Il viaggio lungo il fascismo nel romanzo di Davide Orecchio. Finalisti Strega

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19 Giugno 2022

Davide Orecchio – Storia aperta – Bompiani 2021

Qual è  il focus di questo “romanzo”? È la storia di una conversione di un giovane fascista, Pietro Migliorisi, che come tutti quelli della sua età (i bambini diacronici li chiama insistentemente il romanzo) attraversano il Secolo breve, il ‘900, e cambiano pelle ideologica, e dal fascismo iniziale, alcuni prima, altri non appena caduto Mussolini, approdano al comunismo. Fu una sorte questa che ebbero moltissimi giovani intellettuali italiani, da Muscetta ad Argan, da Vittorini a Della Volpe, da Gatto a Rossellini ecc, e molti altri, almeno due  ritratti qui con Pietro Migliorisi, come Felice Chilanti e “il Comunista” che ha tutte le caratteristiche di Mario Alicata, ma interessò numerosissimi  rossobruni avant la lettre, cioè i “comunfascisti” o “fasciocomunisti” che furono una legione, tutti lost in translation come nel film della Coppola, non tra lingue, ma tra le due ideologie maggioritarie del ‘900.  “Persi” mica tanto tuttavia perché proprio grazie al loro istinto di sopravvivenza e di adattamento (il “realismo” de la croûte du pain dirà il saggista francese Michel Crouzet indagando il carattere nazionale italiano di cui Stendhal era soggiogato) si procurarono non solo il pane ma anche il companatico, oltre un proprio destino e una loro proiezione sociale (se stiamo ancora qui a parlarne). In termini terra terra il loro versipellismo può essere riassunto con involontario gioco di parole nei versi di quella canzone “come si cambia per non morire”.

C’è  un passo-verità nel romanzo annegato nello squacquerone lirico-melico della tessitura testuale del libro di cui dirò. È il momento in cui la voce narrante, sempre vigile anche quando lirica, denuda il suo protagonista Pietro Migliorisi, che poi sarebbe sotto spoglie romanzesche il padre dell’autore,  Alfredo Orecchio.

«Pietro non sa essere libero, Pietro ha bisogno di una totalità, Pietro ha bisogno di una religione, per Pietro la politica è chiesa ed è moralità ed è integralismo, Pietro da solo si perde, Pietro ha bisogno di una trascendenza, il nostro fascismo è la trascendenza di Pietro e se un giorno lui dovrà lasciarlo, lui avrà bisogno di una chiesa nuova, perché senza una chiesa Pietro non vive».

Passo, che è la chiave di volta del transito da un Partito (fascista) ad un altro (comunista) restando immutata la struttura di base della personalità, come accadde presso i  “bambini diacronici” che nei nostri decenni, passarono da LC a CL, restando basica la sottostante struttura fideistica della loro personalità. Anche qui si trattò di un passaggio da una Chiesa all’altra dopotutto.

Nel cambiamento repentino non agirono ovviamente solo cause idealistiche ma altre più realistiche e più cogenti. Innanzitutto la ricerca ossessiva, spasmodica di un “posto”, una sistemazione, una collocazione impiegatizia (che il protagonista troverà come tirapiedi del Federale locale).

Vedi il seguente carotaggio testuale.

«Leggiamo […] di come Pietro continui a mischiarsi col nostro fascismo, “perché lui ne ha bisogno, deve farlo se vuole trovare un posto nel mondo”,  lui è un figlio del regno, è un seme del nostro fascismo, ed è “ora di trovare un lavoro”, perché il padre gli ha ridato la stanza e il letto e non ha più nulla a pretendere, sa che Pietro non sarà mai un generale del nostro fascismo, però lo guarda di sbieco, perché la madre è sempre più vecchia tra giulebbi e limoni, perché Michela gli ha chiesto: quando mi sposi?».

Il problema di questi intellettuali piccolo-borghesi indagati, con acume va detto, da Davide Orecchio, ma ancor prima egregiamente segnalati da Robert Michels in un suo studio come “spostati”, è quello di vivere di penna. Sono dei letterati già numerosissimi rispetto al secolo precedente. Ma in un mercato asfittico come quello italiano in cui l’offerta supera la domanda, e diventato di massa solo negli anni Sessanta, non hai scelta. Se hai i denari e vivi di rendita ti fai pubblicare il libro coi soldi di papà (come fece Moravia nel ’29) altrimenti ti azzerbini o più  nobilmente vai in servitù  volontaria  di una grande Istituzione, ieri il Partito (fascista o comunista non conta, devi solo sostituire nel tuo salotto mentale, il quadro di Mussolini con quello di Stalin, come è detto qui) oggi i Partiti tutti. Non è certamente cambiato di molto lo scenario infatti, vedi le lotte attorno alla più grande istituzione culturale che è la Rai e quella specie di corrida cruenta che si gioca per l’impossessamento di posti, stipendi e prebende, tra giornalisti “targati” dei vari Partiti, che Alberto Ronchey definì con il termine ormai storico di “lottizzazione”. A significare che, stante una lingua periferica e un mercato delle lettere sempre asfittico, servire in cambio di sinecure è un costume molto antico, nato forse nell’epoca moderna e proprio nel periodo fascista tematizzato dall’impegnativo romanzo di Orecchio. Ne segue e consegue il tratto metastasiano, da usignolo dell’imperatore, tipico dell’intellettuale italiano verso il regime di turno, la tendenza a trillare per il Potere, l’adulazione e la corrività verso chi ti dà da mangiare (vedi il passaggio razzista di Chilanti e gli elogi di Alicata verso Mussolini che il sagace storico Orecchio rintraccia ed espone).

