investimenti in semiconduttori per applicazioni aerospaziali e difesa, ambiti dove la sovranità tecnologica diventa imperativo strategico. Il governo italiano ha inserito i semiconduttori tra le filiere prioritarie del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, destinando risorse per attirare investimenti esteri e rafforzare la ricerca applicata. Ma la velocità conta. Mentre l’Europa discute regolamenti e sussidi, gli Stati Uniti hanno approvato il Chips and Science Act con 52 miliardi di dollari di incentivi diretti, e la Cina continua a investire centinaia di miliardi nonostante le sanzioni occidentali. Il rischio è che, quando le fabbriche europee saranno operative, i nodi tecnologici saranno già obsoleti rispetto alla frontiera asiatico-americana.
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