A sinistra serve una strategia sociale, non una tattica elettorale

2 giugno 2019

Di fronte al successo della destra reazionaria possiamo disperare oppure analizzare i risultati razionalmente cogliendo le ragioni di quel successo, ma anche la sua estrema precarietà. E si può fare opposizione a Salvini come fa la borghesia intellettual-progressista, che (dal ‘94) evoca lo spettro del fascismo per difendere il rigore dei conti oppure dando all’elettorato popolare soluzioni ai problemi invece che capri espiatori. Quello che la sinistra non fa, qui come in Europa.

Uno degli aspetti più rivelatori della crisi in cui versa la politica italiana è la sua incapacità di analizzare i risultati elettorali in termini materialistici, cioè guardando i numeri (tutti, non solo quelli più convenienti), ma anche indagando la loro distribuzione per territorio, per classe sociale, fascia anagrafica ecc. Non è un caso, è piuttosto il riflesso della visione del mondo tipica di partiti che hanno abbandonato il metodo delle scienze sociali per adottare tecniche di marketing e vendere su un ‘mercato elettorale’, fatto apparentemente di ‘consumatori’ indistinti, ‘prodotti’ di cui spesso si riesce a distinguere la ‘marca’ soltanto grazie alla ‘confezione’, non certo alla qualità. Col risultato che la chiacchiera post-elettorale, in cui spesso ci sono più vincitori che vinti, soppianta l’analisi del voto. E che le vendite, nonostante tutto, continuano a diminuire.

Il voto in numeri

I dati della Tabella 1 ci danno una panoramica dell’andamento dei voti assoluti negli ultimi 13 anni. Ne emerge la perdita di consenso generalizzata dei tradizionali schieramenti politici della ‘seconda repubblica’ – centrosinistra, centrodestra, sinistra e destra – che dal 2006 al 2018 alle politiche subiscono un salasso di circa 16 milioni di voti, di cui solo una parte – tra i 5 e i 10 milioni – recuperata dal M5S. In quest’ottica l’attuale forza del centrodestra deriva dalla sua capacità di limitare le perdite e il successo di Salvini si radica nella crisi del berlusconismo: il leader della Lega recupera parzialmente i voti persi dal Cavaliere e diventa il dominus della politica italiana coi voti di un quinto degli elettori italiani (e di un sesto degli italiani).

TABELLA 1: politiche (Camera) ed europee 2006-2019 (Fonte: Ministero degli Interni, elaborazione: PuntoCritico.info, i dati tra parentesi indicano l’aggregazione un po’ sommaria per collocazione politica, che può non coincidere con l’effettiva alleanza elettorale. E’ il caso per esempio, di Fratelli d’Italia o dei Verdi).

I voti persi per strada dai ‘vecchi partiti’ e non recuperati dal M5S sono finiti nell’astensionismo: nello stesso periodo infatti la partecipazione al voto scende di oltre 10 punti percentuali, dall’83,5% al 72,9%. Questa osservazione potrebbe spiegare la crescita dell’astensionismo nel voto di domenica in Italia, in controtendenza rispetto agli altri paesi, come l’effetto di un fenomeno specificamente italiano: il ritorno al non voto di una sacca di elettori recuperati alle urne dai Cinque Stelle e delusi per le scelte del Movimento da un anno a questa parte.

TABELLA 2: astensione, bianche e nulle 2006-2019 (Fonte: Ministero degli Interni, elaborazione: PuntoCritico.info)

Un voto di opinione

I dati sui flussi elettorali (Youtrend, Istituto Cattaneo, CISE Luiss) indicano un’estrema volatilità dei consensi, il che dovrebbe metterci in guardia dal sovrainterpretare ciò che è a tutti gli effetti un voto di opinione, con un forte turn-over anche nel voto ai partiti che escono più forti dalle urne. Il passaggio di voti tra forze collocate formalmente agli antipodi dell’arco costituzionale rispecchia da una parte la confusione ‘postideologica’ che serpeggia tra gli elettori, dall’altra l’utilizzo strumentale del voto come mezzo per inviare segnali alla politica o per rafforzare le opzioni a breve termine di questo o quel partito su singoli temi. Insomma c’è chi reagisce all’incapacità del voto di provocare cambiamenti  strutturali astenendosi e chi invece trasformandolo nell’equivalente di un like.

