La canzone d’autore? Oggi fa il verso al pop più commerciale

1 febbraio 2019

“Una delle caratteristiche della modernità – e in particolare della modernità più recente – è la varietà delle possibili soluzioni. Oltretutto, oggi è più difficile distinguere il pop dalla cosiddetta “musica d’autore”. Nella parte del mio libretto che si occupa degli anni Zero e Dieci, mi sono concentrato in particolare su ciò che accade nell’indie, oltre che nel pop propriamente detto, Sanremo compreso. I risultati un po’ mi hanno stupito: certo, sono cose che possono cambiare nel giro di qualche anno o di qualche album, ma per il momento è curioso come l’indie, che in teoria rappresenta la fascia alta, si compiaccia di inseguire i modi che fino a poco fa erano propri del pop più commerciale, mentre in ambiti come Sanremo si cerchi spesso di recuperare l’eredità formale dei cantautori del periodo classico”, evidenzia Luca Zuliani, professore di linguistica italiana all’Università di Padova e autore del libro L’italiano della canzone (Carocci, 2018), in cui si illustrano le evoluzioni dei testi delle canzoni italiane con un’attenzione particolare al presente e agli ultimi decenni, ma senza perdere di vista la prospettiva storica più lunga e le distanze e i rapporti intercorsi tra musica e poesia nei secoli passati.

Questo è un aspetto molto interessante: nel suo libro evidenzia come soluzioni linguistiche e metriche in precedenza adottate da canzoni dalle forme semplici e popolari sono state di recente usate nella scrittura di canzoni d’autore e con maggiori ambizioni artistiche. Quali sono le ragioni di questa nobilitazione, se così si può dire, di forme popolari? Può fare qualche esempio?

Non è affatto una novità: questo tipo di influenza dal basso cambiò più volte anche la poesia letteraria, la quale però, a sua volta, prima del Novecento influenzava le forme popolari in un modo molto più profondo di quanto oggi potremmo immaginare. Negli ultimi decenni la situazione è cambiata: l’influsso della poesia italiana contemporanea sulla musica è ormai scarso e quindi, inevitabilmente, l’interscambio di cui mi sono occupato è tutto interno alla canzone nei suoi differenti registri. Nel caso specifico, temo di avere usato l’espressione “linea 883”, perché furono soprattutto loro, negli anni ’90, a sdoganare rime come «Questo senso di vita / che scende e che va / dentro fino all’ànimà», oppure «Se vedi uno che / è appena sveglio e / ha l’occhio un poco spento», o molte altre tipologie che al tempo erano considerate rozze. Come si può notare, ci stiamo sempre limitando all’esempio più facile: le famigerate cadenze in battere che vogliono un accento sull’ultima sillaba del verso. Nei decenni successivi, questi tipi di rime “alla Pezzali” hanno scalato i gradini della rispettabilità e oggi si trovano inserite, ad esempio, nella complessa sintassi dei raffinati testi dei Baustelle: «Per le tue pàlpebrè / per le pìccolè / vene scure, per / sua santità / Eyelinèr, / per Gesù Cristo e / per il cabernet- / sauvignon, cioè / le labbra tue… / Ecco perché».

È proprio vero che scrivere un testo per una canzone in italiano è più difficile che in altre lingue? Se sì, perché? Quali sono i problemi principali da risolvere e come sono stati affrontati nel tempo?

