Roma è l’essenza stessa della mafia (sembra proprio nata qui)

20 luglio 2017

Per tutti gli anni che ho frequentato la Sicilia, per lavoro o per piacere, da cittadino-giornalista ho mantenuto ferma una convinzione: che al forestiero fosse negato sempre e comunque l’ultimo miglio di comprensione dei fenomeni, non solo quelli mafiosi, ma anche più semplicemente sociali, quando le due cose non avessero una sintesi comune. Una sorta di codice, in parte di autocompiacimento – come se quella terra fosse appannnaggio esclusivo dei suoi abitanti – ma poi anche un “metodo” vero e proprio per detenere e (mantenere) una superiorità, l’esclusiva su quel vocabolario così affollato di significati. Si potevano scegliere due strade, da non siciliano: interpretare unicamente con le proprie forze i fenomeni che scorrevano via via sotto i tuoi occhi, rifiutando la dittatura dell’ultimo miglio ma rischiando di finire fuori strada, oppure cercare un “traduttore” sentimentale che in maniera responsabile potesse condurti sul sentiero più giudizioso. Continuando, ovviamente, a ragionare con la tua testa. Affidarsi ad altri anche per piccolissime parti, nel giornalismo ma anche in una partita di calcio balilla, può essere esiziale, per cui quella scelta per tutti noi è stata importante, fondamentale direi. La mia cadde su Francesco La Licata, detto Ciccio dagli amici, cronista straordinario de La Stampa. Oggi che ne scrivo, debbo ancora ringraziarlo per la serenità con la quale in tanti anni mi ha teso la mano anche solo per una chiacchiera tra amici su quei maledetti temi mafiosi. Ancora adesso, su quei temi non saprei articolare con proprietà e sicurezza un vero ragionamento, ma oggi che il Tribunale di Roma ci dice con tanto di sentenza che la mafia a Roma non esiste, si ripropone, fortissima, la solita, maledetta, questione: c’è qualcosa che al tempo della modernità ha nobiltà per essere considerata Mafia anche fuori da Sicilia e Calabria?

La prima risposta è: ma certo, come no, tutti sappiamo che le mafie si sono trasferite al nord da molti anni e con sistemi decisamente moderni, ma guarda caso quella serena tranquillità di poterle definire tali è sempre la conseguenza di un origine, perchè nomi e storie ci riportano comunque a quelle due regioni anche se magari stiamo ragionando della Lombardia. Come un filo rosso etnico-criminale che garantisce il marchio dop dei prodotti lavorati.

Invece, fuori dalle ipocrisie, la domanda è proprio un’altra. È così scandaloso parlare di Mafia quando non c’è neppure il minimo riferimento alla Sicilia, ai quei meccanismi che tutti conoscono anche solo per un libro letto, forse vi appare uno sfregio nel tabernacolo della ragionevolezza solo perchè in quell’inchiesta tutti parlano semplicemente il dialetto romanesco, a botte di “aò”, roba da “Febbre di cavallo” alla Proietti in salsa Carminati e neanche una mezza minchiazza? I miei vent’anni e passa in questa città malata che è Roma mi consentono di interpretare anche l’ultimo miglio: Roma è una città mafiosa nella sua struttura, nella sua essenza, è molto più mafiosa di Palermo tanto per fare un parallelo anche un po’ fesso ma subito comprensibile. Qui interessa nulla della teoria Pignatone, secondo cui affari e trame di Buzzi e Carminati con tanti altri imputati determinerebbero “l’associazione di stampo mafioso”. Perdonerete l’arroganza, ma noi cittadini-giornalisti che abbiamo seguito con una passione estrema, definitiva, la politica di questi Palazzi non dovevamo aspettare il signor Procuratore per sapere ciò che era evidente nelle viscere di questa città. Sappiamo bene che i pozzi delle pari opportunità di un Paese normale e civile come vorrebbe essere il nostro sono avvelenenati da molti e molti anni.

E parliamo pure di ciò che serve perchè un fenomeno possa essere chiamato con il suo vero nome, cioè Mafia. Serve prima di tutto che l’organizzazione criminale abbia privato i cittadini dell’aria per respirare, che abbia tolto anche la più pallida possibilità di concorrere alle pari opportunità, la minima possibilità di partecipare a un qualsivoglia appalto, che ovviamente abbia fornito posti di lavoro attraverso i lavori ai soliti controllati, per cui tutti – lavoratori e imprenditori – sono legati a doppio filo alle organizzazioni criminali. Tutto questo, splendidamente e plasticamente, nella storia di Buzzi e Carminati c’è. Manca ancora il corpo centrale perchè un’organizzazione mafiosa abbia la nobilità per essere definita tale: la complicità con i corpi dello Stato. Forse abbiamo letto tutti troppo sulle vecchie mafie, dove gli omicidi e le connivenze erano eclatanti, e questi giorni di Borsellino mostrano così tante testimonianze. Ma quel mondo, se possibile, non esiste più. Non con quei meccanismi, non con quelle scenografie, l’eclatante di quei momenti. Oggi si lavora sottotraccia, quel «mondo di mezzo» appunto. Ma visto che non abbiamo giudici acclaratamente infedeli, traditori dello stato, visto che i servizi sono sempre deviati ma con meccanismi totalmente diversi, visto che funerali tragici e imponenti non fanno più parte della nostra storia, questo significa che allora la stiamo buttando in caciara con il simpatico Cecato in combutta con Buzzi? In questo vicenda, che qualche buontempone si ostina a chiamare Mafia Capitale, tutti i corpi dello Stato interessati alla vicenda erano corrotti. E il Partito Democratico il corrotto più luminoso.

La Roma dei Palazzi ha vinto con questa sentenza. Oggi ridono in molti, e non solo nelle gabbie. Nelle case, negli uffici, nei luoghi deputati al magheggio, che sia la piazzuola Eni dove il Cecato riceveva, o i bar della politica dove si “rimodellano” gli affari ai danni dei liberi cittadini. Il cinismo straordinario di questa città, che tutto restituisce alla caciara che la fece grande in Roma di Fellini, non ha una vera e propria definizione giudiziaria così da poterla rendere riconoscibile alla Storia. Ma è semplicemente Mafia, come direbbero in un paesino normale dell’Emilia o del Trentino.

TAG: #MafiaCapitale
CAT: Roma

3 Commenti

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  1. pablo06 3 anni fa
    lei è talmente imbevuto dai brand giornalistico giudiziari che sovrappone a ciò che non conosce da non rendersi conto che esprime tragicomicamente la cifra e la struttura del giornalismo italiano
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  2. marco-baudino 3 anni fa
    Pablo06, non per fare l'avvocato difensore del sig. Fusco, che non ne ha bisogno, ma cosa voleva dire col suo commento?
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  3. dionysos41 3 anni fa
    Bisognerebbe leggere le motivazioni della sentenza, prima di giudicarla. Senza contare che un giudice non può emettere sentenza di condanna per un reato di cui non abbia le prove. Anche nel caso estremo in cui credesse che il reato c'è. Ricordate la frase di Pasolini: so, ma non ho le prove? Ecco, uno scrittore, un giornalista possono dirlo, un giudice, no. Ma ciò detto, la sentenza non dice che a Roma non ci siano mafie, dice, più ristrettamente, che nell'operato della banda criminale non si configura il reato di mafia. Tutto qui. Aspettiamo le motivazioni e poi ne discutiamo. Non alziamo il solito polverone in cui tutte le vacche sono polvere.
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