 

TABELLA 3: flussi in uscita dalla Lega a Palermo, Napoli, Firenze, Torino, Brescia (per collegio)

La TABELLA 3 (Cattaneo, Europee: flussi in 5 città) indica che in 2 collegi su 3 a Palermo e in 3 su 4 a Napoli meno del 50% di chi aveva votato Lega un anno fa ha votato Lega anche quest’anno; a Firenze ha cambiato idea 1 su 4; a Torino 1 su 3 e a Brescia 1 su 5. Inoltre, anche se la maggior parte dei voti in uscita dalla Lega sono finiti nell’astensione, in due collegi Napoli 7 e 8 il 17% circa è andato al PD, così come il 13,6% nel collegio Firenze 2. Sempre secondo l’Istituto Cattaneo nei collegi di Firenze 1 e 2 rispettivamente il 10,1% e il 15,5% degli elettori PD alle politiche ha votato Lega alle europee, mentre a Napoli 5 è stato il 14,45% a fare la stessa ardita scelta. Se il dato su Napoli è meno significativo statisticamente (perché alle politiche Salvini aveva raccolto pochissimi voti), a Firenze si tratta di migliaia di voti transitati dalla Lega al PD e viceversa.  Del resto anche i dati del CISE/Luiss lo confermano: a Perugia il 13% di chi ha votato PD l’anno scorso domenica ha votato Lega; a Prato e a Reggio Emilia il 9%; a Genova l’8%. Un fenomeno che denota sicuramente un forte disorientamento, ma anche, come dicevamo, l’utilizzo del voto come mezzo per esprimere un sentiment più che una condivisione politica (il picco è a Perugia, teatro del recente scandalo, mentre a Prato potrebbe aver influito il tema dell’immigrazione cinese). Inoltre proviene dalla Lega il 28% dei voti raccolti da Europa Verde a Reggio Emilia, il 15% a Perugia e il 20% a Genova (Civati qualche ragione ce l’aveva). A Reggio Emilia anche +Europa fa il pieno di voti in arrivo dalla Lega: il 19% del totale, convertito sulla Via Emilia al verbo di Soros. Il fatto che il voto esprima reazioni emotive non autorizza a trarne la conclusione – come fa Luigi di Gregorio su GliStatiGenerali310519 – che tali reazioni non abbiano cause materiali.

Periferie vs ZTL

Se al momento non sono stati pubblicati studi sul voto italiano disaggregato per classi sociali, professione, età ecc., la distribuzione territoriale del consenso alle maggiori forze politiche è un indicatore abbastanza rilevante. Il PD si conferma il ‘partito dei centri storici’ (Linkiesta) o ‘delle ZTL’ (Sole24Ore). Come osserva il Sole24Ore270519Tra le prime dieci città per popolazione, sei hanno votato in prevalenza i dem (Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna e Firenze) e le restanti quattro si sono orientate sui Cinque Stelle (Napoli, Palermo, Catania, Bari). Non c’è traccia della Lega, che pure domina in maniera quasi uniforme i voti complessivi nelle regioni di Nord e Centro Italia. Nel dettaglio dei dem, a Torino-città il PD viaggia al 33,47% contro il 27,35% guadagnato nella provincia. Un trend simile quello di Genova (30,05% contro il 24,04% nell’intera regione Liguria), Bologna (PD al 40%, anche se in questo caso il primato è esteso anche alla provincia), Firenze (43,7% idem), Roma (PD al 30,06%: in provincia è al 26,75% contro una Lega al 29,57%) e ovviamente Milano. Il capoluogo della Lombardia, dove la Lega vola al 43,35 dei consensi, si conferma un’enclave per il Partito Democratico: 35,97% contro il 27,39% del partito di Salvini, nonostante basti fare un salto in provincia per invertire gli equilibri (Lega al 34,12% e PD al 29,06%’. Ma non è necessario fare un salto in provincia, basta uscire dal centro. Come osserva Francesco Fancio Mazza su Linkiesta290519 a Roma al 42% dei Parioli risponde il 17% di Tor Bellamonaca, dove la Lega è quasi al 40% e il PD deve scegliere, sapendo che ‘se mira a conquistare le periferie perde le élite. Ma il voto delle élite è tutto ciò che al momento possiede‘.

