Lavorare meno (consumare meglio)

13 aprile 2019

“Lavorare meno, lavorare tutti”, ha dichiarato il professor Pasquale Tridico, presidente dell’INPS. Molti lo hanno criticato. Per alcuni di costoro  la riduzione del tempo di lavoro sarebbe “un ferro vecchio del ‘68”. Ci sono motivi razionali per non ritenere opportuna una riduzione del tempo di lavoro. Ma chi argomenta col ’68 prende a referenza soltanto il passato, e sembra incapace di guardare all’avvenire. E sembra ignaro della riduzione del tempo di lavoro nei Paesi a noi vicini.

Mentre in Italia la settimana legale di lavoro è di 40 ore, da vent’anni le 35 ore sono legge in Francia. Guardiamo alla Germania: da 20 anni le 35 ore sono nel contratto dei metalmeccanici e di altre categorie. 29 ore alla settimana è quanto hanno lavorato per quattro anni 80mila dipendenti di Volkswagen, evitando così i licenziamenti: ossia, lavorare meno lavorare tutti. Nei talk-show televisivi e nei giornali è in corso da anni un intenso dibattito sulle 30 o 28 o 25ore di lavoro settimanale. Un appello per la settimana di 30 ore è stato firmato dieci anni fa da 200 tra professori, economisti, sindacalisti e politici. Alcuni sindacati tedeschi  stanno negoziando le 28 ore. Migliaia di aziende d’avanguardia in Europa praticano le 32 ore – con aumento della produttività. Contando anche il lavoro part-time la Svizzera sta muovendosi dalle 33 alle 30 ore di lavoro alla settimana. Lo stesso avviene in altri Paesi europei. Per il socialista francese Benoît Hamon la settimana di lavoro di 32 ore è stata un tema forte della campagna presidenziale e lo è anche ora nella sua campagna per le elezioni europee.

Se vogliamo guardare al passato, guardiamo a quello lungo: il dimezzamento del tempo di lavoro è stato per 150 anni il maggior fattore di progresso umano. Eppure è stato sempre accompagnato da profeti di rovina che guardavano al passato, invece che all’avvenire. Mentre in Europa la riduzione del tempo di lavoro è un tema ricorrente nel dibattito pubblico, in Italia essa è un tabù. Tra le eccezioni ci sono il professor Domenico  De Masi e il professor Pasquale Tridico. L’unico che ebbe il coraggio di sollevare con vigore il tema della riduzione del tempo di lavoro, fu Beppe Grillo nel 2008 nell’articolo “Perché non voto” in cui scriveva:

Oggi consumiamo per poter vendere, vendiamo per poter produrre, produciamo per poter lavorare. È il contrario di come hanno funzionato finora tutte le civiltà. Spendiamo in pubblicità mille miliardi di euro all’anno per convincere persone che non ne hanno i mezzi a comprare cose di cui non hanno bisogno. I politici dovrebbero impegnarsi da subito su tre obiettivi: meno energia, meno materiali, meno fatica.
Meno lavoro! Grazie all’ingegno umano e alla legislazione sociale, oggi si lavora metà delle ore di cento anni fa e si produce dieci volte di più. Da secoli, progresso significa usare l’aumento di produttività per fabbricare più merci e diminuire la fatica.
Secondo alcuni, però, quest’ultimo vantaggio del progresso oggi deve fermarsi: l’aumento della produttività dovrà servire solo ad aumentare le merci, mantenendo costanti le ore di lavoro o addirittura aumentandole. Un quarto del lavoro, tuttavia, crea prodotti inutili o dannosi e un altro quarto è usato per cercare di riparare ai danni fatti.
Se non producessimo tanto e se facessimo meno danni, lavoreremmo la metà. Lo sosteneva già John Maynard Keynes nel 1930: entro un secolo quindici ore la settimana sarebbero bastate.

 

Il lavoro intero

La questione del lavoro è troppo importante per lasciarla ai contabili di euro e di ore. Buoni argomenti per la riduzione o l’aumento del tempo di lavoro li troviamo solo se allarghiamo lo sguardo all’intera questione del lavoro, che è la più importante della società. Dal lavoro, infatti, dipendono il benessere e il malessere, la ripartizione del tempo di vita, la partecipazione di donne e uomini alla vita familiare, a quella sociale e a quella produttiva, la ripartizione di oneri e benefici tra donne e uomini, tra giovani e anziani, tra colti e meno colti, l’identità vissuta dal soggetto e quella riconosciutagli dalla società, l’uso e l’abuso della natura, l’adesione ai miti dell’epoca, ossia la crescita economica e la preminenza delle merci.

