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Partiti e politici

La storia (falsa) dei 300 parlamentari putiniani che hanno dato buca a Zelensky

di Jacopo Tondelli
23 Marzo 2022

Non fosse arrivata la nuova ondata di indignazione per i duemila euro a puntata di Cartabianca versati da Mamma Rai sul conto del Professor Orsini, probabilmente staremmo parlando ancora di quello, e solo di quello. Di cosa? Ma dei “trecento” parlamentari assenti ieri in occasione della videoconferenza tenuta in diretta dal presidente ucraino Zelensky, collegato appunto col parlamento italiano. La notizia di una massiccia assenza dei parlamentari è stata lanciata da Repubblica e rilanciata poi da diverse testate italiane. Tutti precisano che, non essendoci una votazione, è stato impossibile quantificare con precisione il numero esatto degli assenti, ma un po’ tutti convergono nel dire che tra i circa 950 (senatori a vita compresi) titolari di scranno parlamentare ne mancavano appunto circa 300. Un terzo. Tanti. Alle cronache si aggiungeva la malizia che faceva risalire il numero massiccio delle defezioni a intendimenti apertamente politici. Insomma, le assenze sarebbero state tanto più ingiustificabili in quanto giustificate dalla volontà di rimarcare la propria distanza da Zelensky in ragione di una intollerabile vicinanza alla guerra voluta da Putin. Ma è proprio così?

Al di là del coro unanime di indignazione al quale anche diversi politici non hanno saputo o voluto sottrarsi – per non parlare di quelli che quell’indignazione l’hanno invece fomentata -, chi era presente in aula e ne conosce bene le dinamiche racconta e documenta una vicenda assai diversa. Il lunedì e il martedì mattina sono giorni da sempre poco propizi per vedere presenze massicce in parlamento.  Un po’ perchè tendenzialmente non si vota nessun provvedimento, e sono giorni dedicati alle audizioni o alle presentazioni generali dei progetti di legge. Un po’ perchè sono i giorni di rientro dalle rispettive case e – se e quando la rappresentanza territoriale ha ancora un senso – dalle circoscrizioni di elezione. E questo ovviamente era vero anche questo martedì, pur in presenza di un evento non da poco, come appunto l’intervento di Zelensky. Inoltre, sempre martedì, le commissioni parlamentari risultavano attive e operanti, e chi stava lavorando in commissione per definizione non poteva essere preesente anche in aula. Poi c’erano diversi parlamentari – sicuramente non sospetti di putinismo, si pensi tra questi a Pier Ferdinando Casini – in missioni estere. Poi c’erano diversi positivi al Covid e altri assenti giustificati per ragioni di salute.

Tutte cose che in parlamento si sapevano già prima di martedì, tanto che i capigruppi stimavano – e vale più o meno per tutti i gruppi parlamentari – le assenze in circa il 30% del totale, che è poi più o meno quel che si è appunto verificato. E tutti, proprio perché l’evento era solenne e le polemiche dietro l’angolo, si sono attivati in doviziosi giri di telefonate per rinserrare le fila e portare in parlamento quanti più onorevoli e senatori si poteva. Ora, si può dire che l’evento politico di Zelensky collegato era straordinario, e valeva sforzi straordinari. Anche più ampi di quelli effettivamente compiuti. E si può immaginare che tra gli assenti, sicuramente, ci sarà stato qualcuno che non ha rinunciato a impegni non irrinunciabili. È probabile, magari anche sicuro. Quel che non si può fare, però, è colpevolizzare chi era assente perché in missione o perché malato. Tra i banchi del governo, peraltro, era assente anche Giancarlo Giorgetti, il leghista fidatissimo di Mario Draghi, e di sicuro neanche lui è tacciabile di putinismo. I putiniani, quelli veri, sono le poche decine raccontate e intervistate fino alla noia da tutti i giornali. Li conosciamo tutti per nome, secondo nome e cognome. Sempre troppi, direte voi. Già. Come troppa è l’indignazione che puntualmente si vomita a comando in momenti come questi. Per poi stupirsi e indignarsi alla prossima ondata di populismo. Che porta, naturalmente, nuove truppe putiniane in parlamento.

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