Ora anche la finanza chiede a Trump di non lasciar trivellare l’Alaska

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18 maggio 2018

Articolo di Fabrizio Goria, tratto da Alpinismi

Nemmeno gli attori finanziari vogliono che si trivelli l’Alaska. È questo ciò che emerge dalla lettera, pubblicata lunedì sul sito del Sierra Club, da parte di investitori che rappresentano complessivamente 2.500 miliardi di dollari. Al centro della polemica, e dei timori, c’è la possibilità data dal presidente statunitense Donald Trump di utilizzare i giacimenti dell’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR). In particolare, la Casa Bianca ha dato l’opportunità a ENI di effettuare ricerca petrolifera nella zona del mare di Beaufort. Una mossa messa in discussione da società finanziarie come BNP Paribas, il Rockefeller Fund e UnipolSai. E che potrebbe essere determinante per stoppare l’iniziativa di Trump.

Così come era stato per Bears Ears e gli altri National monument a rischio, anche l’Alaska rischia di vedere la sua wilderness violata. Proprio per questa ragione il mondo degli investitori finanziari, americani e non, si è mosso. E lo ha fatto in modo perentorio, con le conseguenze per l’amministrazione Trump – reputazionali ed economiche – che si possono ben immaginare. Per capirne di più però si deve fare un passo indietro, come avevamo fatto a fine novembre. Nel 1998, esattamente 20 anni fa, l’agenzia governativa United States Geological Survey (USGS) stimò che la possibile produzione nell’ANWR, sarebbe stata fra i 5,7 e i 16,0 miliardi di barili di petrolio e gas naturale liquido, con una media di circa 10,4 miliardi di barili. Ma già durante la crisi petrolifera negli anni Settanta si era discusso di aprire le porte alle compagnie energetiche. Perché l’Arctic National Wildlife Refuge non è solo il più grande dell’Alaska, con i suoi 19.286.722 acri, cioè 78.050,59 km quadrati. È anche e soprattutto una sorgente di petrolio e gas naturale. Il tutto dove vivono, e nidificano, orsi polari, grizzly, caribou, salmoni e un significativo numero di volatili migratori. In altre parole, “The Last Great Wilderness”, come scrissero settant’anni fa George Collins, del National Park Service (NPS), Lowell Sumner, biologo, sulle pubblicazioni del Sierra Club. Una wilderness che è anche un paradiso per gli esploratori del XXI secolo. Perché al suo interno si trova la catena montuosa delle Brooks, una delle meno battute e ripetute al mondo.

Sono quattro i rischi evidenziati dagli investitori, che stanno incoraggiando un’espansione del supporto su larga scala dell’utilizzo di fonti energetiche pulite, così come stanno promuovendo l’imprenditorialità sostenibile, in Alaska. Il tutto per evitare che si continui a foraggiare la distruzione di quelle che definiscono “meraviglie naturali”. Il primo rischio sottolineato, contrariamente a quanto si possa immaginare, non è legato all’ambiente. È infatti legato ai rischi finanziari. Dal momento che il numero di business plan che contemplano, come variabile capace di influire sull’intera attività economica, un aumento della temperatura su scala globale di 2° Celsius, investire in fonti energetiche come carbone, petrolio e gas naturale rischia di tramutarsi in una scelta finanziaria poco lungimirante. Del resto, è facile comprenderne il motivo. Se perfino le compagnie petrolifere, da anni ormai, ritengono che la domanda globale di petrolio è in fase calante, e che invece la domanda di energia pulita è in aumento, perché allocare risorse in nuovi progetti di ricerca e sviluppo per trivellare aree ancora vergini?

Il secondo rischio individuato è più sottile del primo, ma non meno importante. È il rischio reputazionale. Vale a dire, le società che investono, o investiranno, nei progetti legati all’ANWR corrono il pericolo di essere considerate poco apprezzate dalla cittadinanza. Non solo quella locale, però. Nella lettera si fa riferimento a uno studio condotto dallo Yale Program on Climate Change Communication, secondo il quale il 70% degli aventi diritto al voto in America sono contrari alla trivellazione nelle aree protette dal Arctic National Wildlife Refuge. Pertanto, le società petrolifere e le banche che supportano l’iniziativa promossa da Trump possono dover fare i conti con un contraccolpo reputazionale capace di avere un impatto significativo anche sui bilanci aziendali.