Un buona inquadramento della riduzione del tempo di lavoro in una visione d’insieme lo offre “Futuro sostenibile”(2011), lostudio del think-tank tedesco Wuppertal Istitut–   scaricabile in internet. Secondo Wolfgang Sachs e gli altri autori dello studio in una società equa e sostenibile va ricomposto quello che il Wuppertal Istitut chiama il “lavoro intero”. Per definirlo possiamo immaginare un “iceberg del lavoro”. Il “primo lavoro” è la punta emersa dell’iceberg, ossia il lavoro pagato, visibile perché contabilizzato nelle statistiche. Questo “primo lavoro” è però possibile solo perché poggia su due lavori non pagati e non rilevati nelle statistiche: il “secondo lavoro”, quello di cura nella famiglia, in buona parte eseguito dalle donne, e il “terzo lavoro”, quello dell’impegno civile: il volontariato, le ONG, i movimenti, i partiti, i sindacati, le chiese, le associazioni civili, culturali o sportive.  In Germania, per esempio, le ore di lavoro non pagate sono quasi il doppio delle ore di lavoro pagate (100 miliardi, rispetto a 56 miliardi, nel 2001)[1]. In Svizzera il valore economico di 9 miliardi di ore di lavoro non pagato è di 400 miliardidi franchi (con un PIL di 680 miliardi, nel 2017), ed è superiore al valore del lavoro pagato. Tutta l’economia di mercato è sostenuta da un’economia di cura e di impegno civile, senza le quali non solo il mercato ma l’intera società non starebbe in piedi. [2]
Per ricomporre l’interezza del lavoro Wolfgang Sachs e il Wuppertal Institut suggeriscono una ripartizione delle attività, per le donne e per gli uomini, in media di un terzo di lavoro retribuito, un terzo di lavoro di cura, un terzo d’impegno civile.

 

Riduzione del tempo di lavoro

Per permettere a tutte e tutti di dedicarsi ai “tre lavori” (retribuito, di cura, di servizio civile) in Italia sarebbe opportuno ridurre il tempo di lavoro pagato dalle attuali 1700 ore annue, in Italia, a circa 1300 ore o meno, ossia in media a 30 ore alla settimana, per 43 settimane, offrendo così un «tempo pieno breve per tutte e tutti». “In definitiva – scrive Wolfgang Sachs – il benessere in un’economia dematerializzatadovrà fondarsi meno sulle cose e più sulle persone.”
Una politica prima di tutto per le persone non è solo una “politica del lavoro”, ma è anche una politica della società e della sostenibilità. Essa implica, infatti, nuovi equilibri di diritti e doveri tra donne e uomini, più tempo per la famiglia, le relazioni sociali, la cultura, lo sport e l’impegno civile. Essa porta anche meno logorio della natura grazie alla riduzione dell’attuale dispendio di materiali e energia per produrre e smaltire una moltitudine di merci dalla vita sempre più breve. Anche il sistema finanziario e del debito privato ne sarebbe stabilizzato. Ci lasceremo infatti alle spalle il motore di una parte dei nostri consumi: convincere la gente a comprare cose di cui non ha bisogno, con soldi che non ha, per far colpo su persone che non stima.

 

Progresso tecnico e progresso sociale

Come avviene da secoli, molti temono che le macchine sostituiscano la manodopera e aumentino la disoccupazione. Questa sostituzione è sempre avvenuta e spesso è stata la rovina temporanea di alcune categorie di lavoratori. A livello macroeconomico, però, la diminuzione del lavoro necessario è un grande progresso. Essa, infatti, vuol dire più benessere con meno lavoro, a condizione che gli ammortizzatori sociali abbiano cura di chi perde il lavoro.

