Geopolitica
Sudan e Sudan del Sud: quando il silenzio globale alimenta la guerra
Sudan e Sudan del Sud affrontano due guerre parallele che destabilizzano l’intero Nord‑Est africano. Atrocità, sfollamenti, carestie e interferenze regionali alimentano un corridoio di instabilità dal Sahel al Mar Rosso, mentre la diplomazia internazionale resta in silenzio.
Nel Nord‑Est dell’Africa, due guerre avanzano in parallelo, alimentandosi a vicenda e trasformando la regione in un corridoio di instabilità che si estende dal Sahel al Mar Rosso. Sudan e Sudan del Sud, paesi le cui storie sono intrecciate da decenni di conflitto, si trovano oggi intrappolati in dinamiche belliche che non rispondono più soltanto a rivalità interne, ma a un intreccio di interessi regionali, ambizioni militari e silenzi diplomatici che aggravano ulteriormente la crisi. Mentre la comunità internazionale volge lo sguardo altrove, entrambi gli Stati scivolano verso una fase di decomposizione che rischia di alterare l’equilibrio geopolitico dell’intera regione.
Sudan: uno Stato che si disfa tra guerre per procura e ambizioni regionali
La visita dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, in Sudan ha rivelato un paese lacerato da una guerra che ha assunto una dimensione totale. Da Port Sudan allo Stato del Nord, Türk ha raccolto testimonianze che evocano le peggiori atrocità dei conflitti contemporanei: violenze sessuali sistematiche, esecuzioni sommarie, sparizioni, torture, saccheggi e carestie indotte. L’offensiva delle Forze di Supporto Rapido (RSF) contro El Fasher, nel Darfur Settentrionale, non è un episodio isolato, ma l’espressione di una strategia di controllo territoriale basata sul terrore e sulla distruzione della vita civile.
La guerra sudanese non oppone più soltanto le RSF alle Forze Armate Sudanesi (SAF). È diventata un conflitto a più livelli, in cui milizie locali, reti criminali, attori economici e potenze regionali intervengono direttamente o indirettamente. La caduta di Omar al‑Bashir nel 2019 ha aperto un vuoto di potere rapidamente occupato da fazioni militari rivali, ciascuna sostenuta da alleati esterni con interessi strategici ben definiti. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati indicati come sostenitori materiali delle RSF, interessate al controllo delle rotte commerciali e dei giacimenti d’oro. L’Egitto appoggia le SAF per evitare un collasso che destabilizzerebbe il suo confine meridionale e minaccerebbe la sua sicurezza idrica. La Russia, attraverso reti legate all’ex gruppo Wagner, cerca accesso a risorse minerarie e posizioni strategiche sul Mar Rosso. L’Arabia Saudita, dal canto suo, tenta di mantenere un equilibrio che protegga le sue rotte marittime e la sua influenza regionale.
In questo contesto, gli attacchi contro infrastrutture essenziali, come la centrale idroelettrica di Merowe, assumono un significato geopolitico. Non si tratta più soltanto di indebolire l’avversario militare, ma di distruggere la capacità stessa dello Stato di funzionare, frammentando ulteriormente il territorio e aprendo spazio all’intervento di attori esterni. La guerra sudanese è diventata un conflitto per procura, in cui le potenze regionali utilizzano le fazioni locali come strumenti per avanzare i propri interessi strategici.
La regione del Kordofan, dove l’ONU avverte che le atrocità commesse a El Fasher potrebbero ripetersi, si profila come il prossimo epicentro di violenza. La combinazione di carestia, sfollamenti massicci, proliferazione di droni e armamenti avanzati, e l’assenza di un attore statale in grado di garantire sicurezza, crea un terreno fertile per l’espansione di gruppi armati e reti criminali transfrontaliere.
Sudan del Sud: il lento sgretolarsi di un accordo di pace
Mentre il Sudan si dissangua, il Sudan del Sud affronta la propria crisi. La Commissione ONU per i Diritti Umani ha lanciato l’allarme su un’escalation militare nello Stato di Jonglei che minaccia di smantellare ciò che restava dell’Accordo Rivitalizzato per la Risoluzione del Conflitto (R‑ARCSS). I bombardamenti aerei, le offensive terrestri e la mobilitazione di milizie civili hanno provocato lo sfollamento di oltre centomila persone dal dicembre 2025. La distruzione di mercati, abitazioni e strutture sanitarie ricorda i momenti più bui della guerra civile che devastò il paese tra il 2013 e il 2018.
