Geopolitica
Così Netanyahu ha trascinato Trump in guerra contro l’Iran
Secondo una ricostruzione del quotidiano israeliano Haaretz, il premier israeliano avrebbe convinto il presidente americano Donald Trump della possibilità concreta di rovesciare il regime iraniano, aprendo la strada a un’azione militare congiunta
Sarebbe stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a persuadere Washington che l’Iran fosse “maturo” per un cambio di regime. È quanto emerge da una dettagliata ricostruzione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, che cita un’inchiesta del New York Times e anticipazioni di un libro di prossima uscita.
Secondo quanto riportato, durante una visita alla Casa Bianca l’11 febbraio, Netanyahu avrebbe presentato a Trump un piano ambizioso: colpire militarmente la Repubblica islamica per favorire il crollo del sistema degli ayatollah. Nel corso dell’incontro, lo staff israeliano avrebbe persino mostrato una lista di possibili leader per un Iran post-regime, tra cui Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià.
Il piano di Netanyahu presentato a Trump
La strategia illustrata da Netanyahu si basava su valutazioni estremamente ottimistiche. Secondo gli analisti israeliani, un’offensiva congiunta avrebbe potuto distruggere nel giro di poche settimane il programma missilistico balistico iraniano, riducendo drasticamente la capacità di Teheran di reagire. Inoltre, Israele riteneva improbabile che l’Iran potesse bloccare lo Stretto di Hormuz o attaccare obiettivi statunitensi nella regione. Le informazioni dell’intelligence del Mossad indicavano anche la possibilità di una ripresa delle proteste interne, che – sostenute da bombardamenti intensivi – avrebbero potuto portare alla caduta del regime. Tra le ipotesi avanzate figurava anche l’apertura di un fronte terrestre nel nord-ovest del Paese, con l’ingresso di combattenti curdi iraniani dall’Iraq.
Lo scetticismo americano
Il giorno successivo, tuttavia, l’apparato di sicurezza statunitense avrebbe espresso forti dubbi. In un briefing riservato, il piano israeliano venne scomposto in quattro obiettivi: eliminazione della guida suprema Ali Khamenei, indebolimento militare dell’Iran, sollevazione popolare e cambio di regime. Se i primi due punti venivano considerati realistici, gli ultimi due furono giudicati da diversi funzionari “slegati dalla realtà”. Il direttore della CIA John Ratcliffe definì gli scenari di cambio di regime “farseschi”, mentre il segretario di Stato Marco Rubio fu ancora più diretto, liquidandoli come “una sciocchezza”. Anche il vicepresidente J.D. Vance espresse scetticismo. Il capo degli Stati maggiori riuniti, Dan Caine, mise in guardia sui rischi di una guerra prolungata: esaurimento delle scorte militari, difficoltà nel garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e possibile escalation regionale.
La decisione finale
Nonostante le perplessità, nella riunione decisiva del 26 febbraio nessun alto funzionario si oppose apertamente all’azione militare. Alcuni espressero riserve, ma senza arrivare a un vero dissenso. “Penso sia una cattiva idea, ma se vuoi farlo ti sosterrò”, avrebbe detto Vance al presidente. Anche gli altri vertici, pur senza entusiasmo, si dichiararono pronti a eseguire gli ordini. Alla fine fu Trump a prendere la decisione. Determinato a impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e a fermare le sue capacità missilistiche, il presidente diede il via libera all’operazione. Secondo la ricostruzione riportata da Haaretz, l’ordine definitivo arrivò appena 22 minuti prima della scadenza fissata:
“Operazione ‘Epic Fury’ approvata. Nessun annullamento. Buona fortuna.”
Una scelta che, conclude il quotidiano israeliano, segnò il punto di non ritorno verso il conflitto.
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