La casta Susanna e Roberto Vecchioni

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30 Maggio 2020

Milanin Milanon era il titolo di uno spettacolo di Filippo Crivelli e Roberto Leydi del 1962, una rievocazione della storia popolare di Milano attraverso la poesia e la musica. Era una sorta di seduta spiritica per evocare l’anima popolare di una città assai viva che attraversò, come l’Italia intera, glorie e sventure fin dal 1850; da quando cioè Milano iniziò ad affacciarsi al balcone come motore politico ed economico di uno stato da costituire. Fu pensato per un gioiello milanese in miniatura, il Teatro Gerolamo e, avendo avuto un grande successo, fu riproposto nel 1976 al Castello Sforzesco e poi ancora, a distanza di cinquant’anni dalla creazione, nel 2012, al Piccolo. Il titolo era tratto da un romanzo in prosa milanese di Emilio De Marchi, pubblicato postumo nel 1902, proprio perché una delle chiavi di lettura di Milanin Milanon era la metamorfosi di Milano da città piccola in metropoli. Non dimentichiamo che le città più grandi e importanti d’Italia, al momento dell’Unità non erano né Roma né Milano, che avevano molti abitanti in meno di qualsiasi metropoli europea. Era Napoli, la quinta metropoli d’Europa con Londra, Parigi, Vienna e Pietroburgo. Era proprio Napoli, la città più invidiata da tutti, per mille motivi. Invidiata e impoverita dai Savoia e da una mentalità rapace che produsse sì, l’unità, sfracellando lo Stato Pontificio dopo secoli di oscurantismo, ma distrusse una delle economie più fertili e sviluppate che mai l’Italia avesse conosciuto appropriandosi oltre che delle ricche finanze borboniche anche di un’enorme flotta, per i tempi. Ma questo la Storia ufficiale lo ha già chiarito molte volte, smontando la retorica risorgimentale da sussidiario che doveva far parte di una narrazione che è ancora dura a morire. Il perché di questo panegirico su Napoli lo vedremo dopo.

La proposta di Crivelli e Leydi è quindi affettuosa, è la ricerca del tempo perduto, una volontà di preservare quasi le reliquie dagli insulti del tempo. Un atto d’amore, alla fine. Comprensibile e condivisibile.

Ma la narrazione di Milano, divenuta centro di un sistema tolemaico dove tutto gira intorno alla terra milanese, è talmente coriacea che ci casca perfino Roberto Vecchioni, in un’intervista al Sole 24 ore del 25 maggio 2020, che suona abbastanza ridicola se rapportata a ciò che la città è realmente oggi.

Vecchioni sembra vivere sotto una cupola, isolato o cogli occhi e le orecchie chiuse, perché ignora ciò che oltre quella cupola rassicurante avviene o è avvenuto negli ultimi tempi. E dice pure che chi non ci vive, a Milano, non può permettersi di “ciacolare da fuori”, perché non si può capire cos’è Milano. Bene, io a Milano ci ho vissuto dal 1984, quando vinsi un concorso alla RAI e mi ci stabilii per oltre un trentennio, vivendola capillarmente e apprezzandone il polimorfismo e la molteplice vita, proprio ciò di cui parla Vecchioni. Vi ho fatto delle cose molto importanti; di certo, allora, era uno dei pochi posti in Italia dove potessero accadere delle cose. Certamente, Milano è stata anche quello, un motore per l’Italia, di tutto: economia, società, cultura, costume, arte, idee, moda, musica. Ma bisogna contestualizzare quando Milano è stata veramente il centro di quel sistema tolemaico. Oggi non lo è più, ma non lo è più da un bel pezzo. E io ci ho vissuto molto e profondamente a Milano. Forse la Milano di cui parla Vecchioni è la Milano di Aniasi, quando la città civile reagì al terrorismo e seppe produrre qualcosa di veramente nuovo e diverso. Gli anni Settanta videro certamente Milano come un fulcro di idee e di rinnovamento in un momento assai buio della storia italiana. Addirittura quella Milano servì da modello sociale e amministrativo per città che avrebbero cambiato il loro volto pochi anni dopo, come Barcellona. Quella Milano. Certo, il substrato su cui si innestava era importante ed era ben fertilizzato. La fucina di idee e degli incontri che a Milano si prodigava in una produzione senza pari era veramente entusiasmante. Infatti Crivelli e Leydi attingevano proprio a questo. E loro, in quello spettacolo, si occupavano unicamente del lato popolare che, alla fine, può anche risultare provinciale in una dimensione un po’ più ampia che spetterebbe alla città. Ma era una commemorazione di affetti, assai legati all’idioma.