Peccato che questi assunti di grande pregio, e che spiegano molti arcani di quelle tantissime personalità che Mirella Serri, dopo e a parziale rettifica del noto libro di Ruggero Zangrandi Il lungo viaggio attraverso il fascismo che fra i primi aveva affrontato il tema, chiamerà I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte, peccato dicevo che questi temi siano annegati in un condimento debordante. Lo squacquerone di cui dirò  in seguito..
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Conviene tornare al romanzo di Orecchio per dirne meglio e suggerendo al lettore, se crede, di abbandonare questo scritto che hs tra le mani perché di seguito si parlerà di noiose questioni di tecnica letteraria.
La fabula è molto semplice, dicevamo, quasi una cronaca, ed è la storia a partire dagli anni ’30 del Novecento di Pietro Migliorisi, intellettualino metà poeta metà giornalista originario di Enna ma gravitante però su Messina e Roma, fascista fervente della prima ora (fascista “di sinistra” eh sì ci furono anche costoro) il quale partito volontario nel ’35 per l’Etiopia, attraverso le drammatiche  esperienze ivi registrate (una indigena sparata in testa da un ufficiale fascista) e le successive, la disastrosa guerra d’Albania e quella catastrofica in Sicilia contro i liberators (riscontro la stessa locuzione di Pietrangelo Buttafuoco da egli adottata in maniera sicuramente irridente nel suo Uova del drago,  non saprei dire se ugualmente ostile qui, dove sembra fortuita), matura il successivo distacco dal fascismo e l’approdo al comunismo, portandosi dentro però tutti i rovelli tipici del rinnegato.
Ora, se questa è la semplice fabula, molto elaborato è invece l’intreccio (plot in inglese, sjužet in russo), che chiunque abbia qualche nozione di narratologia sa non essere altro che la trattazione artistica del racconto (fabula) nudo e crudo, e ciò da una parte in ordine alla disposizione degli eventi narrati (la storia) che possono essere anticipati, posticipati, rinarrati o amplificati come accade spesso qui,  e dall’altra in ordine  all’elaborazione stilistica in termini di discorso, ossia tutti quegli elementi retorici di lingua e stile, di punteggiatura finanche e di lunghezza, che fanno la differenza nelle opere, tutti elementi dell’intreccio,  chiamiamolo anche allestimento che sono il cuore del progetto artistico stesso. Non il cosa racconti ma come lo racconti insomma.

Ora è chiaro che i letterati sono dei violenti che non avendo a disposizione un esercito si impadroniscono del mondo chiudendolo in un libro.
Un autore che scrive quasi settecento pagine è un violento che punta deliberatamente  al sequestro di persona del lettore. E certo, anche se non siamo alle mostruose 1400 pagine dell’Educazione cattolica di Albinati o alle 1300 di Fratelli d’Italia di Arbasino, che sono libri destinati a una lettura rapsodica perché umanamente è temeraria una consecutiva nel nostro tempo di videolettori. Se anche avessimo il fiuto spesso ci manca il fiato. La narrativa fluviale non ha il conforto dei lunghi e freddi inverni russi. Non nei nostri tempi sincopati almeno.

Qui la procedura stilistica prevede una elaboratissima costruzione del testo attraverso l’apporto di fonti vere (i diari di Ciano per esempio) e fittizie variamente denominate. L’autore è uno storico ci dicono ed è  avvezzo alle fonti documentali. A ciò si aggiunge il ricorso a continue ripetizioni, come “sono fascista, non sono fascista, sono fascista, non sono fascista (che poi diventerà non sono fascista, non sono fascista, non sono fascista, e ancora dopo diventerà sono comunista, sono comunista, io sono comunista). Leitmotiv  ripetuto anche cinque volte e  modulato ripetendo la frase al positivo o al negativo, man mano che si passa, rispetto al fascismo, dall’adesione fanatica fino al distacco definitivo (nel gelo e nella fame d’Albania); i “bambini diacronici” tornano a ogni passo, ben 225 volte, ogni tre pagine, mentre c’è un hapax legomenoni greci tirano” ma ripetuto ben 15 volte e potevano essere 35, ebbene queste ripetizioni sono come modulazioni sonore che accompagnano o chiudono molti snodi del romanzo e hanno funzioni di leitmotiv, va bene s’è capito. Io ne sono stato tuttavia infastidito all’inizio, più che altro per il sospetto di una prosa eccessivamente ornata,  poi ho accettato piegandomi al patto narrativo. Diritto dell’autore di esprimersi come meglio crede, sa e può. C’è chi punta alla parsimonia del gesto verbale e chi alla disarticolazione e allo sbracciamento linguistico, all’efflorescenza manieristica, alla ridondanza ipnotica. Come qui.

