Partiti e politici
Il fascismo non è tornato: non se n’è mai andato
Le fascismo non è mai scomparso: muta, si adatta e continua a servire gli interessi del capitale in tempi di crisi. Dalle origini storiche alle forme neoliberali attuali, il suo ritorno rivela le fragilità della democrazia e l’impasse della sinistra.
In tempi segnati da crisi economiche persistenti, democrazie indebolite e un capitalismo che non riesce più a sostenere il proprio consenso, le logiche del fascismo riappaiono sotto nuove forme. Lungi dall’essere un residuo del passato, si manifestano come meccanismi di controllo, disciplinamento e riorganizzazione del potere, capaci di adattarsi a ogni epoca. Dall’Italia di Mussolini alle democrazie neoliberali contemporanee, la storia rivela una continuità scomoda: quando l’ordine si incrina, le élite ricorrono a soluzioni autoritarie per preservarlo. Comprendere questa persistenza richiede di guardare in faccia le tensioni strutturali che attraversano le nostre società e riconoscere quanto di quell’eredità continui ad agire oggi.
Il fascismo viene spesso presentato come un fenomeno storico chiuso, un capitolo oscuro del XX secolo che sarebbe stato superato con la sconfitta dei regimi totalitari europei. Tuttavia, una lettura più attenta — e soprattutto materialista — mostra che il fascismo non è un incidente né un’anomalia, ma una possibilità strutturale del capitalismo in crisi. La sua attualità non si spiega con nostalgie ideologiche, ma con le tensioni profonde che attraversano le società contemporanee.
In questa prospettiva, il fascismo non nasce dal nulla e non si spiega unicamente con il carisma di un leader o la manipolazione delle masse. Appare quando il capitalismo entra in una fase di decomposizione del consenso, quando i meccanismi abituali di legittimazione — democrazia liberale, crescita economica, mobilità sociale — smettono di funzionare. In quei momenti, le élite economiche cercano forme eccezionali di riorganizzazione dell’ordine sociale. Il fascismo diventa allora uno strumento per restaurare l’autorità dello Stato, disciplinare la classe lavoratrice, neutralizzare i movimenti emancipatori e garantire la continuità dell’accumulazione. Non è un progetto irrazionale: è una strategia politica del capitale quando la governabilità si fa fragile.
Le forme attuali del fascismo non riproducono necessariamente i simboli, le uniformi o l’estetica del passato. La loro forza risiede proprio nella capacità di adattamento. Oggi si esprimono in nazionalismi escludenti, discorsi d’odio normalizzati, politiche securitarie che criminalizzano la povertà, attacchi sistematici ai diritti sociali e un uso politico della paura come strumento di controllo. Queste espressioni non si definiscono sempre fasciste, ma svolgono funzioni simili: riorganizzare la società a partire dall’autorità e dalla disuguaglianza.
Nel dibattito pubblico, la parola “fascismo” viene spesso utilizzata per descrivere qualsiasi forma di autoritarismo o intolleranza. Questa inflazione semantica ha un duplice effetto: da un lato, rende visibile la preoccupazione sociale di fronte all’avanzata dei discorsi reazionari; dall’altro, diluisce la specificità storica e materiale del fascismo, rendendone più difficile un’analisi rigorosa. Recuperare una definizione precisa è fondamentale per comprenderne la reale attualità.
Il fascismo non è un residuo del passato, ma una possibilità latente in società segnate da disuguaglianze strutturali, crisi di rappresentanza politica, precarizzazione della vita e un capitalismo che necessita di nuove forme di controllo sociale. Quando la democrazia liberale smette di offrire risposte, il fascismo appare come una soluzione autoritaria per restaurare l’ordine. La sua forza non risiede nella sua ideologia, ma nella sua funzionalità per il sistema.
Dalla storia a oggi
Il fascismo di Mussolini prese il potere in un contesto in cui le élite economiche e politiche ritenevano urgente ristabilire l’ordine e controllare la classe operaia. Durante il biennio rosso (1919–1920), l’Italia era stata teatro di scioperi massicci, occupazioni di fabbriche e un movimento operaio forte, organizzato e con una presenza decisiva del Partito Comunista e del socialismo rivoluzionario. La Marcia su Roma del 1922, presentata come un atto eroico, fu in realtà un’operazione tollerata — se non direttamente sostenuta — da settori imprenditoriali, latifondisti e parte dell’apparato statale, che vedevano nel fascismo uno strumento per frenare la mobilitazione popolare.