E poi c’è il terzo rischio, ovvero quello sociale. L’ANWR è il fulcro per l’esistenza della tribù dei nativi alaskani Gwich’in. La loro dieta si basa infatti, fino all’80%, sui caribou presenti nell’area. De facto, sono una delle più grandi comunità esistenti al mondo di questa specie. E sono soliti avvicinarsi alla costa, proprio laddove si inizierà l’esplorazione petrolifera, durante lo svezzamento dei cuccioli. L’antropizzazione dell’area potrebbe dunque spingerli al di fuori dell’ANWR. Ma c’è di più. Come ha inoltre spiegato Bernadette Demientieff, direttore esecutivo del Comitato direttivo dei Gwich’in, c’è un problema di possibile violazione dei diritti umani. «Per noi, proteggere questo posto è una questione di sopravvivenza fisica, spirituale e culturale. È il nostro diritto umano fondamentale di continuare ad alimentare le nostre famiglie e praticare il nostro tradizionale modo di vita. L’esplorazione petrolifera nelle coste dell’Arctic Refuge sarebbe una violazione dei diritti umani. La nostra identità non è negoziabile», ha spiegato la Demientieff.

Infine, il rischio ambientale. Inutile rimarcare che il settore petrolifero può avere un impatto senza precedenti in un’area finora preservata. La wilderness dell’Alaska è a rischio? Secondo Trump e il suo segretario dell’interno Ryan Zinke non ci sono pericoli perché lo standard di esplorazione e trivellazione ha raggiunto livelli qualitativi di incomparabile efficienza. E lo stesso ha ricordato ENI una volta resa pubblica la notizia dell’accordo preliminare sull’ANWR. Le consultazioni pubbliche stanno continuando, ma l’intenzione della Casa Bianca è quella di andare avanti senza interruzioni. Ed è per questo che sono intervenute le associazioni locali, come l’Alaska Wilderness League. «La nostra generazione non deve permettere all’amministrazione Trump di trasformare il posto più selvaggio rimasto in America in un complesso industriale di piattaforme petrolifere, strade, condutture e piste di atterraggio», ha dichiarato pochi giorni fa Adam Kolton, direttore esecutivo dell’Alaska Wilderness League. E gli ha fatto eco Jamie Williams, presidente della Wilderness Society. Williams non ha usato mezzi termini nel descrivere ciò che sta accadendo. Ha infatti accusato l’amministrazione di perseguire «una linea di condotta irresponsabilmente aggressiva per trivellazioni artiche che riflettono l’ansia dell’amministrazione Trump di consegnare le terre pubbliche americane all’industria privata». L’obiettivo è facile da comprendere. Con l’avvicinarsi delle elezioni di mezzo termine, Trump è conscio che non può perdere la sua base di finanziatori. E, in Alaska così come della Rust Belt, sta cercando di attuare il programma energetico presentato in campagna elettorale, quando aveva promesso di ripristinare parte dei posti di lavoro nei segmenti petrolifero e carbonifero perduti negli ultimi 30 anni.

Da un punto di vista più politico, c’è da segnalare la presenza, tra i firmatari della lettera, del Rockefeller Fund. Considerata dall’inizio del secolo scorso come una delle più influenti famiglie americane, hanno spesso avuto dei flirt con il Partito repubblicano (Grand Old Party, o GOP). Ma i Rockfeller, come Nelson, già governatore dello Stato di New York e vice presidente degli USA dal 1974 al 1977 sotto la presidenza di Gerald Ford, hanno sempre avuto posizioni considerate più liberal rispetto al classico stile del GOP. Un esempio è l’impegno per la preservazione degli ambienti naturali. Come il Grand Teton National Park, nel cuore del Wyoming, sorto – de facto – grazie a John D. Rockefeller Jr. Ed è un dettaglio di non poco conto, considerato che la sfera di influenza dei Rockefeller è ancora molto elevata, e rispettata. Un elemento, quest’ultimo, che potrebbe costare caro a Trump in termini elettorali. Non solo fra pochi mesi, ma anche e soprattutto nel caso volesse (e a oggi lo vuole, nda) cercare la rielezione nel 2020.

Quali sono dunque i prossimi passaggi? Come fa notare un lobbista di lungo corso a Washington «è ben possibile che le operazioni comincino già questa estate, poiché per Trump prima si inizia meglio è, dal momento che può rivendere l’intera faccenda come un successo al suo elettorato di riferimento». Allo stesso modo, però, come spiegano fonti interne del Sierra Club, della Wilderness Society e dell’Alaska Wilderness League, si sta ragionando su quali margini legali esistono al fine di portare la questione in tribunale. Il timore che circola negli ambienti di Washington è che però l’utilità marginale di qualsiasi azione legale per stoppare esplorazione e trivellazione dell’Arctic National Wildlife Refuge sia vana. La determinazione di Trump e Zinke sembra essere inarrestabile. E, si mormora, forse nemmeno un giudice coscienzioso potrà essere in grado di fare qualcosa.

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CAT: Parchi

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