Milano e l’identità perduta: spendo dunque sono

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26 dicembre 2018

“La città non sarà più la stessa […] oggi assomiglia a Disneyland; e mentre i bambini giocano con i pirati, mamma e papà lasciano le rate per la casa e i soldi per l’Università del piccolo nelle slot machine. Una volta i croupier sapevano il tuo nome, cosa bevevi, a cosa giocavi… “. Casinò (Sam “Asso” Rothstein)

In questi giorni Milano è al suo apice di splendore, tutta luci, brand, gente, negozi, vetrine.
La città piace a tutti (anche a me), con la patina di effimero a fare il suo dovere e a coprire tutto il resto.
Camminando per le strade, soprattutto per il centro, mi sono reso conto, una volta di più, delle contraddizioni che ci sono sotto la Madonnina, e mi è venuto in mente quello che dice De Niro in Casinò a proposito di Las Vegas. Attraversando la Galleria, Piazza Duomo, Montenapoleone, Piazza della Scala, Brera mi è sembrato più di essere a Disneyland che nel luogo in cui sono nato.
Quello che una volta era vero, oggi appare quasi finto. Colorato ma freddo, vivo ma impersonale (come un aeroporto).
La Galleria ha perso (venduto?) la sua anima, quella di aggregare nei suoi caffè (Boccioni ce lo ricorda) o con i capannelli di gente che discute ed è diventata un’attrazione per turisti (meglio se molto ricchi e senza limite al contante), una giostra tutta lustrini. Le insegne sono quasi tutte cambiate nel giro di pochi anni, è stata creata una storia nuova, il cuoco della tv, la pasticceria famosa e d’antan (che in galleria non c’era mai stata) e con Louis V a recitare il ruolo del re di Francia.
Un’illusione per i piccoli fiammiferai milanesi.

Si ha la certezza che a contare siano solo i soldi, chi li ha e chi può pagare affitti da capogiro.
Niente di male, sia chiaro. E’ il mercato, il marketing, la briatorizzazione di massa. Funziona così.

Si guarda la volta illuminata ma non si sa che i quattro grandi affreschi rappresentano i continenti, che i simboli per terra (Toro compreso) sono quelli delle capitali del Regno d’Italia, unito da re Vittorio Emanuele II cui la Galleria è dedicata.

Prendiamo coscienza del ribaltamento degli assi cartesiani non più penso dunque sono, ma spendo dunque sono.
Milano è diventata solo questo? Un posto dove spendere i soldi, “perché a Milano le cose funzionano”, “Milano è un brand su cui investire”, “Milano è rinata”, Milano è bellissima (e su questo sono d’accordo).

Tutto vero, i servizi universali come i trasporti e gli ospedali funzionano e sono per tutti.
Siamo in cima alla classifica della qualità della vita grazie soprattutto agli indicatori economici e a quelli dell’efficienza dei servizi.
Ho l’impressione, però, che ci stiamo autocompiacendo un po’ troppo, che ci siamo innamorati del nostro cliché: il fighettismo è diventato narrazione, la cifra espressiva della contemporaneità meneghina.

Ma Milano è molte altre cose, cose belle e cose meno belle.
Milano è il bosco di Rogoredo in cui non si riesce mettere fine allo spaccio, Milano ha una qualità dell’aria pessima e che uccide, Milano è la concentrazione di droghe nelle acque dei suoi fiumi. Milano è la solidarietà dell’Opera San francesco, del Pane quotidiano e di tutti coloro che aiutano gli altri, a cominciare dai clochard che dormono per strada (con temperature sottozero).
Non credo a chi dice che i senzatetto non vogliano aiuti, che fanno una libera scelta nel rischiare la vita durante le notti all’addiaccio: è infatti solo una minima parte quella che sceglie di non andare nei luoghi predisposti dall’amministrazione comunale (forse meno del 10%). Tuttavia, colpisce vedere dei letti improvvisati in mezzo alla strada (la foto di copertina è stata scattata in via Torino).

Così come è un fallimento, dal mio punto di vista, che ci sia la coda per andare da Starbucks (ci andrò anche io) – senz’altro bellissimo e in grado di vendere esperienze irripetibili – e non ci sia per entrare a San Satiro a 300 mt di distanza, dove la meraviglia è gratuita, illusoria e in grado di coinvolgere non solo i sensi ma anche l’anima. Il primo è esaltato, porta investimenti, lavoro, fa crescere il pil; mentre per il Bramante che ci ha donato la bellezza non sentiamo una parola. Come non la sentiamo per Caravaggio e la sua Cena in Emmaus alla Pinacoteca di Brera.

La fortuna di Milano sono i milanesi non i marchi che segnano il territorio con i loro investimenti e loro luci colorate.
I milanesi che dal basso danno vita alle esperienze vere, condivise, sociali.
Super, il festival delle periferie dimostra che ci sono aree della città abitate da chi non molla, da chi rifiuta il degrado, da chi vuole fare qualcosa per il suo quartiere (anche senza i glitter sponsor). E, incredibile per quelli che nel cinodromo inseguono solo figa e fatturato, ci riesce bene.

Oppure come il gruppo Facebook Passeggiando per Milano (e dintorni) con oltre 17000 iscritti.
Un gruppo in cui i partecipanti postano foto di Milano e descrivono storie e angoli della città sconosciuti ai più, dove il denominatore comune è la passione.
Un gruppo che è anche carne e sangue, nel senso che ci sono iniziative in cui le persone che si sono conosciute sulla pagina si trovano e “invadono” pacificamente la città. Si riprendono la strada, andando a visitare luoghi insoliti. Animati dalla voglia di stare insieme e di conoscenza, senza nessuno scopo di lucro. Sembra quasi incredibile per Milano, almeno per la Milano di oggi.
O, ancora, come l’esperienza di Dynamo camp che ospita gratuitamente bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni con patologie gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione. Come quelli delle oncologie pediatriche (del settimo piano dell’istituto dei Tumori).

A dare linfa a questo sistema circolatorio dell’organismo Milano siamo tutti noi, ricchi e poveri, belli e brutti, giovani e anziani, maschi e femmine, milanisti e interisti. In una parola milanesi.
E io a Milano devo tutto, soprattutto la vita (che mi è stata salvata all’Istituto dei Tumori con un trapianto di midollo osseo da donatore non consanguineo per curare il Mieloma Multiplo). Questa si un’eccellenza milanese molto concreta e senza fronzoli, come è sempre stata la nostra città.
W Milano

Nelle foto: clochard in via Torino, L’abside di San Satiro ideata dal Bramante (sempre in via Torino), La colazione in Emmaus di Caravaggio a Brera.

TAG: identità, milano, soldi
CAT: Milano

Un commento

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  1. lina-arena 8 mesi fa
    conclusione: i soldi servono sono il termometro e la medicina della società capitalistica. Per cambiare sistema bisogna trovare o inventare altre strutture. L'economia è il motore di tutto ivi compresa la medicina per farci sopravvivere.
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