Ciò che successe non troppo tempo dopo, però, non fu molto edificante. Gli anni di Tangentopoli, le cui radici furono piantate e concimate proprio negli anni Ottanta, non risultarono essere una bella pagina. Né lo fu l’ascesa forzista e leghista, un periodo pieno di oscenità ideologiche e di costume che infatti poi si è conclusa con un’altra tangentopoli, legata al Celeste Formigoni e a Maroni, mentre il Capitan de’ Capitani vomitava le sue invettive contro rome ladrone, napoletani puzzolenti, siciliani mafiosi, e il solito repertorio di ingiurie trasferito poco dopo e pari pari agli africani sporchi e neri, visto che era di successo. Come fu per la sorte di Napoli un secolo prima. La Milano degli ultimi vent’anni è anche e soprattutto questo. Coll’ascesa della Lega l’unica cosa che è rimasta a Milano è stata la moda. La cultura, l’arte, l’editoria, ma anche la cinematografia, fiori all’occhiello di una classe milanese davvero fuoriclasse, eclissate di botto. E, se non eclissate, ridotte in forma lillipuziana dall’elefantiasi leghista e forzista. Oppure isole di un arcipelago sempre più decimato. La televisione, certo, la televisione commerciale del Cavaliere senza cavallo, oggi pure ex-cavaliere, rinunciando volontariamente alla carica conferitagli da quel Presidente della Repubblica assai creativo che fu Giovanni Leone, nel 1977.  Per le sue tv e le sue case editrici quella fase di annullamento della Milano precedente fu assai importante, era ciò che si doveva cancellare e fu infatti cancellato. Ma a Vecchioni, che vive sotto la sua cupola spazio-temporale, ciò forse non risulta.

Mi trovai una volta alla presentazione di un libro di Fulvio Papi, alla Fondazione Treccani, poco prima che Ernesto Treccani lasciasse questo mondo, quindi intorno al 2006 o 2007. Papi e Treccani, come fossili di un tempo assai remoto, rievocavano colle lacrime agli occhi ciò che era stata Milano nel momento della ricostruzione postbellica, col fervore e l’energia di chi aveva la voglia di rinascere e scordarsi dell’orrore fascista e delle distruzioni che aveva arrecato a tutti i livelli. E loro due ne furono attivi fattori. Ma piangevano anche per un altro motivo e lo palesavano. Perché si rendevano conto che quella Milano non esisteva più e che l’attualità era la fotocopia di una fotocopia di una fotocopia fatta con una stampante senza toner. Erano disperati, e cercavano conforto tra il pubblico, avrebbero voluto fare qualcosa. Mi toccò molto vedere questi due vecchi appassionati e mi fece rendere conto meglio che non ero da solo a pensarla in maniera a loro affine: chi più di loro poteva saperlo e riconoscere la scomparsa di un mondo di proposte, di rinascita, di futuro? La realtà odierna dà loro ragione.

Eppure Vecchioni si meraviglia pure che si dia addosso alla sua Milano, la sua casta Susanna, in questi tempi difficili di pandemia, dopo che Milano e la Lombardia hanno dimostrato quanto può essere orrenda questa cultura odierna dei danè a tutti i costi:

«Milano intanto è l’unica città italiana, gli altri sono paesoni. Non è grandissima, ma in qualità è l’unica vera città in Italia. E questo non lo dico per orgoglio. Il dramma di Milano è che da quest’emergenza è stata colpita al cuore, è rimasta tra vita e morte. L’arte, l’economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma la circolazione. Ogni organo pensa di poter vivere da solo, ma non può. E quindi nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano».

Queste sono le parole di Vecchioni. In qualità è l’unica vera città in Italia. Se Milano fosse l’unica città d’Italia e il resto solo espressioni geografiche, stile Metternich, allora saremmo veramente fritti. Anche se, a onor del vero, la frase completa di Metternich era:

«La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.» 

Per fortuna, oltre la cupola di Vecchioni, si estende un’Italia policentrica, con altre città, vere e proprie città che hanno ognuna il proprio carattere e le proprie risorse, ormai anche indipendenti da Milano (o che forse dipendenti non lo sono mai state). Il voler continuare a pensare che Milano sia un centro nevralgico senza cui tutto il resto muore è stato anche il motore ideologico della Lega Lombarda, poi Lega Nord, poi solo Lega quando il Capitan de’ Capitani si è accorto che il voto del resto degli italiani è assai più cospicuo e prezioso di quello dei soli lombardi. Sai quanto potere in più? La Lega, in origine, e nel cuore di molti leghisti batte ancora quel coeur lì (Milan col coeur in man… in man, a dire il vero, ultimamente, un coeur foderato di bigliettoni da 500 €), voleva addirittura separarsi dal resto dell’Italia, nella presuntuosa e ridicola supposizione di essere il centro di quella mappa tolemaica. Fuori dal mondo. Come fuori dal mondo, e infatti vive nella sua serra di fossili milanesi, è Roberto Vecchioni.

