Ripartiamo dall’ultimo romanzo di Francesca Melandri

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26 Agosto 2018

Credo che mio nonno fosse un uomo buono. Lo ricordo fragile, alle prese con i nostri quaderni delle elementari, sui quali si affaticava per imparare a leggere e scrivere. Perché mio nonno era analfabeta. Orfano, era cresciuto per strada, fino a quando lo Stato non si era accorto di lui e gli aveva messo una divisa addosso per mandarlo ad uccidere gente che non conosceva in terre di cui non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ne tornò con una croce di ferro, una campana indiana e notti piene di incubi, tutte le volte che gli capitava di vedere un film di guerra.
Mio nonno – sì, quell’uomo buono – era fascista e razzista. Esaltava Mussolini e odiava i neri. Gli africani. Non gli indiani: quelli erano buoni. In India era stato prigioniero degli inglesi, credo trattato con umanità sia dagli inglesi che dagli indiani. Diceva che lo Stato gli aveva rubato la giovinezza. Gli sfuggiva che quello Stato che gli aveva rubato la giovinezza era Mussolini.
Ho ripensato spesso a mio nonno leggendo Sangue giusto di Francesca Melandri (Rizzoli). Un romanzo che comincia in un modo che sembra bizzarro, ma che man mano che si procede nella lettura appare plausibile, al punto che ci si chiede perché non ci abbiamo pensato prima. E’ la storia di un giovane etiope che un giorno bussa alla porta di una buona famiglia romana con un annuncio sconcertante: lo straniero in realtà straniero non è, ha il “sangue giusto” italiano. Perché il patriarca della famiglia, Attilio Profeti, ha fatto la guerra in Etiopia, e lì ha avuto una donna, e dalla donna ha avuto un figlio che a sua volta ha avuto un figlio. Come chissà quanti dei nostri nonni.
Il libro è un viaggio nelle due Italie, quella fascista di ieri e quella di oggi, difficile anche da definire. Un viaggio nell’orrore dell’iprite e dei lanciafiamme, ieri, e dei CIE oggi, ma anche e soprattutto un viaggio nell’assurdo, anzi nel grottesco. Grottesca è l’Italia fascista, con il capovolgimento sistematico di tutto ciò che è razionale, sensato, vero, con la menzogna e la mistificazione eretti a sistema, con l’epos ridicolo di un popolo rozzo ed ignorante che ha la pretesa di civilizzarne un altro. Grottesca è l’Italia berlusconiana e post-berlusconiana, l’Italia antimusulmana che però accoglie con tutti gli onori Gheddafi, consentendogli anche di tenere una lezione sul Corano a cinquecento ragazze scelte da una agenzia di escort, con la benedizione di quelli che si abbarbicano al crocifisso per esorcizzare la paura del diverso. Un’Italia che intristisce, e che tuttavia è anche migliore di quella reale: perché nel romanzo un parlamentare forzista ha uno scatto di dignità e si dimette per non dover avallare la posizione di Berlusconi nel caso Ruby. “Nella realtà il 5 aprile 2011, quando al Parlamento italiano fu chiesto di avallare o respingere la tesi difensiva di Silvio Berlusconi sull’episodio della prostituta minorenne, i deputati della maggioranza di governo votarono a favore all’unanimità e nessuno di loro si dimise da parlamentare”, scrive Francesca Melandri in una nota conclusiva. Nessuno scatto di dignità. Nessun segno di speranza.
La guerra in Etiopia è stata rimossa dalla memoria collettiva del paese. C’è stata la guerra, c’è stata il fascismo, ci sono stati i partigiani, ci sono stati gli eccidi dei nazisti. Non ci sono mai stati gli eccidi degli italiani. A Roma c’è ancora una via dell’Amba Aradan, il luogo in cui i soldati italiani hanno compiuto uno dei massacri più feroci e vili, con l’uso di armi chimiche. Una via intitolata ad un crimine di guerra – come se a Berlino ci fosse una via intitolata a Sant’Anna di Stazzema – la dice lunga sulla scelta deliberata di non vedere. Il libro di Simone Belladonna Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale (Neri Pozza, 2015) è passato inosservato. “I numeri di quell’impresa coloniale sono impressionanti, paragonabili solo a quelli dei francesi in Algeria nel 1954 e degli americani in Vietnam del 1960”, scrive Belladonna. Ma la guerra d’Algeria e quella del Vietnam hanno suscitato in Francia e negli Stati Uniti forti movimenti di opinione, hanno segnato la cultura, l’immaginario, la politica. In Italia nulla.
Ma il rimosso ritorna. Nella persona di Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti, nel romanzo di Melandri; nelle persone cui neghiamo un porto, nella triste realtà di questi giorni. Su Facebook una donna, ieri l’altro, diceva che le donne sulla nave Diciotti andrebbero sterilizzate: e parlava di donne che sono state stuprate in Libia. In un altro commento leggevo che i bambini su quella nave bisognerebbe ucciderli subito, perché poi da grandi diventeranno criminali. I deliri feroci di un popolo che non ha mai fatto i conti con il suo recente passato coloniale, che non ha mai riconosciuto le sue colpe, che non ha mai chiesto perdono a nessuno.
Sangue giusto di Francesca Melandri è un romanzo bellissimo, vero: e dolorosissimo. Un libro che spiega meglio di qualsiasi altro perché siamo al punto in cui siamo. Non sorprende che sia letto ed apprezzato più all’estero che in Italia.
Per favore, leggetelo. Parlatene. Parliamone.

