Designer del Politecnico contrastano l’odio in rete con la viralità positiva

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6 dicembre 2018

Palazzine di moderna fattura che si mischiano con il vecchio quartiere Bovisa di Milano. Il vecchio che si mischia col nuovo, un melting-pot di generazioni, stili di vita ed etnie diverse. Un’istituzione universitaria che guarda all’industria ed al commercio con un occhio innovativo e creativo. In questo contesto, quello della Scuola del Design del Politecnico di Milano, è stata sviluppata una delle attività del progetto #LoveSpeech.

Dopo una prima fase introduttiva, volta alla definizione delle linee guida del progetto e di cosa si intendesse per love speech, i 40 studenti iscritti al workshop hanno partecipato ad una serie di incontri con professionisti esperti nell’ambito della comunicazione sui social media, per poi passare all’individuazione ed all’analisi delle forme di odio più significative, prevalentemente nel contesto del Web. L’incontro con alcuni testimonial, che hanno portato l’esempio personale di come la rete possa essere utilizzata per promuovere “viralità positiva” volta a contrastare l’odio dilagante, ha concluso la prima parte del percorso ed aperto la porta alla seconda fase.

I partecipanti, guidati da due docenti del Corso di Laurea in Design della Comunicazione e dal tutor di progetto, sono stati suddivisi in otto team di lavoro con l’obiettivo di ideare strategie multicanale e piani editoriali per il contrasto delle forme di hate speech individuate precedentemente.

In questa fase del percorso i gruppi di lavoro hanno seguito le linee guida del brief di progetto ideando possibili campagne mediatiche aventi in comune creatività ed originalità. Ciascun gruppo ha individuato il proprio target di riferimento analizzandone i comportamenti in rete rispetto al tema di progetto. Ciascun progetto ha articolato le campagne di comunicazione su canali online e offline, privilegiando i canali proprietari del progetto #LoveSpeech (Facebook e Instagram), ma prevedendo anche di coinvolgere potenziali partner e conquistare altri canali utili per entrare in contatto con i pubblici di riferimento. Sulla base dei comportamenti del target analizzati (abitudini quotidiane e di utilizzo dei media), dove e come possiamo incontrarli e coinvolgerli in un percorso di interesse e sensibilizzazione al tema? Perché i contenuti che proponiamo sono significativi per loro? Quali storie raccontiamo loro? E attraverso queste storie, dove vogliamo portarli? Quali sono i valori di riferimento della mia campagna, che possono essere condivisi? I risultati di questo percorso progettuale sono rappresentati dalle linee guida strategiche ed editoriali ed esempi di contenuti ed azioni sul territorio.

Creatività, originalità ed ironia sono state le parole chiave che hanno accomunato i vari team che si sono trovati a dover affrontare tematiche estremamente delicate, ma troppo spesso banalizzate o sottovalutate come ad esempio il sexting, il bullismo, il sizeism, la disabilità e la discriminazione di genere. Uno degli aspetti più interessanti emersi è il fatto che la prerogativa dei progetti non sia stata quella di “demonizzare” i messaggi di odio, ma bensì di proporre nuove modalità e  nuove strategie di contrasto. Ad esempio, la campagna legata alla tematica del sexting ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza dei rischi derivati dalla condivisione dei contenuti, senza condannare moralmente, ma facendo appello ai valori della fiducia, dell’informazione, della sicurezza e dell’emancipazione. In quella legata al bullismo ci si è concentrati sull’offrire alle vittime di hate speech strumenti culturali per proteggersi ed aumentare la propria consapevolezza. Il problema del sizeism, infine, è stato affrontato concependo una campagna che contrastasse le forme di bullismo che colpiscono l’aspetto fisico delle persone (body shaming) suggerendo di liberarsi letteralmente dalle etichette che ci vengono appiccicate addosso attraverso atti di condivisione ed emancipazione personale.

Fermarsi, riflettere e proporre sono anche questi i punti cardine del progetto #LoveSpeech. Il contributo specifico della cultura del progetto applicato a campagne di comunicazione sociale è stato quello di utilizzare la fase di ricerca ed analisi per l’individuazione dei problemi e dei bisogni specifici del target di riferimento. Per un designer il punto di partenza sono sempre gli utenti, persone fisiche le cui abitudini e stili di vita vengono osservati ed analizzati per poter offrire risposte (seppur comunicative) ad esigenze reali e/o promuovere iniziative e buone pratiche capaci di migliorare le condizioni di vita degli utenti stessi*.

È stato curioso osservare gli sviluppi e la crescita di interesse degli studenti nei confronti del progetto. L’iniziale scetticismo di alcuni, legato al fatto che ritenessero non adeguato il tipo di approccio all’argomento (banale e semplicistico per alcuni, una ripetizione di corsi già frequentati o troppo teorico e distante dalla realtà per altri), si è tramutato in vivo interesse e curiosità una volta iniziata la fase operativa. I gruppi si sono messi in gioco addentrandosi in territori che prima avevano considerato in maniera superficiale probabilmente perché troppo inflazionati dal flusso di informazioni che ci travolge quotidianamente.

L’osservazione della realtà da un altro punto vista, più profondo, ha fatto sì che si scoprissero aspetti e sfaccettature di una realtà, quella dell’odio, che difficilmente consideriamo nella sua complessità, in cui i ruoli di vittima e carnefice spesso si confondono.

Emanuele Resmini, educatore
Associazione Street Arts Academy
Francesca Piredda, docente
Scuola del Design del Politecnico di Milano

* Le campagne progettate non sono state ancora realizzate perchè particolarmente complesse e articolate. Si auspica di riuscire a farlo in una fase futura di prosecuzione del progetto. 

Foto di copertina di Candy Carmona Vera, Metamorfosis Pro

TAG: campagne, design, hate speech, Università
CAT: Milano, università

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