Milano, colle sue storture celestiali, maronite e pure fontanesche ha svelato piuttosto una natura tumorale in metastasi. Certo, all’interno di una città talmente composita ci sono anche gli antiparassitari, ma la patologia, coltivata per decenni attraverso una propaganda mediatica oscena, causata da simbiosi parassitarie tra Lega Nord, Forza Italia e Alleanza Nazionale, quella Milano di Vecchioni se l’era bell’e divorata da un pezzo. Sono sicuro che il buon Crivelli, ormai ultimo tra i milanesi d’un tempo e da cui ho imparato molto lavorando con lui in varie fasi della mia vita, guarda di certo con orrore tutti coloro, perché sono proprio loro che hanno distrutto quelle memorie affettuose. Proprio quelli che avrebbero preteso di difendere una cultura lumbarda. E pure io che lombardo non sono ma sono stato milanese fino a due anni fa, quando ho cambiato la residenza da Milano a Firenze, rifletto con disgusto su ciò che Milano è diventata. Un omaggio a Milano lo feci anche io, in uno spettacolo di Stefano Masi allo Spazio Oberdan: MI * B3M0LL3, La Musica a Milano negli anni del boom, nel 2004. Anche quella, in fondo, una rievocazione affettuosa di una Milano dei ricordi, creata ed eseguita soprattutto da milanesi acquisiti, me compreso, e da autentici veri milanesi come Antonio Ballista, Emanuele De Checchi e Alessandro Genovesi.

Oggi parliamo del cadavere di quella Milano. Una danza macabra che ha investito la Baggina, proprio dirimpetto a casa mia, travolgendo dei poveri vecchi che ci hanno rimesso la buccia e i familiari di costoro, disperati, che magari avranno pure votato quei criminali che hanno deciso l’ecatombe a tavolino. La Baggina, che ricorre negli scandali milanesi da Tangentopoli in poi; sempre intorno alla sanità, che strano, eh? Meno male che l’Italia è diventata policentrica e che forse sarà, al contrario, il motore per un ripensamento di Milano a cercare di riappropriarsi di un posto nella ragionevolezza, a buttar via la zavorra dell’arroganza e della supponenza, a riconoscere la propria fragilità e il bisogno dell’aiuto altrui. Perché è esattamente il contrario della tesi di Vecchioni: Milano senza il resto dell’Italia, soprattutto in un momento come questo, muore. Anziché dire “Me ne ricorderò quando andrò in vacanza”, infelicissima e sprezzante frase del sindaco Sala sulla polemica delle regioni chiuse per il coronavirus. Arroganza al cubo, scordandosi che, per esempio, Palermo nei suoi ospedali accolse, curò e salvò la vita a quei bergamaschi che non trovavano un posto di terapia intensiva a Milano e in Lombardia, solamente lo scorso 14 marzo. Con riflessione e marcia indietro dei suddetti pazienti lombardi, increduli dopo aver constatato come la realtà in cui avevano creduto ciecamente da sempre fosse stata distorta da una mentalità intrisa di pregiudizi e riaccesa da quei volgari slogan derisori urlati dai milanesissimi Capitani senza macchia, senza paura e senza cervello.

A Vecchioni però piace pensare che esista una Milano che purtroppo non c’è più o che, se c’è, sono solo frattaglie. Capisco la nostalgia. In fondo la senescenza fa tenerezza.

TAG: Alessandro Genovesi, Aniasi, Antonio Ballista, Baggina, berlusconi, Bossi, Ernesto Treccani, Filippo Crivelli, fontana, Formigoni, Fulvio Papi, Gallera, giovanni leone, maroni, Metternich, milano, napoli, palermo, pandemia, Roberto Leydi, roberto vecchioni, salvini, Savoia, Stefano Masi
CAT: Milano, Storia

2 Commenti

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  1. antonio-casella 5 mesi fa

    Grazie Massimo Crispi per questo articolo nato dopo avere letto l’intervista a Vecchioni sul Sole 24 ore del 25 maggio. Anch’io ho avuto sensazioni simili, ma non sarei stato in grado di descriverle così bene.
    Aggiungo una nota sull’intervistatrice, rispetto alla quale si capisce che Crespi ha la sensibilità di non infierire.
    A me questa intervista pare un fulgido esempio di un giornalismo in crisi profonda.
    Segnalo soltanto due punti.
    “Milano intanto è l’unica città italiana, gli altri sono paesoni” dà il senso che chiunque possa dichiarare qualsiasi cosa, tanto il giornalista riporta tutto, senza domandare una giustificazione alle affermazioni.
    E poi c’è quella frase “L’arte, l’economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma circolazione” che per pietà Crespi riporta nel suo articolo dopo averla corretta e che oggettivamente non ha alcun significato…

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  2. massimo-crispi 5 mesi fa

    Grazie a lei. Sa cos’è? È la narrazione semplice che viene usata, perché la semplicità è più facile da far passare. Un’analisi della complessità, al contrario, implicherebbe l’assunzione di responsabilità ben chiare. Io ho amato molto Milano e ciò che era ma proprio per questo mi risulta intollerabile la metamorfosi moderna. Così come lasciava smarriti Fulvio Papi ed Ernesto Treccani, sebbene ci separassero due generazioni. Quella sera non me la scordo più. Ma oggi pur di apparire si cerca di darsi un’importanza, d’altro canto è la civiltà dell’immagine, dell’apparenza, dell’illusionismo. E si riportano cose senza alcun significato rendendole lapidarie, senza spiegarle e, soprattutto, come se fossero scritte da Aristotele o da Marcuse. Ma basta poco per smascherarle.

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