Le anafore e le ripetizioni hanno questa funzione di generare attrazione attraverso la fascinazione ipnotica del discorso piuttosto che grazie all’agencement della storia, che è molto semplice e lineare, e pertanto s’è temuto noiosa alla distanza. Da qui forse la decisione di speziarla con quegli abbellimenti.
Le aperture di lasse narrative con “Ora” o con “Poi”, a cascata, per pagine e pagine, hanno chiara funzione iterativo- musicale-ossessiva ma disturbano. Ci senti forzatura e artificio e lontane risonanze d’arrighiane, visto che parte della vicenda si svolge nello Stretto. Sicuramente hanno un’intenzione lirico-melica, come quella delle nenie,  stordente ed ammaliante, al fine di  creare pathos, ma insomma, non funziona o indispone alla lunga. Forse tende alla costruzione di un’atmosfera emotiva, di cui tuttavia si vede l’intento redazionale in filigrana.

La punteggiatura sincopata del cap. VIII Una vita anelastica (Felice Chilanti, 1914-1982),  quella del cap. XIV Una vita anelastica (il Comunista, 1917-1998 e quella del XXIV Una vita anelastica (Michela Tropeani, 1916-1994)) approda alla drogazione della pagina fino alla bizzarria estrema, specie in questi “medaglioni” extranarrativi, con l’alzata d’ingegno di sconvolgere la punteggiatura mettendo un punto dopo ogni parola. È un chiaro indizio di un deliberato manierismo redazionale tutto in funzione della capricciosa libertà inventiva dell’artista, e che il lettore si arrangi. L’autore mi è sembrato uno di quegli infermieri sadici che giocano scherzetti ai poveri senescenti ricoverati. Peccato, perché figure screziate e camaleontiche come quelle di Alicata e Chilanti, mantecati in questo tipo di prosa, temo che alla fine sfuggano alla cattura del lettore medio. Che si perderà il divertissement  di un Alicata, di cui si sottolinea la passionalità aggressiva, ma si prolunga la vita (morì nel 66)  fino al ’98 (D’Alema al potere) e si prevede addirittura un beffardo revirement socialdemocratico prima e liberale dopo e una sostanziale  sconfitta da solitario y final abbandonato pure dalla giovane amante. Ma chissà chi comprenderà qualcosa del rigido formatore di “quadri” e inventore di conferenze ideologiche e culturali di massa nonché  co-sceneggatore di Ossessione di Visconti che fu Alicata. Ed è un vero peccato.

Sta qui lo  squacquerone di cui dicevo e in cui è annegato il “romanzo”.

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Finalisti PREMIO STREGA 2022
A fianco di ogni libro troverete il link alla sua recinzione (recingere con un testo un altro testo) su questa rivista man mano che pubblicherò le recinzioni dei 12 romanzi finalisti.

I finalisti sono:

1. Marco Amerighi con “Randagi” (ed. Bollati Boringhieri), presentato da Silvia Ballestra. urly.it/3ny2q

2. Fabio Bacà con “Nova” (ed. Adelphi), presentato da Diego De Silva. urly.it/3nypf

3. Alessandro Bertante con “Mordi e fuggi” (ed. Baldini+Castoldi), presentato da Luca Doninelli. urly.it/3nvnf

4. Alessandra Carati con “E poi saremo salvi” (ed. Mondadori), presentato da Andrea Vitali. urly.it/3p5zh

5. Mario Desiati con “Spatriati” (ed. Einaudi), presentato da Alessandro Piperno. urly.it/3nv-j

6. Veronica Galletta con “Nina sull’argine” (ed. minimum fax), presentato da Gianluca Lioni. urly.it/3p89p

7. Jana Karšaiová  con “Divorzio di velluto” (ed. Feltrinelli), presentato da Gad Lerner. urly.it/3nx4h

8. Marino Magliani con “Il cannocchiale del tenente Dumont” (ed. L’Orma), presentato da Giuseppe Conte. urly.it/3n-nv

9. Davide Orecchio con “Storia aperta” (ed. Bompiani), presentato da Martina Testa. urly.it/3p34g

10. Claudio Piersant con “Quel maledetto Vronskij” (ed. Rizzoli), presentato da Renata Colorni. urly.it/3nzhn

11.Veronica Raimo con “Niente di vero” (ed. Einaudi), presentato da Domenico Procacci. urly.it/3nsnm

12. Daniela Ranieri con “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” (ed. Ponte alle Grazie), presentato da Loredana Lipperini. urly.it/3nrz8

TAG: Alfredo Orecchio, antifascismo, comunismo, fascismo, Finalisti Premio Strega 2022
CAT: Letteratura

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