Nei paesi dell’OCSE il tempo di lavoro è diminuito negli ultimi 70 anni, ma ultimamente  questa diminuzione rallenta. Guardiamo agli USA, il paese con più automazione. Da 30 anni il tempo di lavoro è costante: circa 1800 ore all’anno. Paradossalmente il rallentamento della tendenza secolare alla diminuzione del tempo di lavoro va di pari passo con l’accelerazione dell’automazione. Questo accade almeno per tre motivi. Primo: gli aumenti di produttività dovuti a nuove macchine, sono quasi tutti investiti nella produzione di più merci e nella creazione e soddisfazione di nuovi desideri, invece che nella riduzione del tempo di lavoro. L’imperativo assoluto è aumentare il PIL, non la qualità della vita. Secondo, con la cosiddetta “economia digitale” i desideri di prodotti informatici, che per molte persone hanno carattere di tossicodipendenza, sono praticamente insaturabili. Soddisfare quei desideri crescenti richiede sempre più ore di lavoro per inventare, produrre e smerciare software, hardware, infrastrutture. Ulteriore lavoro occorre per il loro sempre più veloce rinnovamento, mantenimento e smaltimento, per rimediare ai loro costi ambientali e sociali e, infine per produrre grandi quantità di materiali e di energia per alimentare il sistema informatico globale.
Occorre più lavoro inoltre per la miriade di nuove attività economiche[3], spesso stravaganti, che fanno parte dell’economia digitale. Si pensi per esempio all’industria dei games(giochi elettronici) oppure agli “operai del clic” in India e in altri paesi poveri, dove migliaia di lavoratori della tastiera producono clic su commissione. Terzo: molte ore di lavoro scompaiono dalle statistiche perché non sono più monetizzate. Questo lavoro una volta era pagato e corrispondeva ad altrettanta occupazione. Oggi quel lavoro è ancora eseguito, ma non è più pagato. Quando per esempio montiamo i nostri mobili Ikea, leggiamo con lo scanner le merci al supermercato, o mettiamo la benzina nel serbatoio, il lavoro non è diminuito. E’ diminuita solo l’occupazione, ossia il lavoro retribuito.
Da qualche anno, inoltre, vanno considerate le tante ore di “lavoro” che noi, i veri lavoratori di facebook e degli altri social media, eseguiamo ogni giorno alla tastiera. Noi “user” probabilmente non ci rendiamo conto di arricchire gli azionisti dei social media due volte: la prima, quando fungiamo da forza-lavoro non pagata; la seconda, quando siamo il bersaglio della pubblicità nei social media.

 

Perché tanto lavoro
Per formulare una politica di riduzione del tempo di lavoro retribuito,  occorre capire perché esso è diminuito e perché la sua diminuzione sta rallentando. Storicamente la riduzione del tempo di lavoro è dovuta a due fattori: il progresso tecnico e il progresso politico. Il ruolo delle lotte e delle legislazioni sociali nel diminuire il tempo di lavoro pagato è sottovalutato. Le lotte sociali, infatti, non si vedono. Le loro conquiste sembrano scontate. Chi va in vacanza per sei settimane pagate all’anno è raramente consapevole che questo beneficio è stato ottenuto con 150 anni di lotte ed è tuttora negato a gran parte degli abitanti del Pianeta.
Le innovazioni tecniche, invece sono sotto gli occhi di tutti e sono magnificate dai media e dalle réclame. E soprattutto, il progresso tecnico accelera, mentre il progresso sociale rallenta o si ferma. Pochi si rendono conto che la durata nel nostro lavoro sarebbe ben più lunga  se non lo impedissero le leggi, i sindacati e le convenzioni culturali. Una di queste è il precetto, oggi messo in discussione, delle tre religioni abramitiche di un giorno alla settimana libero dal lavoro. Dove non ci sono leggi che proteggono dal troppo lavoro, per esempio negli USA o in Cina, si lavora di più che in Europa, malgrado l’incalzare di macchine e robot.
Presto davvero potremo lavorare di meno nei Paesi ricchi? E se sì, perché? Grazie alle nuove tecnologie e ai robot? Oppure grazie agli atti politici dei cittadini che decideranno di dare più valore alle persone e meno valore alle cose? Che ruolo avrà la politica nel riformare le leggi e l’economia per permettere alle persone di condurre la vita che hanno ragione di preferire? Saranno più gli uomini o più le donne a favorire la transizione verso una società nella quale conteranno più le persone che le cose?

