Bolzano, lezioni di sviluppo turistico dall’isola più ricca d’Italia

7 Gennaio 2016

Bolzano è un’isola, anche se il mare è lontano circa 140 chilometri. Un’isola nel cuore del Vecchio continente, posta alla confluenza dei fiumi della storia e della geografia. Chi arriva in città via treno (su un regionale che da Verona muore al Brennero, o su un eurocity che da Venezia va a Monaco) se ne accorge non appena mette piede fuori dalla stazione. L’architettura, le pubblicità bilingui, le berline con la targa straniera, i chioschi di cibi germanici un po’ pesanti: si ha la sensazione di essere altrove. In un’isola appunto, una dorata scheggia di Mitteleuropa conficcata nell’Estremo Nord italiano. Un cantone di solida economia asburgico-merkeliana con un tasso di disoccupazione basso, un welfare solido e una qualità della vita altissima.

È ricca la Provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige (questo il nome ufficiale, in italiano; in tedesco, Autonome Provinz Bozen –Südtirol). Molto ricca. Il suo reddito pro capite di quasi 40mila euro batte pure quello di Val d’Aosta e Lombardia. Un’isola in primis di benessere, dunque, che attira gente da tutta Italia. «Sono venuto qui l’anno scorso per la raccolta delle mele – racconta a Gli Stati Generali Davide, ventenne campano che fa il cameriere in un bar del centro –. Qui pagano bene, i servizi funzionano, sono rimasto. Rispetto al mio paese, sembra di stare su un altro pianeta». Marta è siciliana, e fa la commessa in un supermercato. «Non mi lamento, almeno qui un lavoro l’ho trovato. La gente è fredda, ma sto tranquilla per il futuro».

Come spiega l’Istituto provinciale di statistica (ASTAT), circa tre quarti della ricchezza viene dal terziario, e in particolare da quanto ruota intorno al turismo: hotel, bar, ristoranti, trasporti, negozi. A metà agosto chi scrive visita Bolzano, ed è quasi tutto aperto. Idem a una manciata di giorni da Natale, quando infuria il tradizionale mercatino, affollatissimo. A differenza di altre città turistiche italiane, a Bolzano ristoratori e negozianti sembrano del parere che tenere aperto nei giorni di massimo afflusso turistico sia una buona idea. E in effetti nell’agosto 2015, secondo l’ASTAT, in Alto Adige si sono registrate 5,2 milioni di presenze. Ancora, secondo l’ENIT nel 2013 il Trentino-Alto Adige è stata la seconda regione d’Italia per numero di presenze totali dopo il Veneto: 26 milioni contro 41 milioni.

Il fatturato turistico annuale dell’Alto Adige supera i 3 miliardi di euro, con una spesa media quotidiana per turista di circa 120 euro. Un risultato eccellente, specie considerando che la provincia ha una superficie di appena 7.400 kmq (contro i 18.407 kmq del Veneto) e solo un sito Unesco (le Dolomiti, condivise con Trento), su un totale nazionale di 51 siti. «Il modello turistico di Bolzano è decisamente più interessante di quello veneto, anche perché consiste in un bel mix di turismi tradizionali (vere e proprie cash cows) e turismi innovativi – spiega a Gli Stati Generali Jan Van der Borg, docente di economia del turismo all’Università Ca’ Foscari di Venezia –. Sono stati effettuati alcuni interessanti e coraggiosi investimenti in musei, teatri, enogastronomia. L’offerta è diventata decisamente competitiva». Van der Borg sottolinea poi la positività del «modello multiculturale nell’offerta complessiva. Quando sono arrivato io in Italia, in Alto Adige si sparava ancora. Oggi i valori locali legati alla tolleranza potrebbero diventare una best practice per molte regioni europee». Infine, «con la crescente diffusione del turismo esperienziale e dai contenuti forti e unici, Bolzano è competitivo a livello globale nel medio termine».

Si dirà: Bolzano è una provincia autonoma, e può far leva su risorse che le regioni a statuto ordinario non hanno. Vero, verissimo. Ma l’autonomia ce l’hanno le regioni più grandi, e dall’enorme potenziale turistico, quali il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna e soprattutto la Sicilia, con la sua enogastronomia e i suoi tesori naturalistici e culturali. E del resto i soldi non sono tutto. Bisogna anche saperli spendere. Bolzano offre qualche spunto su cui riflettere a un paese, l’Italia, che negli anni Sessanta era una vera superpotenza del turismo, e che oggi perde colpi nelle graduatorie mondiali arrancando dietro la Cina (e la Turchia è meno distante di quanto si creda).

Sergio Cagol, trentino doc, è uno dei maggiori esperti italiani di turismo digitale. A Gli Stati Generali conferma: «Nel settore turistico l’Alto Adige ha portato avanti una strategia pluriennale che punta sulla qualità del servizio, sull’attenzione al turista, sull’accoglienza. Ha migliorato non soltanto l’ospitalità ma anche le strutture, ha puntato sull’enogastronomia, sull’unicità dell’offerta: perché loro sono tedeschi per gli italiani e italiani per i tedeschi. In più hanno lavorato tantissimo sulle nuove tecnologie. Nel 2009 erano usciti i primi smartphone, e le loro strategie erano già mobile friendly, volevano intercettare trend che oggi sono realtà». Last but not least, «in Alto Adige hanno la capacità di allungare la stagione estiva, che dura da inizio maggio a fine ottobre, e poi riprende a dicembre con quella invernale. In più sanno tenere alto il tasso di riempimento delle strutture. Perché non bastano le presenze, conta anche la loro redditività».