Del resto questa distribuzione del voto non è un’esclusiva italiana. In Francia – osserva ancora il quotidiano di Confindustria –  ‘la République en marche di Emmanuel Macron sfonda la soglia del 20% a Parigi e viaggia tra il 25% e il 30% in centri come Bordeaux, Lione e Strasburgo. Il Raggruppamento Nazionale di Le Pen, erede del Fronte Nazionale del padre Jean-Marie, fa incetta soprattutto nelle periferie e nelle province del paese, le stesse che hanno fatto da incubatore della rivolta dei gilet gialli’.

Sempre per quanto riguarda la Francia un esauriente rapporto IFOP sulle europee conferma lo stesso trend e lo integra coi dati sulla distribuzione del voto per collocazione sociale, qualifica professionale e titolo di studio. Scorporando il 23,6% ottenuto dal Rassemblement National osserviamo che il risultato migliore lo ottiene tra i disoccupati (35%), mentre tra chi lavora il maggiore consenso arriva dagli operai (47%) e, considerando il titolo di studio, da chi ha un diploma di scuola professionale (40%). Quanto al luogo di residenza la Le Pen prende più voti nei comuni rurali (30%), mentre tocca il minimo nell’area di Parigi (18%).

Voto e mobilitazioni sociali

Per restare ancora un attimo sul voto francese prima di tornare in Italia c’è un altro tema cruciale di queste elezioni europee, cioè la relazione tra voto e mobilitazioni sociali. Sempre secondo il rapporto IFOP Marine Le Pen ha raccolto il 48% dei voti tra chi ‘si sente un gilet giallo’, contro il 12% di Jean-Luc Melenchon, leader di France Insoumise, la forza di sinistra che nei mesi scorsi più si è spesa a sostegno alla mobilitazione partita lo scorso novembre. A beneficiare invece degli scioperi globali promossi da Fridays For Future sono stati i verdi. Secondo un rapporto IPSOS sulla sociologia del voto europeo, i verdi francesi sono stati trainati verso il 13,1% nazionale grazie al voto degli under 35, tra cui hanno raccolto il 27%. Si tratta di un elettorato giovane ma anche acculturato. La lista ecologista raccoglie solo il 6% dei consensi tra chi ha un titolo di studio inferiore alla laurea, mentre ottiene il 14% tra i laureati, il 15% tra chi ha una laurea+2 anni di specializzazione e il 20% tra chi ha almeno una laurea+3 anni di specializzazione. A completare l’identikit sociale dell’elettore verde ci sono ancora i dati dell’IFOP: i risultati migliori per Europe Écologie Les Verts arrivano dalle professioni liberali e dai quadri d’impresa (20%) e, per quanto riguarda la residenza, dall’agglomerato parigino (18%). Un profilo che conferma il ritratto dei verdi tedeschi in PuntoCritico231018.

In Italia non ci sono state mobilitazioni analoghe a quelle dei gilet gialli, ma colpisce il patatrac di Europa Verde, che si ferma al 2,3% e il tracollo del M5S nei luoghi dove un anno fa aveva fatto il pieno di voti grazie ai movimenti ambientalisti: a Melendugno, cuore della lotta No TAP, i Cinque Stelle passano dal 68% al 22%, mentre in Val di Susa la Lega espugna non solo i comuni dell’alta valle, tradizionalmente aristocratici, ma anche i comuni della bassa, ex area industriale nonché culla del movimento No TAV: a Susa e Chiomonte vincono due sindaci pro TAV, mentre a Bussoleno e Venaus la Lega diventa la seconda forza dopo il M5S, raccogliendo rispettivamente il 27% e il 32%, nonostante i Cinque Stelle, per ora, abbiano mantenuto la loro storica contrarietà alla Torino-Lione.

