Cultura
Francesco Guccini è morto, Francesco Guccini sarà sempre con noi
È morto Francesco Guccini. Aveva 86 anni ed è stato il cantore di molte generazioni italiane. Il nostro ritratto, attraverso le sue canzoni
A ottantasei anni, nell’età vegliarda che aveva cantato in diversi capolavori, rugoso come un castagno del suo Appennino, è morto Francesco Guccini, e quando muore chi ha cantato i nostri anni, i secoli che ci hanno preparato il mondo e gli istanti di tremori furori e amori che abbiamo vissuto e non avremmo saputo raccontare così precisamente, trovare le parole è difficile. Di buono c’è che possiamo aggrapparci alle sue, ai ricordi dei concerti, delle interviste, delle canzoni che non hanno mai smesso di solcare le nostre notti, quelle di angoscia e un po’ di vino e voglia di bestemmiare, e quelle dolci come la nostalgia dondolata dal vagone, dei primi amori che sembravan speciali, ed erano invece normali. I giorni dei viaggi che sembravano di sola andata, e indietro invece e in fretta ci tornammo, e i luoghi che ci sembravano familiari e invece scoprivamo che rinchiudevano un urlo che non avevamo mai colto a fondo.
Nell’immaginario di molti, un po’ perchè ci ha giocato lui, un po’ perchè semplificare è sempre più facile che capire, Francesco Guccini era un cantanto politico. Essenzialmente un cantante da festa dell’Unità degli anni che furono. Era anche questo, senz’altro, eppure lo era meno, molto meno, di quanto è stato altre cose. Ma è giusto partire da qui, dal cantante che tutti ri-conoscono. Quello che i concerti li concludeva tutti con La Locomotiva, mischiando la fiaccola dell’anarchia e il trionfo della giustizia proletaria, non proprie due utopie compatibili, e che in una cantata d’altri tempi, concepita per essere otto minuti lui la sua chitarra e la sua r arrotata, restituiva bene la confusione dei tempi che la ispirarono. Non all’inizio degli anni Settanta, all’inizio del decennio più politicizzato della storia della Repubblica, quando la scrisse, ma l’alba del secolo nel quale generazioni oppresse da secoli al giogo dei campi sognavano una rivolta, come un dovere.
A ben pensarci, quella canzone diventata un po’ manifesto e un po’ prigione, con gente che ancora faceva il pugno chiuso ai concerti trent’anni dopo, più che simboleggiare al meglio l’anima di Guccini ne chiuse un periodo, il primo della carriera, il più sociale e politico. È l’onda lunga degli anni giovanili, quelli nei quali canta con Auschwitz la tragedia della Shoah e l’orrore del nazifascismo, la rivolta al conformismo piccolo con un inno generazionale come Dio è Morto, prima censurata dall’Osservatore Romano e poi diventata materia prediletta per schitarrate infinite in tutti gli oratori e dichiarazione di esistenza di ogni buon cattocomunista. Scrive, in quell’alba di una grande carriera, con l’occhio attento e colto del lettore insaziabile e curioso, chino sui libri ma senza erudizione, perchè l’altro occhio è ben aperto sul mondo attorno. Sono di quei primi anni pezzi dimenticati e preziosi, come il Sociale e l’Antociale, e la Primavera di Praga, grido di ribellione contro la repressione sovietica che spianò le proteste praghesi. Un decennio denso, tutto pubblico, iniziato col Sessantotto – quando scoppiava finalmente la rivolta, oppure,“in qualche modo mi ero rotto” -, arroventato dalla strage fascista di Piazza Fontana, insanguinato dai terrorismi e finito poi nella dissipazione individualista del 77, vero inizio degli anni Ottanta edonisti, reaganiani.
Quando pubblica La Locomotiva, nel 1972, Guccini la inserisce in un disco straordinario, Radici, che sembra aver già individuato una traiettoria umana, artistica e intellettuale più profonda delle semplificazioni politico-giornalistiche. In due canzoni di malinconia struggente e di poesia perfetta, Piccola Città e Incontro , tratteggia nella Modena della sua nascita – poi il fato in tre mesi “lo spinse via” – e in quella della sua adultità – “la tristezza poi ci avvolse come miele, per il tempo scivolato su noi” – la parabola di un essere umano che sa l’importanza di conosce da dove si viene, una casa sul confine del ricordo e una piccola città bastardo posto, ma anche che lo scorrere dei giorni non lascia tregua nè certezze: “e cosa sia e che senso abbia, chi lo sa”.
Proprio con Radici, inizia l’età dell’oro di Francesco Guccini. Un ventennio di maturità nel quale, uno dopo l’altro, scrive dischi straordinari, tra i quali tra gucciniani ferve – e proseguirà – la discussione su quale sia il migliore, il più preciso, il più perfetto. Tra i monumenti c’è sicuramente Via Paolo Fabbri 43, storico indirizzo bolognese di Casa Guccini, disco che si apre col suono metallico e nervoso di una “piccola storia ignobile”, canzone sull’aborto quando ancora era reato – “e i politici han ben altro a cui pensare” – passa per un altro manifesto gucciniano, quella Avvelenata che per decenni il maestro non volle cantare ai concerti perchè frutto di un tempo che non c’era più, e chiude sulle note privatissime e dolenti di una Cazone Quasi d’Amore, e del rumore quasi povero di roba da mangiare che esce dalla casa di un anziano vicino, Il Pensionato.