Di parere simile Lucie Courteau, preside della facoltà di economia della Libera Università di Bolzano. «La Provincia ha investito molto per sviluppare una offerta turistica di qualità in grado di attrarre sia visitatori dall’area germanica (che trovano qui il sole dell’Italia senza avere problemi di lingua) sia visitatori dall’Italia, che a Bolzano possono trovare “l’esotismo” germanico senza una lingua che non capiscono». Si è puntato in primo luogo sullo sviluppo dell’offerta alberghiera, ma anche sulla tutela dei paesaggi, con sussidi all’agricoltura e con un sistema di trasporti pubblici interurbani tale da incoraggiare gli altoatesini a non emigrare dalle campagne e a conservare il patrimonio rurale. Che, sottolinea la Courteau, «è una delle ricchezze più importanti della regione, e che gli altoatesini hanno avuto il buon senso di non rovinare con il turismo di massa».

Turismo a parte, è tutta l’economia a funzionare, bene o male. Complici il bilinguismo, e una popolazione relativamente giovane, il tessuto produttivo altoatesino è abbastanza dinamico. «La differenza con il resto d’Italia risiede nella produttività (il tasso di disoccupazione qui è al 4,4%), e nella capacità di esportare verso la Germania, l’Austria e la Svizzera, paesi che hanno sofferto meno la crisi rispetto all’Europa meridionale», osserva la docente. Che, alla domanda sull’insularità economica e sociale di Bolzano, risponde: «Secondo me un indicatore importante della “felicità” in una popolazione è il tasso di fertilità. Se le coppie decidono di avere più figli, vuol dire che hanno fiducia nel futuro. Quando si passeggia in città e nei parchi, si vedono molti bambini. E infatti il tasso di fertilità del Sudtirolo è di 1,6 figli per donna e sta crescendo, mentre quello dell’Italia è di 1,4 ed è in discesa».

Certo, non sono tutte e rosi fiori. Per esempio gli altoatesini, nota la Courteau, contano troppo sui sussidi della Provincia. Ancora, l’isola di Bolzano rischia di essere… troppo isolata, come racconta sul suo blog “A Nordest di che” Luca Barbieri, giornalista padovano trapiantato a Bolzano. A proposito dei «treni che non ci sono» scrive: «Dalle 8.36 alle 11.31 [del mattino] non ci sono collegamenti [ferroviari]. Per tre ore Bolzano è completamente isolata dal resto d’Italia». Per arrivare in treno a Verona servono almeno un’ora e mezzo, tre per Milano nella migliore delle ipotesi. Barbieri definisce l’autostrada «carissima e trafficatissima». Quanto all’aeroporto di Bolzano, lo definisce «una chimera, una bella illusione, il catalizzatore di un’esigenza». E in effetti se si va sul sito della struttura, nella homepage si può leggere (chiaro e in tre lingue): “Attenzione: attualmente non vengono effettuati voli di linea. Vi avviseremo non appena saranno ripristinati”.

Infine, Bolzano investe in ricerca e sviluppo meno dell’Italia: 0,55% del PIL, contro l’1,26% nazionale. Il Trentino, con i suoi centri di ricerca e i suoi laboratori di multinazionali, sembra lontanissimo. Almeno in questo però gli altoatesini stanno correndo ai ripari. Con l’ateneo dove lavora la Courteau, per esempio, e lanciando nuove startup. Come CORA Happywear, azienda che produce abbigliamento ecologico e innovativo per mamme e bambini. A Gli Stati Generali la fondatrice, Elisabeth Tocca, racconta: «I nostri capi sono fatti in materiali come bambù, eucalipto e cotone organico. Sono morbidi come la seta, e anche antiallergici. CORA non si trova nei negozi, la nostra forza vendite sono le donne, mamme e nonne…» L’azienda si chiama CORA perché serve coraggio quando si crea una startup e «si esce dalla propria confort zone».

E forse quello che serve all’isola Bolzano è solo un po’ di coraggio in più. Perché va bene essere isola, e va benissimo valorizzare il proprio territorio e i propri asset tradizionali (specie quando si può vantare uno storico di successo). Ma alla fine nessuna provincia è un’isola. I profughi africani e arabi che in estate attendevano alla stazione un treno per il nord (tanto da indurre alcuni media a ribattezzare Bolzano la “Lampedusa delle Alpi”) sono la prova che un’isola può essere molto isolata, ma non lo sarà mai del tutto. Oltre il mare c’è il mondo. E nel mondo ci sono tanti problemi, e anche tante opportunità.