TAG: Etiopia, fascismo, Francesca Melandri, razzismo
CAT: Letteratura

Un commento

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  1. michele-nobile 2 anni fa

    Sembra giusto il tuo invito a discutere. Personalmente, parlando degli orrori di cui siamo stati capaci nel corso delle nostre imprese coloniali, tenderei ad arretrare, ad andare ancora più indietro nel tempo. Mi soffermerei su un anno, il 1911. Siamo in piena età giolittiana e gli italiani, sul finire dell’estate, invadono Tripoli. La occupano, ma dopo pochi giorni a Sciara Sciat (a Foggia c’è una via che porta il nome di quella località) vengono sconfitti da arabi e ottomani. Per quanto prevedibile, la feroce ostinazione dei resistenti non era stata tenuta in conto dai vertici politici e militari che agivano da Roma e fu soprattutto a causa del cupo sentimento di disfatta che Giolitti stesso ordinò rappresaglie sanguinarie una volta riconquistate certe posizioni. Vennero eseguite fucilazioni sul campo, ma parve non bastare: si pensò allora di organizzare atti inutilmente crudeli, compresi dei rastrellamenti che coinvolsero anche donne e bambini. Più di un migliaio di civili furono trascinati su navi italiane e fatti sbarcare nelle nostre isole, a Tremiti in particolare. Qui i libici giunsero laceri, stremati, quasi in fin di vita per le malattie propagatesi durante la traversata. Vennero imprigionati all’interno di locali oggi semi nascosti agli occhi dei turisti che visitano l’abbazia di Santa Maria a mare e lasciati lì. Parte di loro morì di stenti, lentamente, per mancanza di cibo e acqua.
    Negli anni ’80 Gheddafi rivendicò i torti subìti, reclamando confusamente risarcimenti. Credo che tutto quell’attivismo non debba stupire e tuttavia mi sfugge una cosa che forse proprio Francesca Melandri, attraverso il suo romanzo, potrebbe aiutarmi a comprendere meglio: per quale ragione quel capo di stato si ostinò così tanto affinchè i pochi tremitesi abitanti a San Domino e a San Nicola facessero l’esame del Dna. Voleva accertare se quei prigionieri libici avessero dei discendenti, d’accordo. Ma in fondo, perché? Un saluto, Michele Nobile.

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