Subito prima aveva scritto La Canzone delle Osterie di Fuori Porta, omaggiata in una bella cover da Luca Carboni e Samuele Bersani, e già lì si sentiva, in un Guccini poco più che trentenne, tutto il senso del dolore della perdita: la gente, “fuori o dentro, è tutta morta”. Una malinconia per il tempo che passa – e poi non torna più – che segna un altro disco monumentale, Amerigo, tutto dedicato a quell’America sognata, favoleggiata, letta nei grandi romanzi, mimata attorno alla Via Emilia. Un lavoro che sprizza ammirazione per Dylan a ogni battuta. È il disco in cui decostruisce e ricostruisce il “vuoto mito americano di terza mano” che aveva sprezzantemente fotografato in Piccola Città. Inizia sulle tracce di nonno Amerigo, che dai castagni dell’appennino pistoiese era andato Oltreoceano, una nave offriva New York vicino, per tornare a casa con due soldi e giovinezza ormai finita. Poi racconta la sua, di America, quella di Francesco Guccini, in una canzone straordinaria eppure meno famosa di molte altre, la sua strada laggiù, 100 Pennsylvania Ave, un amore impossibile che è il viaggio tra due mondi fatti per non capirsi.
In quello stesso disco, chiude i conti col decennio della rivolta con Eskimo, un altro capolavoro. Ricorda quasi lo sguardo di tanti grandi scrittori del Novecento italiano sulla Resistenza, il mito fondativo della democrazia italiana. Dei Fenoglio e dei Pavese, che ne raccontarono la dimensione umana, le debolezze, le questioni private. Non indulge più su retoriche rivoluzionarie ripensando al 68, e ricorda come fosse stato anche un tempo di amorazzi rubati in camere su cui passava tutta la città: e “quante balle si hanno in testa a quell’età”.
Gli anni Ottanta di Francesco Guccini sono segnati dalla ricerca di sonorità diverse, più contemporanee a quel tempo. Molte volte disse, dopo, che non sentiva più presentabile l’idea di mettersi a cantare con la sua chitarra, che era superato. Così nascono lavori come Metropolis, Guccini, Signora Bovary. Nei primi due sono protagonisti i luoghi e il viaggio. Le città eterne come Venezia e Bisanzio, dove la storia del mondo e quella di una giovane donna morta di parto si incontrano, per ricordare che privato e pubblico stanno sempre nello stesso mondo: ed è tanto più vero a Bologna, la sua Bologna, quella che ostenta il suo odor di benessere coi salami in vetrina, e che non dimentica l’indimenticabile strage del 2 agosto: Bologna, capace d’amore, capace di morte. In Guccini, disco del 1983, ci sono i piccoli viaggi che si specchiano in Autogrill, una Rimini fuori stagione, e il mito di Lemuele Gulliver che, con la mente disattenta del gigante, capisce che da tempo e mare non si impara niente, se non si è capaci di farlo. In Signora Bovary – altro disco che molti gucciniani indicano come “il disco” – Francesco Guccini, sulla soglia dei Cinquanta, fa un punto sulla dimensione più profonda della vita. Il pezzo più famoso, più canticchiato, è forse Culodritto, dedicato alla figlia Teresa. La canzone che dà il titolo al disco è il racconto d’interno della crisi, dell’accettazione della morte come destino, come prossima vicina di casa: i giorni sgocciolano come rubinetti nel buio, e noi “diremo un momento aspetti per non essere mai pronti”. Pronti per quell’appuntamento per il quale invece si fa trovare preparato Van Loon, il padre di Francesco, che “andrà davvero con i suoi amici, e la sua storia, con tutti i libri che la vita gli ha proibito, coi vecchi amici di cui ha perso la memoria, con l’infinito”.
Dopo un ventennio di creatività così alta e piena, continuare ad avere una voce precisa e pulita non era facile. Non era facile continuare a trovare le parole. Guccini ci riesce. Scrive Quello che non, nel 1989, in un disco forse non riuscitissimo, nel complesso, ma che contiene due capolavori assoluti: Quello che non, appunto, e Canzone delle domande consuete. Il racconto delle vite marginali trovare altre vette, in Parnassius, con Samantha, mentre lo stingere della vita in nostalgia nello stesso disco è raccolta al millimetro da Farewell, altra canzone perfetta. Gli ultimi album, D’amore di morte e di altre sciocchezze, Stagioni, Ritratti, e L’ulthima Thule sono un lento addio, un tributo a un mondo che gli ha voluto bene, ha ammirato la sua padronanza delle parole nel racconto dell’animo umano, si è sentito riletto più di quanto avrebbe mai immaginato di poter fare in prima persona. E oggi, nell’emozione dell’addio, ci è tornato in mente cosa disse Guccini alla morte di De Andrè, al quale aveva dedicato un passaggio acidulo in Via Paolo Fabbri. “Io spero di morire vecchissimo”, disse allora Guccini – “anzitutto perchè mi piace molto vivere, e poi perchè copsì, ora d’allora, mi avrete dimenticato e parlerete poco di me”.
No, Maestro, questa l’hai proprio sbagliata. Continueremo a cercarti nelle pieghe delle notti e dei giorni e, come te, a cercare le notti ed il fiasco, a morire e rinascere: finchè non finirà.

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