Il conflitto sudsudanese non può essere compreso senza considerare la struttura del potere politico. Lo Stato, debole e frammentato, è stato catturato da élite militari che utilizzano le risorse petrolifere come strumento di controllo politico. La logica di governo si basa sulla distribuzione clientelare dei benefici, generando tensioni permanenti tra fazioni armate in competizione per l’accesso alle risorse e alle posizioni di potere. La crescente militarizzazione — incluso il reclutamento di minori — e l’ostruzione sistematica dell’accesso umanitario mostrano che l’accordo di pace è diventato un guscio vuoto, incapace di contenere le ambizioni delle élite al potere.
Anche la dimensione regionale del conflitto è determinante. Il Sudan del Sud occupa un posto centrale nella geopolitica petrolifera dell’Africa orientale. Uganda e Kenya dipendono dalla sua stabilità per i loro progetti infrastrutturali regionali, mentre l’Etiopia osserva con preoccupazione la possibilità di un nuovo afflusso di rifugiati. La guerra in Sudan, dal canto suo, ha indebolito la capacità di Khartoum di fungere da cuscinetto, aumentando il rischio che i conflitti si estendano attraverso confini porosi.
Una regione intrappolata tra guerre, interessi e silenzi
Sebbene i contesti siano diversi, Sudan e Sudan del Sud condividono uno stesso schema: l’indifferenza internazionale di fronte a conflitti prolungati che non fanno più notizia, ma che continuano a distruggere vite a un ritmo devastante. La comunità internazionale sembra aver accettato che queste crisi siano “croniche”, parte del paesaggio politico africano. Ma questa normalizzazione dell’orrore ha conseguenze profonde. L’assenza di una pressione diplomatica efficace permette a potenze regionali e globali di intervenire senza restrizioni, alimentando le dinamiche belliche. La proliferazione di armi, l’espansione di reti criminali e l’erosione delle istituzioni statali creano un corridoio di instabilità che collega il Sahel al Corno d’Africa, influenzando rotte commerciali, flussi migratori ed equilibri geopolitici.
La regione diventa così una scacchiera dove potenze regionali e globali competono per l’influenza, mentre le popolazioni locali pagano il prezzo. La guerra smette di essere un semplice scontro militare per diventare uno strumento politico, economico e geostrategico.
Il filo che resiste: la società civile come ultimo argine
Nonostante il collasso istituzionale, entrambi i paesi mostrano una resilienza notevole. In Sudan, giovani volontari organizzano aiuti umanitari con risorse minime, rischiando la vita per mantenere in vita le loro comunità. In Sudan del Sud, leader comunitari tentano di mediare tra fazioni armate per evitare massacri. Donne, giornalisti, avvocati e operatori umanitari continuano il loro lavoro in condizioni estreme, sfidando violenza e repressione.
Ma la resilienza non può sostituire la responsabilità politica. Né a Khartoum, né a Juba, né nelle capitali che finanziano o armano gli attori del conflitto. La regione ha bisogno di una strategia internazionale che vada oltre la gestione dell’emergenza e affronti le radici politiche, economiche e geostrategiche dei conflitti.
Due guerre che annunciano un futuro incerto
Sudan e Sudan del Sud si trovano a un bivio storico. Se la comunità internazionale continuerà a distogliere lo sguardo, la regione rischia di trasformarsi in un corridoio permanente di violenza, sfollamenti e collasso statale. Entrambi i conflitti mostrano che la guerra non è più soltanto uno scontro militare: è uno strumento per riconfigurare territori, controllare risorse e consolidare posizioni strategiche.
Mentre gli attori armati si contendono territori e alleanze, milioni di civili — donne, bambine, bambini, anziani — restano intrappolati in un ciclo di violenza che sembra non avere fine. La domanda che rimane sospesa è se la comunità internazionale interverrà prima che la regione superi una soglia da cui non sarà più possibile tornare indietro.
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