Le contorsioni del Pd per non chiamare “matrimonio” l’amore omosessuale

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2 settembre 2015

Cazzo che figata, diranno i miei amici gay. Il Partito Democratico, al massimo della sua estensione politico-intellettuale, e ben sapendo della delicatezza dei sentimenti umani applicati a un patto sociale riconosciuto dallo stato, ha strappato ciò che era inimmaginabile pensare: non chiamare «matrimonio» l’amore tra due persone omosessuali, il loro anelito a formalizzare un rapporto certificato, quello che promette di «esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». No, troppo semplice e in fondo banale, troppo pop e poco smart, davvero niente a che vedere con la formula di straordinaria intensità con cui chiameranno le unioni civili: «Specifica formazione sociale». Una roba che appena la ascolti, chiunque la pronunci, tu vai immediatamente dall’avvocato per iniziare la pratica di divorzio.

Non è uno scherzo. È questo il frutto del compromesso a cui è arrivato in commissione Giustizia al Senato il Partito Democratico, che poi – pensate un po’ – è addirittura il frutto di una mediazione della componente cattolica del Pd (a prima firma Emma Fattorini, complimenti), «col chiaro obiettivo – racconta Repubblica .it – di evitare l’equiparazione con l’istituto tradizionale del matrimonio». Su questo, si sono accodati i 5 Stelle, che hanno dato il via libera in commissione. Il contrappasso peraltro è stato sufficientemente crudele quando l’ex socialista Sacconi, ora Area popolare, ha motivato il no del suo partito: «La definizione delle Unioni Civili come “Specifica formazione sociale” appare come un disperato espediente causidico per distinguerle dal matrimonio ma, come abbiamo più volte detto, se un animale abbaia come un cane, ragionevolmente è un cane. È la descrizione di questa “Formazione sociale” è quella del matrimonio»

Per cui la morale è la seguente: che il Partito Democratico non ha il coraggio di chiamare “matrimonio” una riforma che chiaramente ne avrebbe i tratti distintivi, mentre l’opposizione, in questo caso Area Popolare, ti dice invece che nella sua descrizione è un perfetto matrimonio, perché dunque chiamarlo Vattelapesca travestito? La mancanza di coraggio di questo Partito Democratico sui temi sensibili è ormai patologica.  Lo stesso divorzio breve che è diventato legge sarebbe potuto diventare «divorzio immediato» se la solita, dannata, componente cattolica non ci avesse messo la zampa.

Nella settimana di conduzione di Prima Pagina, conclusa da poco su Radio 3, mi è capitata la telefonata di un ascoltatore, credo si chiamasse Daniele, che ebbe a esordire in questo modo: “Premesso che ho massimo rispetto per gli omosessuali…”, che poi è la formula che generalmente dà la stura a una qualche riluttanza sulla categoria. Non mi sbagliavo effettivamente, ma il simpatico Daniele pose la questione in modo delicato e sostanziale. Gli stava bene tutto, che le unioni gay avessero pari diritti e pari doveri delle coppie etero, ma su una cosa, da etero e cattolico, pretendeva l’esclusiva: sul nome «matrimonio». Quello proprio non poteva essere ceduto al calciomercato delle opzioni politiche, si trovasse dunque un nome alternativo. Credevo, sul momento, che si trattasse in fondo solo di un gioco lessicale ma l’ascoltatore insistè al punto che mi venne l’urgenza di chiedergli: “Ma lei, Daniele, con quale parola sostituirebbe la parola matrimonio?” Non seppe rispondermi, forse intimidito. Fu così, allora, che chiesi agli ascoltatori di Prima Pagina di immaginare loro un nome alternativo a matrimonio, sperando in realtà che la cosa non prendesse piede e fidando sul fatto che “matrimonio” non si potesse barattare con nulla.

Daniele in realtà poneva una vera questione, ben oltre il lessico. Una questione centrale. Quella parola era un simbolo, come un tabernacolo da difendere dall’invasore spregiudicato e peccatore, era un giglio da non sporcare, era la conquista di una primazia. Ecco perché il Partito Democratico avrebbe dovuto battersi sino all’ultima goccia di sangue per difenderne l’universalità, per considerarla, quella parola, appannaggio di tutti i colori del mondo e non solo di chi ci era arrivato prima e ora non voleva cedere mezzo posto a tavola. Una grave caduta di stile e di sostanza.

Per la cronaca, un po’ per scherzo un po’ per vera convinzione, sono arrivati a «Prima Pagina» tanti nomi alternativi a matrimonio, di cui poi diedi conto nell’ultima puntata della settimana. Si andava da patrimonio a coniugio, da gaymonio a lesbimonio, da sposalizio a gay bride, da consorzio a socio e socia, socio e socio, socia e socia, da omomonio a querimonio, da fratesmonio a soresmonio, da contratto d’amore a patto d’amore, a diritto ad amarsi (salvo Papa), a vitamonio e tante altre.

Nessuno, ma proprio nessuno, neppure il più spiritoso dei buontemponi, aveva pensato a «Specifica formazione sociale». Per fortuna ci ha pensato il Pd.

TAG: matrimonio gay, specifica formazione sociale, Unioni Civili
CAT: Famiglia, relazioni

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