Ogni lingua ha i suoi problemi. In inglese, ad esempio, è da sempre difficile trovare le rime, a causa di un ostacolo linguistico non superabile: sono poche le parole che rimano fra loro. Questo, ovviamente, vale nei versi della poesia come in quelli della musica. In italiano, invece, i versi destinati alla musica hanno una serie di problemi specifici che non esistono in quelli della poesia letteraria tradizionale. Il più importante è che la melodia richiede spesso cadenze in battere, ossia conclusioni di verso e specialmente di strofa su una nota accentata, mentre la lingua può fornire pochissime parole accentate sull’ultima sillaba. In questa risposta, ad esempio, finora non ce n’è nemmeno una, a parte i monosillabi, che però di solito non stanno alla fine delle frasi (e quindi dei versi). Inoltre, i versi musicali sono spesso brevi, mentre le parole italiane sono lunghe e ingombranti. Questo ha una conseguenza paradossale: in italiano è più facile comporre un testo come quelli della poesia tradizionale, in endecasillabi e rime piane (ossia accentate sulla penultima sillaba, come la grande maggioranza delle parole italiane) che il testo di una canzonetta, cioè un testo subordinato a una melodia accattivante. In pratica, è tecnicamente più facile scrivere Marinella di De André che Luna di Gianni Togni. Quando cominciò ad affermarsi l’attuale musica tonale (ossia, grosso modo, al tempo della nascita del melodramma) questi problemi furono subito affrontati e risolti forzando la lingua con soluzioni come «Caro mio ben / credimi almen / senza di te / languisce il cor». Quando è nata la moderna canzone italiana, più o meno a partire dagli anni Sessanta, questo tipo di forzature è diventato inaccettabile e si sono cercate nuove soluzioni, che però non sono altrettanto efficaci. Di conseguenza, le lamentele degli addetti ai lavori sono divenute molto frequenti e nel mio libretto ne ho raccolta solo una piccola scelta.

In Italia poesia e musica si separano già nel Duecento, prima che altrove. Perché? E come era possibile nei secoli passati la coesistenza di poesia e musica?

Inizialmente, l’italianissimo divorzio fra musica e poesia consisteva soltanto in una separazione dei ruoli: prima veniva il poeta e poi, eventualmente, il musicista che rivestiva di note il testo. Questa era una novità rispetto ai trovatori provenzali (il modello dei nostri primi poeti in volgare), dove era la stessa persona a scrivere testi e musica. Nei secoli successivi un divorzio simile si è verificato anche nelle altre tradizioni europee, ma per l’Italia c’è anche un problema ulteriore: i metri nobili della nostra tradizione, quelli di Petrarca, non sono adatti alla moderna musica tonale per i motivi di cui si diceva sopra. Di conseguenza, i poeti che a partire dal Seicento hanno scritto per musica hanno dovuto piegarsi alle sue forme (nelle arie d’opera, ad esempio) e di solito hanno finito per scendere di livello nella gerarchia letteraria, divenendo “librettisti” o simili.

È possibile che nella poesia italiana o meglio in alcune sue espressioni ci sia un riavvicinamento tra poesia e musica? Le recenti esperienze della poesia orale o performativa possono essere un esempio in questa direzione?

Secondo me no: i percorsi della poesia e quelli della canzone ormai sono troppo profondamente separati. Un punto essenziale è che quasi sempre, nelle attuali canzoni, prima viene la musica e poi il testo, anche nei cantautori o simili. O meglio, il testo deve conformarsi a una determinata melodia: De André, ad esempio, racconta che spesso scriveva prima una traccia in prosa, poi la adattava alla musica scelta. Le eccezioni ci sono, ma sono così poche e anomale che fanno risaltare ancora di più la regola. In un simile contesto, con due strade così separate, è davvero difficile ridurre la distanza fra la canzone e la poesia letteraria, tranne che per un ambito: il rap, dove i testi sono molto più liberi e dove infatti sono comparse molte fra le più interessanti sperimentazioni linguistiche e stilistiche.

Un grande cantautore come Bob Dylan nel 2016 ha vinto il premio Nobel per la letteratura, il riconoscimento sembra certificare che per l’Accademia di Svezia e probabilmente per molti altri la canzone può essere considerata all’interno del perimetro della letteratura. Qual è la sua opinione su questo punto?