 

40mila ore di lavoro

La visione di una società delle trenta o venti ore di lavoro retribuito alla settimana è stata formulata da molto tempo. Una società prospera ed equa in cui si lavori la metà, o la metà delle metà, fu preconizzata da molti: Paul Lafargue (1848), John Maynard Keynes (1930), Pierre Naville (1963 e 2016), Jean Fourastié (1965), Oswald von Nell-Breuining (1985), Pierre Larrouturou (2016), Dominique Meda (2016) e molti altri. Perché nessuna di queste visioni si è realizzata?

Una delle previsioni che non si sono realizzate è quella delle “40 000 ore”del grande economista francese JeanFourastié, l’inventore dell’espressione dei “trenta gloriosi”, ossia gli anni del boom europeo dal 1946 al 1975.  Nel 1965, il suo scenario per l’anno 2000 per il lavoratore medio era: 40 000 ore di lavoro retribuito nel corso della vita, ripartite in media in 1200 ore all’anno, 30 ore alla settimana per 40 settimane all’anno, per circa 35 anni (circa dai 25 ai 60). Questo scenario di forte riduzione del tempo di lavoro retribuito sarebbe stato il frutto dell’innovazione tecnologica. La cosa più interessante è che Fourastié indicava gli Stati Uniti come il primo Paese che avrebbe raggiunto “le 40 000 ore”. Oggi, invece, sono 80 mila le ore di lavoro retribuito nella vita di uno statunitense medio. Gli Stati Uniti sono mondialmente al vertice dell’automazione, ma sono nello stesso tempo uno dei Paesi industriali con la più alta durata del tempo di lavoro retribuito, 1800 ore all’anno, molte di più delle 1200 ore immaginate da Fourastié. Questo stato di cose smentisce il determinismo tecnologico che vede, anche nella nostra epoca, un legame automatico tra l’aumento della meccanizzazione e la diminuzione delle ore di lavoro. Il caso degli Stati Uniti sembra confermare che la durata del tempo di lavoro è un costrutto sociale, non un automatismo tecnico. In  società primitive a bassa produttività e senza macchine si lavorava una ventina di ore alla settimana. In società industriali molto più produttive e dotate di molte macchine, si è lavorato (e in alcune società ancora si lavora) tra le 60 e le 80 ore alla settimana, costringendo in certi casi a lavorare i bambini e le donne, alle quali restava inoltre l’onere del lavoro domestico.

La grande maggioranza degli economisti del lavoro si dedicano solo alla punta dell’iceberg, al “primo lavoro”, retribuito e visibile, ossia l’occupazione. Esso è eseguito da quella che essi chiamano la popolazione attiva – come se non fossero “attivi” coloro che eseguono il lavoro di cura (in gran parte donne) e quello d’impegno civile. Alcuni ricercatori, principalmente donne,  studiano il “secondo lavoro”, quello di cura. Ancor meno studiosi prendono in conto il “terzo lavoro”, l’impegno civile. Infine, una minoranza ancora più sparuta studia il “lavoro intero”, ossia congiuntamente il lavoro pagato, il lavoro di cura in famiglia e il lavoro di impegno civile ed esplorando vie per renderli complementari e sinergici.  Nel primo gruppo di studiosi la quasi totalità sono uomini, mentre nel secondo e specialmente nel terzo gruppo, la maggioranza è costituita da donne[4]. La percezione del lavoro delle donne e quella degli uomini sono diverse.

Ciò conferma due mie convinzioni. Primo, per natura e cultura, e per la loro pratica quotidiana, la grande maggioranza delle donne è più portata degli uomini a una visione intera della realtà del lavoro. Secondo, se vogliamo imbarcarci su una nave che ci allontani da quelle terre aride dove tutto è determinato dai rapporti di denaro, dal determinismo tecnologico e dalle merci,  tra i capitani e i marinai di quella nave dovranno esserci molte donne.

