Risparmio
Banca Generali: il private banking non deve avere paura dell’AI
Il wealth management non deve temere la concorrenza dei tool basati sull’Intelligenza Artificiale, che «non costituisce una minaccia per il settore ma rappresenta un elemento in grado di accelerare e rafforzare il modello», dice l’a.d. di Banca Generali Gian Maria Mossa
La volatilità che ha caratterizzato l’ultima settimana sui mercati finanziari ha riportato al centro del dibattito il tema dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’asset e wealth management. Dopo mesi di entusiasmo legati allo sviluppo di modelli generativi e infrastrutture sempre più sofisticate, gli investitori hanno mostrato una maggiore selettività, con prese di profitto che hanno coinvolto sia il comparto tecnologico sia, indirettamente, quello del risparmio gestito.
Negli Stati Uniti, operatori globali come BlackRock, JPMorgan Chase e Goldman Sachs hanno ribadito nei loro aggiornamenti al mercato che l’AI rappresenta una priorità strategica: automazione dei processi di ricerca, ottimizzazione della costruzione di portafoglio, strumenti predittivi per la gestione del rischio e assistenti digitali a supporto dei banker. Parallelamente, l’andamento volatile di titoli simbolo del boom tecnologico come Nvidia ha alimentato il timore che parte delle aspettative incorporate nei prezzi potesse essere eccessiva nel breve termine.
Anche a Piazza Affari il comparto del wealth management ha registrato movimenti significativi. Gli investitori hanno temporaneamente ridotto l’esposizione su alcune società italiane del risparmio gestito, in un contesto in cui il mercato ha cercato di valutare se l’accelerazione tecnologica possa comprimere i margini o modificare strutturalmente il modello di business dell’advisory tradizionale.
In Italia, a risentirne sono state le principali società quotate del segmento: Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum, Fineco. Tuttavia, in seguito al sell off, numerose voci provenienti dall’industria del risparmio gestito e dagli analisti hanno sottolineato che il business della gestione patrimoniale non deve temere l’avvento dei nuovi strumenti basati sull’AI, poiché questi ultimi non potranno mai sostituire la figura del banker e il rapporto di fiducia instaurato con i clienti.
È in questo scenario che si inserisce la posizione di Banca Generali e del suo amministratore delegato Gian Maria Mossa, che ha invitato a leggere la recente fase di vendita come una reazione istintiva più che come un cambio di paradigma. La scorsa settimana, le preoccupazioni riguardo alle potenziali implicazioni dei nuovi strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale hanno avuto un impatto significativo sui titoli del settore del wealth management a livello globale. In particolare, Mossa ha recentemente evidenziato che «l’intelligenza artificiale non costituisce una minaccia per il settore del private banking, bensì rappresenta un elemento in grado di accelerare e rafforzare il modello di servizio».
Per l’a.d. di Banca Generali, la reazione del mercato è stata istintiva e la gestione della complessità patrimoniale delle famiglie italiane, in particolare quelle private, non può essere affidata a un chatbot. «Nella gestione della complessità patrimoniale delle famiglie italiane non vedo troppo spazio per una macchina, anche se intelligente. È un overshooting che credo si riassorbirà: la relazione di lungo periodo tra cliente e banker non è sostituibile», ha spiegato Mossa contestualmente alla presentazione dei risultati 2025 della banca, sottolineando come «la fiducia, il supporto emotivo nei cali di mercato e la comprensione dei bisogni, infatti, restano elementi umani insostituibili».
L’opinione del banchiere è che, nell’attuale scenario di incertezze geopolitiche che si riflettono in maniera preponderante sui mercati globali, l’AI non sostituirà i consulenti ma ne potenzierà il lavoro, aumentando produttività, qualità del servizio e capacità di risposta. Non sottraendo all’attività di intermediazione ma rafforzando la relazione di fiducia.
Per Banca Generali, l’intelligenza artificiale è infatti un potente strumento disruptive, ma al servizio del talento delle persone, non un’alternativa alle stesse: un supporto competente per semplificare processi, aumentare efficienza e dare più spazio ai professionisti per approfondire la relazione con il cliente. La private bank del Leone si sta già muovendo in questa direzione. Il primo passo è stato quello di fornire un supporto all’operatività quotidiana, attraverso lo sviluppo di strumenti e applicazioni per aiutare in tutte le attività giornaliere. Dalla piattaforma di consulenza costruita interamente in house, agli strumenti di supporto per gestire digitalmente i processi operativi, fino alle soluzioni per lavorare su simulazioni di portafogli e informarsi sui prodotti. Da ultima, è arrivata GRACE, un chatbot sviluppato internamente per assistere i professionisti della rete di Banca Generali nel reperire rapidamente informazioni e dati, liberando tempo prezioso da dedicare alla consulenza personalizzata.
«Per il nostro settore l’AI è una disruption molto positiva e sono molto ottimista sull’innovazione tecnologica e sui suoi benefici in termini di produttività, raccolta e risultati finanziari», ha concluso Mossa. Sul piano industriale, l’AI viene ormai considerata una leva strutturale: consente di aumentare la produttività delle reti, migliorare la profilazione dei clienti, raffinare l’asset allocation e rafforzare i sistemi di controllo dei rischi. Tuttavia, la componente fiduciaria e comportamentale dell’investimento – cruciale soprattutto nelle fasi di volatilità e in presenza di shock geopolitici – resta difficilmente automatizzabile.
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