Geopolitica
Nel nuovo panorama geopolitico, emerge il paradigma delle knowledge economies autosufficienti
La knowledge economy sembrava immateriale, ma IA, transizione energetica e robotizzazione dipendono dalle cd materie prime critiche, di cui la RPC è il principale (o unico) esportatore. Ecco perché sta emergendo un nuovo paradigma: quello delle knowledge economies autosufficienti
Tra gli anni ’90 e il primo decennio di questo secolo attecchì anche in Europa il mito della knowledge economy (economia della conoscenza), intesa come «produzione e servizi basati su attività ad alta intensità di conoscenza che contribuiscono ad accelerare il ritmo del progresso tecnico e scientifico […] La componente cruciale di un’economia della conoscenza è un maggiore ricorso alle capacità intellettuali piuttosto che ai fattori di produzione fisici o alle risorse naturali». Simbolo impalpabile di questo nuovo tipo di economia aperta, che spazzava via le vestigia della vecchia civiltà industriale dalla Ruhr al Michigan, era il software. Che, avvertiva nel 2011 Marc Andreessen, stava divorando il mondo.
Ora, la metafora del venture capitalist più famoso della Silicon Valley non era soltanto «goffa e impoetica» (così la giornalista e autrice Anna Wiener), ma per quanto potesse allora avere un grano di verità trascurava un elemento cruciale: per divorare qualcosa sono necessari coltello e forchetta. Persino nel 2011, al culmine del tecno-ottimismo globale (quando sembrava che tweet e messaggi su Facebook stessero contribuendo a cambiare per sempre il volto del mondo arabo), il software non poteva prescindere dall’hardware, e l’hardware da silicio, ferro, rame, cromo, tungsteno, neodimio ecc.
Le materie prime erano date per scontate. Dieci anni dopo l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel WTO, era opinione comune che niente e nessuno potesse frenare la libera circolazione delle materie prime, o almeno di quelle non-agricole (le cosiddette hard commodities). Nel mondo globalizzato, si ripeteva, ogni economia era legata all’altra, o almeno lo erano tutte quelle dove era presente un McDonald’s: il Sudafrica avrebbe continuato a fornire al mondo cromo, la RPC neodimio, il Cile rame. Ma mentre il Sudafrica e il Cile sono due giovani, esuberanti democrazie dove la classe politica si focalizza (come accade in quasi tutte le democrazie) sul breve termine, nella RPC governa un partito orientato al lungo termine, e da sempre estremamente attento alle materie prime. Uno dei (tanti) lasciti di ventidue anni di durissima guerra civile tra il Partito Comunista della Cina e il Kuomintang è proprio questo: la consapevolezza della centralità delle materie prime, il cui controllo costituisce un fattore chiave per il successo in un conflitto (basta leggere Critica dell’economia sovietica di Mao Zedong per rendersene conto).
Nel tempo la RPC è riuscita a diventare il principale (quando non l’unico) esportatore mondiale di materie prime critiche come il neodimio, il germanio, il tungsteno, il gallio: indispensabili, in un mondo alle prese con la transizione energetica, il boom della IA economy e quello della robotizzazione. Questa ascesa è avvenuta sotto gli occhi della principale potenza militare (e knowledge economy) del pianeta, anche se per esempio già nel 2014 la Defense Logistics Agency Strategic Materials (DLA Strategic Materials) allertava il Congresso sui rischi insiti nella dipendenza dell’import di terre rare cinesi attraverso il report Diversification of Supply Chain and Reclamation Activities Related to Rare Earths. Il Congresso, tuttavia, non fece granché.
Oggi, in un panorama geopolitico segnato dalla rivalità strategica tra RPC e Stati Uniti, e dal calo dell’export cinese di materie prime critiche (come ha illustrato di recente il Financial Times nel long read The new minerals diplomacy), l’orizzonte è sempre più quello dell’autosufficienza (anche) mineraria per qualsiasi knowledge economy che ambisca a rimanere tale anche nel medio-lungo termine. Tale urgenza è particolarmente sentita negli Stati Uniti. Diversificare rivolgendosi ad altri paesi esportatori non basta; come è stato osservato in un paper pubblicato nel 2025, «[p]er ridurre le vulnerabilità a lungo termine dell’approvvigionamento, la politica degli Stati Uniti potrebbe dare priorità all’espansione della capacità interna di raffinazione e di lavorazione, agli investimenti nelle infrastrutture di riciclaggio, al sostegno alla ricerca sulla sostituzione dei materiali. È improbabile che semplici strategie di diversificazione siano sufficienti in un mercato in cui la Cina gode di vantaggi consolidati in termini di costi e di scala». È molto probabile che l’emergere di tale nuovo paradigma delle knowledge economies autosufficienti contribuirà a frammentare l’economia mondiale, con effetti geopolitici degni di nota. Tuttavia esso sta emergendo. L’Italia e l’Europa ne prendano atto.
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