America
Otto mesi alle elezioni USA di mid-term. Cambierà il controllo del Senato?
Il controllo del Senato rappresenta una delle variabili decisive per qualsiasi Presidente USA.
Contro il Senato nessun Presidente può davvero sperare di mettere a terra i suoi programmi.
Come contro la Corte Suprema, del resto.
Ora lo sa anche il 47mo Presidente, Donald Trump.
La sentenza sui dazi dello scorso 20 febbraio con cui (con una maggioranza 6-3) è stata bollata come incostituzionale la politica di imposizione dei dazi fortemente voluta dal Presidente lo dimostra.
Forse prima di parlare di Senato e delle prossime elezioni vale la pena capire meglio cosa è successo e perché.
La sentenza della Corte Suprema del 20 febbraio.
Tra l’altro è un esempio utile anche per noi che tra pochi giorni dovremo votare ad un referendum sulla giustizia che, aldilà dei tecnicismi, si porta dietro lo storico dibattito sull’indipendenza della Magistratura e sui suoi legami con la politica.
In USA le cose sono decisamente più chiare. Non si discute sul fatto che i 9 giudici della Corte Suprema siano 6 “toghe rosse” (3 nominate proprio da Trump, 2 da Bush Jr. e 1 da Bush Sr) e 3 “toghe blu” (1 nominata da Biden e 2 da Obama).
Il punto è che tutti e 9 fanno il loro mestiere.
Interpretano in modo indipendente la Costituzione.
Il voto non è stato un “voto politico” e a nessuno di quei 9 supremi magistrati importa nulla delle politiche economiche di Trump, degli effetti dei dazi o delle conseguenze sul bilancio federale.
Importa solo della Costituzione.
E, infatti, il tema centrale della discussione prima e della sentenza poi è stato quello del principio della separazione dei poteri e dei limiti ai poteri dell’Esecutivo.
Il ragionamento base della sentenza materialmente stesa dal Giudice Capo John Roberts (un signore che sta su quello scranno dal 2005, mentre in Italia si sono succeduti ben 21 Presidenti della Corte Costituzionale!!!) è semplice
Roberts vede la Corte come il garante della struttura istituzionale. Il problema non è se i dazi siano “buoni o cattivi”, ma se il Presidente ha superato i limiti costituzionali del suo potere. Non una preoccupazione politica, dunque, ma unicamente quella di preservare l’equilibrio costituzionale tra ramo legislativo ed esecutivo. Se il presidente potesse imporre dazi tramite una dichiarazione di emergenza, si creerebbe un precedente pericoloso, dove il presidente può bypassare il Congresso per decisioni economiche di ampissimo impatto.
E’ la dottrina – più volte seguita dalla Corte – cosiddetta delle “major questions” cara soprattutto agli altri due giudici conservatori che hanno votato a favore della sentenza Neil Gorsuch e Amy Barrett (entrambi nominati da Trump) secondo la quale quando il governo prende decisioni con un rilevante impatto economico o politico, deve esserci un’autorizzazione chiara e specifica del Congresso.
Una dottrina – già più volte seguita dalla Corte – secondo la quale imporre dazi globali su larga scala è una decisione economica di vasta portata che non può derivare da un’interpretazione estensiva di una legge sulle emergenze economiche, ma richiede un mandato esplicito del Congresso.
La questione in gioco, dunque, è proprio quella dei limiti del potere esecutivo, sulla quale, soprattutto i due giudici nominati da Trump seguono un rigido approccio “testualista”.
Se il Congresso avesse voluto delegare all’Esecutivo la possibilità di imporre dazi lo avrebbe scritto esplicitamente in una Legge. Non l’ha fatto, dunque nessuna interpretazione estensiva dei poteri del Presidente è costituzionalmente ammissibile.
Limitare i poteri del Presidente rispetto al Congresso viene prima di ogni questione economica o ideologica e, soprattutto, prima della fedeltà al Presidente o alla parte politica che ti ha nominato.
Il dibattito in Senato sulla War Powers Resolution e il voto del 4 marzo 2026.
Il recente dibattito in Senato, conclusosi con il voto del 4 marzo, la dice lunga su quanto conti per un Presidente USA avere il consenso del Senato.
La risoluzione è stata proposta da Sen. Tim Kaine (VA-D-2012) e Sen. Chris Murphy (CT-D-2012) con l’obiettivo esplicito di limitare l’uso della forza militare senza autorizzazione del Congresso, riaffermando i poteri legislativi previsti dalla War Powers Resolution del 1973. La misura nasce in risposta alle recenti azioni militari unilaterali della presidenza, percepite come rischiose e soprattutto contrastanti con la Risoluzione del 1973 che impone l’autorizzazione del Congresso.
La legge del 1973, approvata dal Congresso USA durante la guerra del Vietnam, serve a limitare il potere del presidente di impegnare le forze armate in conflitti armati senza l’autorizzazione del Congresso. Prevede che il presidente debba consultare il Congresso “in ogni possibile occasione” prima di impegnare truppe in azioni militari e inviare al Congresso una relazione scritta entro 48 ore dall’invio delle forze armate in una situazione di conflitto o in azione militare.
la legge è stata applicata raramente come limite effettivo; ha, dunque, un valore più simbolico e politico che giuridico vincolante.
Il dibattito in Senato ha visto i DEM sostenere che il presidente non può impegnare le forze armate in operazioni belliche significative senza consultare il Congresso, mentre sono emerse voci discordanti nel gruppo repubblicano. La maggioranza dei repubblicani ha difeso la necessità di tutelare il comando esecutivo e l’autorità del presidente come “comandante in capo” nel condurre operazioni militari estere, sostenendo che limitare i poteri del Presidente avrebbe indebolito la sicurezza nazionale.