***

[1]Rapporto sulla famiglia del Governo tedesco. Citato in Sachs e Morosini 2011, p. 169
[2]Scrivono le sociologhe AdelheidBiesecker e Uta von Winterfeld nello studio del Wuppertal Institut “Futuro sostenibile”(2011):” Ilpunto di riferimento per una politica del lavoro orientata alla dignità umana e al pieno sviluppo delle persone è l’interezza del lavoro che una persona svolge nella società. Il “lavoro intero” comprende, oltre al lavoro retribuito, anche il lavoro di cura per sé stessi, per la famiglia, per il vicinato e per altre persone bisognose di assistenza, il lavoro per la natura, il lavoro di volontariato sociale, l’impegno civile e infine il lavoro per sé stessi – da soli o con altri – che realizza prodotti artigianali, sociali o culturali (capitolo 13). Il principio del “lavoro intero” è facile da definire ma non da mettere in pratica. Esso infatti arriva a voler sancire l’equivalenza di attività differenti. Oggi però il lavoro di cura è sottovalutato o non valutato, quindi la sua valorizzazione diventa un compito centrale di nuove politiche del lavoro. Per attuarla sono necessarie la parità di trattamento di tutti i tipi di lavoro per i sistemi di previdenza sociale e la concreta realizzabilità di tutte le forme di lavoro (retribuite e no) grazie a infrastrutture di supporto. Occorre quindi la ridefinizione e la rivalutazione qualitativa della produttività del lavoro prestato in famiglia e la sua incentivazione. I servizi svolti nelle famiglie e i loro risultati, per esempio l’allevamento e l’educazione dei figli, andrebbero considerati un bene pubblico. Uguali valori e uguali diritti per tutte le forme di lavoro si possono realizzare solo se esistono per tutti uguali possibilità di prender parte a tutte le attività. Nuove politiche del lavoro sono dunque anche politiche di redistribuzione del lavoro: del lavoro di cura agli uomini e del lavoro retribuito alle donne. Ma non si può dire che gli uomini insistano per assumersi il lavoro di cura. Lo spazio di manovra per una redistribuzione del lavoro intero può essere creato proprio da una riduzione del tempo di lavoro retribuito. Questa è tra l’altro anche la condizione perché tutti possano prendere parte al lavoro retribuito (capitolo 13). Il nuovo mondo del lavoro che così nasce non vincola più a una attività, ma consente di combinarne molte. È necessario quindi sviluppare nuovi modelli che permettano alle persone di cambiare tra queste attività nel corso della vita, e di godere anche del tempo libero. Questo alternarsi delle attività potrebbe aver luogo per esempio quotidianamente o settimanalmente se tutti seguissero un modello “un terzo di lavoro retribuito, un terzo di lavoro di cura, un terzo di impegno civile e di lavoro per sé”. Ma potrebbe anche avvenire in periodi diversi, come nel passaggio da una fase di lavoro retribuito a una di lavoro di cura e viceversa. Un’ulteriore possibilità è quella di “periodi opzionali” dei quali si può disporre se necessario, come quelli per l’assistenza, la formazione e le attività sociali. Il successo di periodi opzionali per la formazione, per esempio, mostra che le riqualificazioni sono necessarie in un’alternanza del genere; il mondo del “lavoro intero” è impensabile senza una formazione diversificata. Inoltre il passaggio tra varie attività non deve compromettere la sussistenza. Le nuove politiche del lavoro sono quindi collegate a nuovi modelli di reddito, che prevedono anche un sufficiente reddito di base.”
[3]Tra i nuovi rami della „economia digitale” vi sono anche quelli dedicati alla disintossicazione digitale (https://en.wikipedia.org/wiki/Digital_detox), che includono app, libri, studi medici, cliniche e campi di disintossicazione digitale. In Cina il settore della disintossicazione digitale è in pieno boom e dà lavoro a decine di migliaia di specialisti impegnati a disintossicare molti degli stimati 24 milioni di tossicomani digitali (http://www.dailymail.co.uk/news/article-3630391/Military-style-digital-detox-camps-taking-China-internet-addiction-bad-young-people-wear-NAPPIES-don-t-leave-online-world.html)
[4]Tra le studiose del “lavoro intero” vanno ricordate, per esempio Dominique Meda, Maren Jochimsen (che ha contribuito ad affermare il concetto di Careful economy),  Ulrike Knobloch.  Uta von Winterfeld e Adelheid Biesecker hanno contribuito a scrivere capitoli di “Futuro sostenibile” sul “lavoro intero”. Biesecker, ha contribuito ad affermare il concetto di Lebenswelt-Ökonomie o Lebenswelt-Wirtschaft, che in “Futuro sostenibile” ho imperfettamente tradotto con “economia della vita”, ossia la creazione di valore per sé e per altri nella vita quotidiana al di fuori dell’economia dei prodotti, dei servizi e del lavoro monetizzati.

 

 

 

TAG: Lavoro
CAT: Occupazione

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