meritocrazia: siamo sicuri che è tutto oro quello che luccica?

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18 Settembre 2017

Tommie Smith, è questo il nome che associo alla parola meritocrazia: il primo uomo a scendere sotto i 20 secondi nei 200 metri piani di atletica leggera.
Non uno qualsiasi.
Qualcuno ne ha sentito parlare? Magari il nome non si collega immediatamente alla sua impresa e al suo volto. Lui è quello che, sul gradino più alto del podio, durante la premiazione alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, alzò il pugno guantato di nero, lo stesso fece John Carlos (anche lui americano classificatosi terzo).
Quel pugno, con il simbolo delle Black Panthers, fu alzato per attirare l’attenzione di tutto il mondo sulle discriminazioni razziali nei confronti degli americani di colore e sulla lotta per i diritti civili. Peter Norman, l’australiano che arrivò secondo, condivise la scelta dei due atleti americani e si appuntò sulla tuta il distintivo dell’Olympic Project for Human Rights.
Dopo quella premiazione, lo sprinter più forte di tutti i tempi (sino a quel momento) e il suo compagno di squadra
furono scaricati dalla federazione americana ed ebbero non pochi problemi in patria. E anche Peter subì ritorsioni per la sua scelta, non gli fu permesso di partecipare alle olimpiadi di Monaco del 1972.

Tommie Smith e John Carlos dal punto di vista della competenza e del talento (gli ingredienti in purezza della meritocrazia) erano meritevoli di partecipare ad altre gare e alle olimpiadi successive?

La risposta è si, avevano il curriculum giusto, anzi perfetto. Soprattutto negli Stati Uniti, la patria del merito.

Ma, purtroppo, la loro carriera finì li, su quel podio. Che però tutti ricordano come un’immagine iconica del Novecento. Non parteciparono mai più a niente. Pagarono duramente, nonostante il loro grande talento, per avere manifestato (pacificamente) le loro idee. Stand up for you rights, don’t give up the fights canterà Bob Marley non molti anni dopo.

Questo esempio, ma ce ne sono migliaia, permette di individuare immediatamente qual è il punto debole di quella che vorrebbe essere una dottrina (politica?, economica?, culturale?) la meritocrazia (Cratos significa potere) appunto. Un sistema di potere e, come tale, ha ulteriori regole che deve permettere a chi lo esercita di avere il controllo e non può essere basato unicamente sul merito puro. E’ lampante.
Per paradosso gli sprinter avevano le caratteristiche giuste ma sono “sfuggiti” al controllo”.

La parola Meritocrazia, non andrebbe dimenticato, anche se molti che ne parlano, soprattutto in Italia, hanno la memoria corta (o semplicemente non hanno aperto nemmeno wikipedia), quando fu coniata negli anni 50 aveva un’accezione totalmente negativa. Il sociologo inglese Young la utilizzò per primo per battezzare un sistema di governo distopico (vale a dire una forma di società immaginaria e spaventosa) in cui la posizione sociale dell’individuo era determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua capacità di lavorare (cit. da Wikipedia).
In pratica delle élite più dotate finivano per perpetuare il proprio potere. Tagliando fuori le masse, il popolo, che nella visione di Young si sarebbe poi ribellato all’arroganza dei governanti.

Nell’era contemporanea l’espressione ha virato al positivo e il merito è il nuovo messia per una società migliore. Solo i migliori devono andare avanti, solo i migliori meritano, solo i migliori sono capaci. Già, solo i migliori.

Ma chi decide chi sono i migliori? Che caratteristiche devono avere i migliori? e chi decide quali sono queste caratteristiche? Dove sono i migliori?

I difensori del concetto, neppure più una parola, ci dicono che la meritocrazia permette di eliminare favoritismi, nepotismi, e un sacco di altri ismi.
Naturalmente siamo d’accordo, tutti vogliamo farci operare da un medico bravo, oppure sapere che il pilota che sta conducendo l’aereo su cui siamo seduti sia in grado di farlo bene. E che a governare ci siano persone capaci e integerrime e non dei raccomandati.
Quindi, nessuno può essere contro l’idea che per fare bene un lavoro, qualsiasi lavoro, la competenza e il talento debbano essere valorizzati. E’ (quasi) una tautologia.
Il concetto di meritocrazia, di selezione sul sapere ha però un po’ un sapore amaro perché non si può nascondere che il talento è un’attitudine naturale (altrimenti tutti saprebbero giocare a scacchi come Bobby Fischer) e che la competenza si apprende grazie all’istruzione. Cui non tutti hanno lo stesso accesso, c’è qualche anima bella che crede davvero che una scuola elementare statale della periferia abbia gli stessi mezzi di quelle del centro?, ad esempio.

