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Geopolitica

Mosca tra guerra e diplomazia: la crisi iraniana come nuova scacchiera geopolitica

di Marco Baratto
10 Marzo 2026

La crisi in Medio Oriente, aggravata dall’escalation militare legata all’Iran, sta producendo effetti che vanno ben oltre la regione del Golfo. Mentre l’attenzione internazionale si concentra sugli sviluppi militari e sul rischio di un conflitto più ampio, un attore sembra muoversi con particolare abilità sul piano strategico: la Russia. Le dichiarazioni provenienti dal Cremlino e le analisi di diversi leader europei suggeriscono che Mosca stia cercando di trasformare la crisi in un’opportunità geopolitica.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha recentemente dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin ha proposto diverse opzioni di mediazione per favorire una de-escalation nella guerra che coinvolge l’Iran. L’iniziativa sarebbe emersa dopo una conversazione telefonica tra Putin ed  Presidente  Donald Trump, segno di come il dossier mediorientale stia tornando al centro dei contatti diplomatici tra grandi potenze. Secondo il Cremlino, le proposte russe restano sul tavolo ma rimarranno riservate, lasciando intendere che Mosca preferisca operare con discrezione in una fase particolarmente delicata.

Questa apparente disponibilità alla mediazione si inserisce però in un quadro più complesso. Diversi rapporti internazionali sostengono infatti che la Russia avrebbe fornito, almeno in parte, supporto informativo all’Iran, condividendo dati di intelligence che potrebbero aiutare Teheran a monitorare o contrastare le operazioni militari americane nella regione. Se tali informazioni fossero confermate, la posizione russa apparirebbe ambivalente ma comprensibile all’ interno del “Grande Gioco” in cui è normale essere da un lato mediatrice, dall’altro consigliere strategico di uno degli attori coinvolti nel conflitto.

Tuttavia, proprio questa ambivalenza potrebbe rappresentare la principale risorsa diplomatica di Mosca. La Russia mantiene infatti relazioni con quasi tutti i protagonisti della crisi mediorientale: Iran, paesi arabi del Golfo, Israele e Turchia. Questa rete di rapporti, non è nuova , risale alla Russia zarista ed è continuata durante la “Guerra Fredda” .

Un elemento spesso dimenticato rafforza ulteriormente questa posizione: la Russia è uno dei pochissimi paesi europei ad avere lo status di osservatore presso l’Organisation of Islamic Cooperation, insieme alla Bosnia e Herzegovina e all’Albania che è membro effettivo. 

Questa condizione conferisce a Mosca una particolare legittimità nel dialogo con il mondo islamico. Nel corso degli anni, il Cremlino ha investito molto nel rafforzamento dei rapporti con i paesi musulmani, sia attraverso la diplomazia energetica sia mediante il coinvolgimento delle proprie repubbliche a maggioranza islamica, come il Tatarstan e la Cecenia, nelle relazioni con il Medio Oriente.

Per Mosca, dunque, la crisi iraniana rappresenta anche un’opportunità per riaffermare il proprio ruolo di potenza globale capace di intervenire come mediatore nei conflitti internazionali. Un ruolo che la Russia ha già cercato di esercitare in passato, in particolare nella guerra civile siriana, dove si è proposta come garante di negoziati tra diversi attori regionali.

Parallelamente, la guerra in Medio Oriente produce effetti indiretti ma rilevanti anche sul conflitto tra Russia e Ucraina. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha recentemente dichiarato che, almeno per ora, “l’unico vincitore di questa guerra è la Russia”. Secondo Costa, l’escalation in Medio Oriente rischia infatti di distogliere l’attenzione internazionale dal fronte ucraino, riducendo la pressione politica e militare su Mosca.

L’analisi del presidente del Consiglio europeo evidenzia diversi fattori. In primo luogo, l’aumento dei prezzi dell’energia, spesso conseguenza diretta delle tensioni nel Golfo, può generare nuove entrate per l’economia russa, ancora fortemente legata all’export di petrolio e gas. In secondo luogo, la concentrazione delle capacità militari occidentali sul Medio Oriente potrebbe ridurre, almeno temporaneamente, le risorse disponibili per sostenere l’Ucraina.

Infine, vi è un elemento di natura politica e mediatica: l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale tende a spostarsi rapidamente verso le crisi più immediate. Se il conflitto mediorientale dovesse intensificarsi, la guerra in Ucraina rischierebbe di perdere centralità nel dibattito internazionale.

Questo scenario apre anche interrogativi su possibili scambi diplomatici impliciti. Alcuni osservatori ritengono che la disponibilità russa a favorire una de-escalation in Medio Oriente potrebbe essere accompagnata da una maggiore flessibilità occidentale su altri dossier. Segnali indiretti potrebbero emergere in ambiti apparentemente secondari ma simbolicamente significativi, come il progressivo reinserimento della Russia in alcune manifestazioni internazionali, tra cui eventi culturali o sportivi.

Si tratta naturalmente di dinamiche difficili da dimostrare apertamente, poiché qualsiasi forma di compromesso resterebbe probabilmente non dichiarata e accompagnata dalle consuete dichiarazioni ufficiali di principio. Tuttavia, la storia della diplomazia internazionale dimostra che molte distensioni geopolitiche nascono proprio da scambi impliciti e da accordi informali.

In ogni caso, la crisi iraniana sta contribuendo a ridefinire gli equilibri globali. Il Medio Oriente torna ad essere una delle principali arene della competizione tra grandi potenze, e la Russia sembra determinata a sfruttare ogni spazio diplomatico disponibile.

In questo contesto, Mosca potrebbe effettivamente presentarsi come uno dei pochi attori capaci di facilitare un processo di de-escalation. Ma la sua credibilità come mediatore dipenderà dalla capacità di mantenere un equilibrio tra le diverse alleanze regionali e dalla volontà delle altre potenze di accettarne il ruolo.

La vera domanda, dunque, non è soltanto se la Russia possa contribuire alla distensione in Medio Oriente. Il punto cruciale è capire se questa distensione, qualora si realizzasse, rafforzerebbe ulteriormente la posizione strategica di Mosca nello scenario internazionale. Per ora, come ha osservato António Costa, la percezione in Europa è che il Cremlino stia già traendo vantaggio da una crisi che rischia di ridisegnare, ancora una volta, la geografia del potere globale.

"politica"
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