TAG: Alto Adige, Bolzano, Sudtirolo, turismo
CAT: macroeconomia, Turismo

6 Commenti

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    1. gabriele.catania 5 anni fa

      Guardi, da vicentino con origini siciliane, non posso che darle torto. Al sud, in Sicilia come in Campania, in Puglia come in Basilicata e Calabria, ci sono tantissime brave persone che lavorano duramente. Ma quando si ha a che fare con élite politiche, amministrative ed economiche spesso corrotte, con alcune tra le organizzazioni criminali più feroci del mondo, l’impegno e il sudore servono a poco. Il degrado e il dissesto del sud fa comodo a molti: in primis e élite e le mafie del sud di cui scrivevo sopra, ma anchea certi gruppi di potere al nord e al governo centrale.

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    2. gabriele.catania 5 anni fa

      guardi, le regioni del sud Italia hanno tanti problemi, ma sono un’enorme risorsa del ns paese, dal punto di vista economico ma non solo. Per esempio, rappresentano un mercato essenzale per i prodotti delle aziende del centronord, forniscono eccellente capitale umano (sia in termini di manodopera, sia di talenti che dopo il diploma emigrano al nord) e materie prime (ad esempio l’agroalimentare italiano, uno dei pilastri della ns economia, funziona anche con le derrate da Puglia, Sicilia ecc…). Senza contare che anche nel sud esistono tante realtà d’eccellenza, dal distretto dell’aerospaziale a Brindisi all’Etna Valley a Catania, passando per l’alimentare foggiano o salernitano. L’apporto del sud allo sviluppo economico italiano è stato, storicamente, fondamentale (v. ad esempio Ascesa e declino di Felice), e senza il PIL del sud l’Italia potrebbe tranquillamente uscire dal G7. I soldi però non sono tutto: dal punto di vista geopolitico saremmo tagliati fuori dal Mediterraneo, e conteremmo ancora meno in Europa e nel mondo (a proposito, le forze armate e di polizia italiane sono fatte in primis da uomini e donne del sud). Ovviamente il sud ha tanti problemi, e le classi dirigenti del sud hanno enormi colpe, ma non mi vorrà certo dire che il futuro incerto di un bimbo del nord sia tutto imputabile al sud e all’unificazione: io sono nato e vivo in Veneto, e le classi dirigenti del Veneto (ad es. un certo signor Galan) qualche responsabilità ce l’avranno per il recente declino della ns regione… (a proposito, ultimamente si parla tanto di banche venete [e toscane] sui giornali). Non è cercando di riscrivere la storia, o proponendo cure pericolose e improbabili, che si può costruire un futuro migliore per il bimbo di cui lei parla.

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    3. gabriele.catania 5 anni fa

      guardi, le regioni del sud Italia hanno tanti problemi, ma sono un’enorme risorsa del ns paese, dal punto di vista economico ma non solo. Per esempio, rappresentano un mercato essenzale per i prodotti delle aziende del centronord, forniscono eccellente capitale umano (sia in termini di manodopera, sia di talenti che dopo il diploma emigrano al nord) e materie prime (ad esempio l’agroalimentare italiano, uno dei pilastri della ns economia, funziona anche con le derrate da Puglia, Sicilia ecc…). Senza contare che anche nel sud esistono tante realtà d’eccellenza, dal distretto dell’aerospaziale a Brindisi all’Etna Valley a Catania, passando per l’alimentare foggiano o salernitano. L’apporto del sud allo sviluppo economico italiano è stato, storicamente, fondamentale (v. ad esempio Ascesa e declino di Felice), e senza il PIL del sud l’Italia potrebbe tranquillamente uscire dal G7. I soldi però non sono tutto: dal punto di vista geopolitico saremmo tagliati fuori dal Mediterraneo, e conteremmo ancora meno in Europa e nel mondo (a proposito, le forze armate e di polizia italiane sono fatte in primis da uomini e donne del sud). Ovviamente il sud ha tanti problemi, e le classi dirigenti del sud hanno enormi colpe, ma non mi vorrà certo dire che il futuro incerto di un bimbo del nord sia tutto imputabile al sud e all’unificazione: io sono nato e vivo in Veneto, e le classi dirigenti del Veneto (ad es. un certo signor Galan) qualche responsabilità ce l’avranno per il recente declino della ns regione… (a proposito, ultimamente si parla tanto di banche venete [e toscane] sui giornali). Non è cercando di riscrivere la storia, o proponendo cure pericolose e improbabili, che si può costruire un futuro migliore per il bimbo di cui lei parla.

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    4. angela17 5 anni fa

      Il Sud ha inviato molti insegnanti nel non ricco Veneto del 1977. I laureati veneti, pochi in realtà, non sceglievano l’insegnamento per il modesto stipendio. Negli anni i veneti hanno capito però una cosa importante: la cultura serve. I ragazzi si iscrivono ai Licei per poi proseguire con Lauree triennali e altre specializzazioni. Dopo la laurea tanti di loro migrano all’estero perché, con la recente crisi, le opportunità di lavoro sono sempre minori. In altre parole, migrano come i laureati degli anni 60-70, che dal Sud venivano al Nord. Corsi e ricorsi storici.
      Ognuno, caro tom, tragga le proprie conclusioni.

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