Penso che questo mutamento sia inevitabile, qualunque cosa se ne pensi. La poesia letteraria è ormai confinata in un piccolo giardino ignoto ai più e, inevitabilmente, mostra tutti i segni di questo isolamento dal pubblico normale. Il bisogno di poesia, che è ancora ben vivo oggi come sempre, si rivolge quasi sempre alla canzone – e spesso alla canzone anglosassone – oppure, più raramente, ai poeti del passato. Oggi facciamo fatica a immaginare che fino a non troppi decenni fa una parte degli studenti liceali aspettasse l’uscita dell’ultimo libro di D’Annunzio, o persino di Montale, allo stesso modo in cui oggi molti aspettano il nuovo album di un cantante o di un gruppo. D’altro canto, già allora si trattava di una minoranza: la maggioranza aveva, come unica fonte di poesia, romanze e canzoni di solito molto più banali dell’attuale produzione. Quindi, come spesso capita, la cultura di massa ha alzato il livello medio a discapito dell’élite. Dylan va messo in questo contesto. Fra l’altro lo conosco molto bene, perché lo ascolto da quando ero ragazzo, ma non credo che i suoi testi, presi in sé stessi, possano stare sullo stesso livello di quelli di Yeats o di Eliot: gioca in un altro campo rispetto alla letteratura tradizionale.

Molti studiosi – per citarne uno, Guido Mazzoni – hanno sostenuto in tempi recenti che negli ultimi decenni la canzone, nella percezione o nella fruizione di una parte del pubblico, si sia sostituita alla poesia. Si tratta di una questione complessa, difficile da circoscrivere e dove non è infrequente il rischio di esporsi ad equivoci e fraintendimenti. Lei come la pensa a questo riguardo?

Come si diceva, il fatto che la canzone, come ruolo sociale, si sia sostituita alla poesia è indubbio. Ma si tratta davvero di una questione troppo complessa per poterla giudicare oggi, mentre vi siamo immersi. Di sicuro, la canzone, presa in sé, è molto diversa dalla poesia tradizionale. Un primo punto essenziale, secondo me, l’abbiamo già sfiorato: oggi, quasi sempre, è il testo che deve adattarsi a una musica già esistente e non viceversa. Questo ha una conseguenza importante: un normale testo di canzone ha le sue ragioni formali all’esterno della lingua. In pratica, come spesso si dice, da solo non funziona. Questo problema è tanto più forte in italiano, perché come dicevamo la musica chiede alla lingua un prezzo molto alto. Non si tratta solo delle rime tronche o della lunghezza dei versi: ciò influenza anche il ritmo, perché l’attuale musica tonale tende ad avere un ritmo monotono, segnato dalla successione regolare degli accenti delle battute musicali. Se tale ritmo ripetitivo si riflette nei versi il risultato, per l’italiano, è pessimo: il testo, se viene considerato in sé stesso e quindi viene recitato e non cantato, tende a suonare come una filastrocca. L’elenco completo dei problemi della canzone, però, sarebbe lungo. Un altro punto fondamentale, secondo me, è l’autorialità. Mi spiego: una canzone moderna, il più delle volte, è ben lontana dall’essere l’opera di una singola persona, perché è legata ai meccanismi commerciali della cultura di massa. Non soltanto capita di frequente che la musica e il testo siano opera di persone differenti: in più, spesso, gli autori sono più di uno, per la musica e/o per il testo. Poi, inoltre, intervengono il produttore, gli arrangiatori e tutti gli altri componenti della filiera che partecipa alla produzione della registrazione finale – e anche in queste fasi il testo viene spesso modificato. L’esempio migliore è De André: solo una piccolissima parte delle sue canzoni sono firmate solo da lui. Spesso anche per i testi si è servito di collaboratori. Il pubblico moderno, però, è rimasto fermo all’idea tradizionale di poesia e alla concezione di autorialità che le si accompagna, quindi fa fatica a considerare De André come un abilissimo direttore artistico e non come un poeta, ossia come la voce che ha creato ognuna delle parole che pronuncia e in ognuna si riflette. Lui, però, ammetteva spesso questa differenza: il suo ruolo, raccontava, era quello del “mosaicista”, che combinava tessere altrui. In pratica, ho la sensazione che oggi la poesia si sia rifugiata in un ambito – l’apparato produttivo della cultura di massa – dal quale spesso è davvero difficile tirarla fuori. Decideranno le generazioni future quanto l’attuale canzone possa essere considerata alla pari della poesia dei secoli passati. L’unica cosa di cui si può essere certi è che, come al solito, i posteri faranno scelte per molti versi inaspettate.

In copertina i Baustelle in un’immagine del 2017 per l’album L’amore e la violenza. Foto di Mikegibi.

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