Una questione di strategia, non di alleanze

A una lettura del voto distorta e giocata tutta sul versante emotivo non può che seguire una reazione scomposta: l’avanzata della destra reazionaria in Italia e nel resto d’Europa, misurata con l’unico metro delle percentuali e in assenza una strategia per contrastarla, non può che lasciare campo al senso di impotenza, facendo perfino dimenticare che alle scorse europee il PD renziano prese più del 40%, il che non gli ha impedito di andare a sbattere meno di due anni dopo (su questo condivido il giudizio di WuMing270519). Fermo restando che la destra non sfonda in Europa (ma non per merito della sinistra) anche in Italia il cosiddetto populismo si rivela un fenomeno precario, fragile, ma soprattutto privo di una base organizzata nella società (e qui sta il suo tallone d’Achille). La sua crescita è il frutto di una paura fomentata dalla propaganda, certo, ma radicata nell’insicurezza sociale che colpisce da un lato i padroncini e la classe operaia del nord, dall’altro il notabilato e il sottoproletariato del meridione, cioè chi ha paura di perdere e chi invece da perdere non ha nulla o quasi. Proprio per questo la soluzione non è inveire contro gli elettori di Salvini o evocare il fascismo che avanza, bensì indicare a quelle fasce sociali un’alternativa politica in grado di risolvere i problemi invece di semplici capri espiatori su cui scaricare la propria rabbia. Ma davvero  crediamo che a farlo sarà il partito dei Parioli o una variopinta coalizione a guida PD?

Ogni tanto è bene ricordare il passato. Per quasi trent’anni a partire del ‘94 l’entourage intellettual-progressista che oggi è rimasto lo zoccolo duro dell’elettorato democratico ha visto in Berlusconi l’anticamera del fascismo, salvo poi sdoganarlo per bocca di Eugenio Scalfari come argine alla barbarie. E ha chiesto ai lavoratori italiani di accettare qualche ‘sacrificio’ (e alla sinistra di essere ‘responsabile’) in nome dell’unità dei democratici contro Berlusconi, quella che oggi Calenda chiama il ‘fronte repubblicano’. Risultato: Berlusconi è andato avanti fino al 2011 ed è stato cacciato da un esponente del fondamentalismo neoliberale come Monti, a cercare di rimetterlo in pista è stato il PD di Renzi e nel frattempo la sinistra (dopo aver ingoiato tutti i rospi di questo mondo) è scomparsa, il sindacato è in catalessi, ciò che Berlusconi non era riuscito a fare (vedi articolo 18, pensioni, mercato del lavoro ecc.) è stato fatto e ad accreditarsi come paladini dei lavoratori e del ceto medio sono arrivati Di Maio e Salvini. Questo ci suggerisce qualcosa?

Allargando lo sguardo in Europa la socialdemocrazia è in rotta, mentre a sinistra, all’inconsistenza della sinistra italiana e alla precedente crisi di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna si sono aggiunti i pessimi risultati di France Insoumise  e della Linke tedesca e a Bruxelles ciò si tradurrà nella nascita di una nuova maggioranza, che a popolari e socialisti vedrà probabilmente aggiungersi i liberali dell’ALDE (Macron, Verhofstadt, Monti) e forse i verdi e che sarà la versione europea del ‘fronte repubblicano’. La sinistra uscita disfatta da queste elezioni è a un bivio: o si accoda per l’ennesima volta ai socialisti e a quell’idea di Europa (come ha proposto Fratoianni prima di dimettersi) o riparte non da una tattica elettorale, ma da una strategia politica nella società capace di leggere il mondo con gli occhi dei lavoratori e dell’elettorato delle periferie e di tirare fuori proposte e mezzi per realizzarle. Si dirà che è una soluzione novecentesca e ideologica. Assolutamente  sì, se il frutto della modernità postideologica è quello che vediamo, per favore, aridateci l’ideologia!

Una prima versione è stata pubblicata sulla newsletter di PuntoCritico.info del 31 maggio.

TAG: Crisi della sinistra, elezioni europee 2019, flussi elettorali, matteo salvini, Nicola Zingaretti
CAT: Partiti e politici

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