Significativo che su queste posizioni si sia espresso anche storici leader GOP in Senato come
Sen. Lindsey Graham (SC-R-2002) e Sen. Mitch McConnell (KY-R-1984).
Ma altrettanto significativo è che molti senatori repubblicani, tra cui membri della leadership GOP, abbiano scelto di eludere il problema sulla base del fatto che l’amministrazione aveva già notificato il Congresso e che non serviva, pertanto, una nuova autorizzazione formale per la prosecuzione delle operazioni e che, nel corso del dibattito molte siano state le voci critiche sull’espansione dei poteri presidenziali.
Sen. Rand Paul (R‑KY-2010) ha avuto un ruolo centrale nel dibattito schierandosi con i sostenitori della risoluzione, pur essendo l’unico repubblicano a farlo, motivando il suo voto a favore con la critica (da lui già espressa in passato) delle guerre senza mandato congressuale, con una forte enfasi sulla Costituzione e sui limiti dei poteri esecutivi in materia di guerra.
La risoluzione è stata respinta dal Senato con 53 voti contrari e 47 favorevoli, in quanto il
voto di Sen. Rand Paul a favore è stato controbilanciato dal voto contrario di Sen. John Fatterman (PA-D-2022).
L’esito favorevole per il Presidente della votazione del 4 marzo non può far dimenticare come il tema del rispetto della legge costituzionale e dei limiti dei poteri presidenziali contionui ad essere un tema sensibile e capace di modificare maggioranze precostituite.
Come cambierà il Senato il prossimo novembre.
Composizione attuale del Senato (119° Congresso) vede in carica 53 Repubblicani, 45 Democratici e 2 indipendenti (associati ai democratici). Le elezioni di midterm del 3 novembre 2026 rinnoveranno 35 seggi del Senato USA: 33 seggi ordinari della classe II (eletti nel 2020) e 2 elezioni speciali per completare mandati interrotti.
Si voterà infatti anche per la conferma dei seggi (di classe III, scadenti il prossimo 2028) senatoriali di Florida (seggio originariamente di Sen. Marco Rubio (R) nominato Segretario di Stato nel 2025 e sostituito ad interim da Sen. Ashley Moody (R), nominata dal governatore) e Ohio (seggio originariamente di: JD Vance (R) eletto Vicepresidente degli Stati Uniti nel 2024 e sostituito ad interim da Sen. Jon Husted (R), nominato dal governatore).
La scadenza potrebbe sembrare favorevole ai democratici perché la maggioranza dei seggi in scadenza è repubblicana (22 su 35), ma un breve approfondimento fa capire che non è proprio così.
In primo luogo, saranno elezioni che vedranno il Senatore uscente non ricandidarsi. Al momento sono già 10 (6 GOP e 4 DEM) gli annunci di non ricandidatura e a questi “open seat” altri potrebbero aggiungersi in caso di sconfitta alle primarie del Senatore incumbent.
In secondo luogo, per gli Stati in cui si svolgeranno le competizioni elettorali.
Una prima lettura sintetica – in attesa dei prossimi approfondimenti – ce lo conferma.
I Seggi senatoriali DEM in scadenza.
Nei 9 seggi che vedranno la ricandidatura dell’incumbent DEM la riconferma è sostanzialmente certa in 8 Stati (Colorado, Delaware, Massachusetts, New Jersey, New Mexico, Oregon, Rhode Island, Virginia).
Più complicata anche se possibile la conferma di Sen. Jon Ossof (2020) in Georgia.
Il ritiro di Sen Dick Durbin (1996), Sen. Tina Smith (2018) e Sen. Jeanne Shaheen (2008) non dovrebbe mettere in pericolo la vittoria DEM rispettivamente in Illinois, Minnesota e New Hampshire, mentre decisamente più complessa per i DEM potrebbe rivelarsi la vittoria in Michigan dopo il ritiro di Sen. Gary Peters (2014)
In sintesi, per i DEM 8 seggi sicuri, 3 probabili, 2 contendibili.
I Seggi senatoriali GOP in scadenza.
Per i repubblicani sono ben 12 i seggi senatoriali in cui gli incumbent saranno sicuramente riconfermati (Alaska, Arkansas, Idaho, Kansas, Louisiana, Mississippi, Nebraska, Oklahoma, South Carolina, South Dakota, Tennessee, West Virginia) cui si aggiungono i 5 open seat sostanzialmente certi di riconferma GOP (Alabama, Iowa, Kentucky, Montana, Wyoming).
Le speranze DEM di conquistare seggi si riducono, dunque, a soli 5 Stati in una situazione che richiede loro per conquistare la maggioranza del Senato di conquistare 4 seggi (vincendo tutti quelli detenuti).
In Texas tra i GOP sono in corso primarie molto competitive che vedranno un ballottaggio (26 maggio) tra l’incumbent Sen. John Cornyn (2002) e un candidato giudicato molto divisivo (Ken Paxton) e in Florida dove l’incumbent debole la nominata nel 2025 Sen Ashley Moody a meno di sorprese è decisamente probabile la vittoria del candidato GOP.
In tre soli Stati i DEM appaiono effettivamente competitivi: l’elezione speciale dell’Ohio per la conferma del nominato nel 2025 Sen. Jon Husted, il North Carolina open seat dopo il ritiro di Sen. Thom Tillis (2014) e il Maine dove l’incumbent Sen. Susan Collins (1996) cercherà un’altra riconferma (la sesta!) in uno Stato con un elettorato prevalentemente DEM
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