In nome della meritocrazia si giustificano le diseguaglianze, come dice Papa Francesco. La meritocrazia è la creazione dell’alibi, della consolazione (tipo sposa bagnata sposa fortunata) per chi non ce la fa, o per chi non ce la farà mai per le condizioni esterne.
La meritocrazia è sempre gestita da un ‘collegio giudicante” (chi sceglie i componenti del collegio?), pertanto il “meritevole” deve essere funzionale. E rimane un cooptato. Senz’altro bravo ma comunque un cooptato. E anche per lui valgono le regole eterne della cooptazione: la fedeltà, l’obbedienza, la lealtà, l’anzianità, la capacità di compiacere. Esattamente quello che non avevano fatto i ragazzi del 68 (quelli sul podio a Città del Messico).
La genialità, l’estro, il talento, la passione, la capacità di vedere oltre, l’umanità, la solidarietà non sempre vengono individuati. Semplicemente perché non esiste la possibilità di partire tutti alla pari. Perché la meritocrazia vale solo per quelli che le servono, per uno che soddisfa i requisiti ce ne sono altre migliaia che non potranno mai neanche sedersi al tavolo con madame meritocrazia. Oppure hanno delle idee diverse. Il punto è che non te lo meriti, sei choosy.
Un eminentissimo ministro, è sicuramente li per i suoi meriti oggettivi, tipo un curriculum da 10 facciate. Non va però dimenticato che sua madre era una economista e guarda caso figlia di un regista famosissimo. Possiamo dire che ha avuto più possibilità, non so, di chi vive al di sotto della soglia di povertà, senza negarne i meriti e senza essere accusati di demagogia? Del resto è pieno il mondo di chi, pur avendo avuto delle possibilità, poi le ha sprecate. La meritocrazia è una perpetuazione delle élite.
È offrendo più possibilità che si vedranno i più bravi e capaci, è aprendo le menti, aiutando il pensiero che si libereranno energie.

È ergere la meritocrazia a sistema che fa sprecare un sacco di talento, tutto quello che non serve a un fine. In un sistema del genere Platone sarebbe passato solo per un rompipalle.

Napoleone che disse La carrière ouverte aux talents”, ovvero “la carriera aperta ai talenti” fu il primo a cercare generali fortunati e ad affidare il potere ai suoi amici e ai suoi parenti.

TAG: Meritocrazia, potere
CAT: Occupazione

Un commento

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  1. latomm 3 anni fa

    Tommie Smith e John Carlos avevano fatto una cosa giusta ma nel posto e nel momento sbagliato.
    In una società che voglia funzionare su basi realistiche e non idealistiche o ideologiche ogni cosa deve seguire un suo percorso di regole e schemi. Se questo accadesse regolarmente la meritocrazia non sarebbe inquinata da favoritismi i quali per testimonianze verso amicizie o parentele dovrebbero seguire altre strade (offrendo propri beni non quelli pubblici). Lo stesso vale per le “idee diverse”. Ci dovrebbero essere, e ci sono, percorsi previsti per la loro esplicitazione. Quanto al fatto che non tutti abbiano “lo stesso accesso” basterebbe aver pazienza. Se i percorsi fossero puliti e scevri da corruzione, col tempo i nuovi accessi se dotati di talento (che non è ditribuito equamente, si sa, ma è col Gran Distributore che bisognerebbe pigliarsela) e buona volontà potrebbero ‘gradatamente’ (o siamo ancora al ‘tutto e subito” del ’68 ?) salire la scala sociale. E consentire alla propria prole di partire da un gradino più alto. In una società che voglia funzionare bene e con un concetto di giustizia a livelli umani e realistici, non è la meritocrazia che va condannata, ma la corruzione che la contamina. Nessuno, se onesto, si lamenta per la sorte che non l’ha dotato di talento o per la propria nascita sfortunata, ma lo fa solo colui che avendo un merito effettivo non lo vede valutato equamente.

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