L’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924, deputato socialista che denunciò la frode elettorale e la violenza fascista, segnò il punto di non ritorno verso la dittatura aperta. Il regime si consolidò non solo attraverso la repressione, ma anche grazie all’alleanza esplicita tra lo Stato fascista e gli interessi del grande capitale.
Quando gli Stati Uniti arrivarono in Italia durante la Seconda guerra mondiale per “liberare” il paese, più che liberarlo lo occuparono militarmente, installando basi che restano tuttora e permettendo la reintegrazione di numerosi quadri fascisti e nazisti nelle strutture dello Stato. Molti di loro collaborarono successivamente alla formazione di tecniche di controinsurrezione e tortura che sarebbero state esportate in America Latina durante la Guerra fredda. Il vero nemico, per le potenze occidentali, non era il fascismo, ma l’Unione Sovietica e la possibilità di un’espansione comunista.
Oggi, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio italiana, lo ha detto chiaramente: “non daremo fastidio agli imprenditori”. La conseguenza diretta è un insieme di politiche che favoriscono le grandi aziende, riducono le tasse ai più ricchi, spingono verso privatizzazioni e approfondiscono la povertà. Il fascismo muta, ma la sua funzione rimane: proteggere gli interessi del capitale nei momenti di crisi.
In Cile, la sconfitta della dittatura non ha significato una rottura con il modello economico imposto dal regime militare, ma la sua consolidazione sotto forme democratiche. In un’intervista del 2000, l’allora ministro delle Finanze del governo Aylwin, Alejandro Foxley, lo spiegava con notevole franchezza. Lodava la politica economica di Pinochet, che — secondo lui — era stata “purtroppo” macchiata dalle violazioni dei diritti umani. Quando il giornalista gli chiese se non fosse ipocrita perseguire Pinochet mentre si celebrava il suo lascito economico, Foxley rispose che il generale aveva realizzato “la trasformazione economica più importante del secolo”, che aveva anticipato la globalizzazione e che il suo contributo collocava Pinochet “in un posto elevato nella storia del Cile”, sebbene offuscato dai crimini commessi. Questa dichiarazione rivela chiaramente che l’estrema destra non riappare: non se n’è mai andata. Ciò che cambia sono gli amministratori del potere, ma il potere resta nelle stesse mani: quelle dei grandi gruppi imprenditoriali.
Che cosa fa la sinistra?
La domanda sulla sinistra non è solo politica: è profondamente sociologica. Interroga il suo posto in un campo di forze in cui il neoliberismo ha modellato soggettività, aspettative e forme di azione collettiva per oltre quattro decenni.
Oggi, la sinistra istituzionale sembra intrappolata in una doppia tensione: da un lato, amministra un modello che non controlla; dall’altro, teme di romperlo. Il governo di Gabriel Boric incarna questa contraddizione. L’approvazione di leggi come Nain-Retamal, il mantenimento dello stato d’eccezione in Araucanía e l’adozione di un discorso securitario mostrano come la sinistra al governo abbia interiorizzato i quadri interpretativi imposti dalla destra. Invece di contestare l’ordine, lo gestisce.
Da una prospettiva sociologica, questa deriva non è casuale. La sinistra ha perso il suo ancoraggio storico nel mondo del lavoro, indebolito dalla precarizzazione, dalla frammentazione e dall’erosione delle organizzazioni sindacali. Senza una base sociale solida, il suo orizzonte si restringe: diventa reattiva, timorosa, più preoccupata della governabilità che della trasformazione. La politica si riduce all’amministrazione di aspettative decrescenti.
Se oggi preoccupa l’ascesa di José Antonio Kast, conviene riconoscere che questo avanzamento non si spiega solo con la forza della destra, ma anche con l’incapacità della sinistra di offrire un progetto alternativo. L’assenza di autocritica — visibile nel trionfalismo del “libro dei mille successi” — non è un dettaglio comunicativo: è il sintomo di una crisi più profonda. Una sinistra che non rivede i propri limiti riproduce le condizioni che permettono l’avanzata autoritaria.
In questo scenario, la domanda non è solo che cosa faccia la sinistra, ma che cosa possa fare in un contesto in cui il neoliberismo ha colonizzato tanto le istituzioni quanto le soggettività. Recuperare un orizzonte trasformativo richiede di ricostruire legami sociali, disputare i sensi comuni e riorganizzare un progetto collettivo capace di affrontare le nuove forme del fascismo. Senza questo, la sinistra continuerà ad amministrare un ordine che non le appartiene e che, in ultima istanza, la neutralizza.
Elena Rusca, 23 febbraio 2026
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