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Giustizia

L’epilessia, il malore attivo e altre malattie italiane

di Jacopo Tondelli
4 Ottobre 2016

Non avremo mai verità univoca per Stefano Cucchi. Non avremo mai risposte piene. È tempo di “fare pace” con questa drammatica assenza di verità, molto italiana, molto novecentesca, che ci riporta alla mente, per assonanza, quel “malore attivo” che precipitò Giuseppe Pinelli dalla finestra, e qualche altra decina di tragedie che hanno visto, a vario titolo, coinvolto lo stato. Cosa è successo davvero, perché Stefano Cucchi è morto, davvero, non lo sapremo mai. Resteranno, alfine, le immagini tremende di un giovane morto, i racconti raccolti negli atti giudiziari e l’iter contraddittorio che ha portato prima a condanne, poi a molte assoluzioni, poi a una parziale riapertura del caso. Resteremo con il pugno di mosche della nostra memoria, come già ai tempi dei padri e dei nonni, nel nostro paese. Un giorno finiranno anche gli ultimi tronconi di questo processo tortuoso, e non avremo nemmeno più il tempo di sbattere il muso su perizie mediche che parlano di una possibile morte per epilessia. Anche se priva di riscontri oggettivi, ma perché mai escluderla, no? Proprio il contrario di quel che ti aspetti – ci insegnavano – da una perizia: che ti dica cosa è più probabile. E invece no, a quanto pare nei piccoli misteri italiani le perizie mettono – possono mettere – al primo posto cosa è impossibile escludere. Probabile? Improbabile? Non lo sappiamo, non abbiamo potuto leggere tutta la perizia, ma sappiamo che in conclusione i periti, che escludono di poter arrivare a ipotesi scientificamente solide o certe, e lo dicono, due ipotesi per loro verosimili le consegnano ai giudici: e la prima, appunto, è l’epilessia. Nella seconda, invece, ci spiegano che i traumi (dovuti a percosse, colluttazioni o caduta) possono anche aver generato la vescica neurogenica, che a sua volta avrebbe causato il decesso, ma sarebbe stato ampiamente prevenibile, qualora fosse davvero insorta, se il personale medico avesse assistito a dovere. Insomma, una finestrella piccola piccola, lasciata socchiusa da periti che – il grido di Ilaria Cucchi sembra in effetti sensato – sembrano voler fare il mestiere di giudici, e ricostruire tutto il percorso del “nesso di causalità” (che è proprio il mestiere ultimo del giudice penale).

Ma quella di oggi è una storia più grande, perfino più grande del mistero che avvolge la fine della vita di Stefano Cucchi. È la storia di un paese che ancora non può, dopo tanti anni, dirsi sereno nell’affrontare la violenza legittima dello stato, quando essa è sospettata di superare il confine della legittimità: perché quando di mezzo c’è quella nessuno sembra davvero poterla giudicare, indagare, infine spiegare. Non avremo mai una verità una verità univoca per Stefano Cucchi, dicevamo. È tempo di fare pace con questa drammatica assenza di verità, dicevamo. E, su quest’ultimo punto, naturalmente, ci sbagliavamo.

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