Benessere
L’Archeologia del Sé: scavare tra i colori per ritrovare l’Anima
Archeologia del Sé: l’Art Counseling come scavo interiore. Una riflessione su come la creatività trasforma il caos in benessere e i muri in ponti. Un viaggio tra arte e e ricerca interiore per ritrovare la propria voce.
Il Counseling, nella sua accezione più profonda e umanistica, non è un processo di analisi passiva, ma un atto di co-creazione attiva tra professionista e cliente. Quando la parola si ferma davanti al muro dell’indicibile o del trauma, interviene l’Art Counseling: una pratica che unisce creatività e counseling e utilizza il linguaggio dei simboli e dei materiali per bypassare le difese della mente razionale. Non si tratta di produrre opere esteticamente compiute, ma di utilizzare il gesto creativo come una vanga antropologica per riportare alla luce frammenti di identità sepolti sotto strati di condizionamenti sociali e personali. È un processo di “fare per capire”, dove ogni segno tracciato è un reperto estratto dal proprio paesaggio interiore. Questa necessità di “dare forma” al caos interiore per trasformarlo in consapevolezza non è un’invenzione moderna, ma affonda le sue radici nelle crisi più feconde della storia della psicologia. C’è un momento nella vita di Carl Gustav Jung (1875-1961) — psichiatra svizzero e fondatore della psicologia analitica — che somiglia a un cantiere aperto. Nel 1913, dopo una rottura traumatica con Freud, Jung si trovò in una complessa “discesa agli inferi” psicologica. Non cercò la guarigione solo nelle parole, ma nelle mani: iniziò a giocare con la pietra sulla riva del lago e diede forma alle sue visioni nel celebre Libro Rosso. Jung non stava facendo “arte” per un fine estetico; stava compiendo un atto di archeologia psichica. Stava rimuovendo i detriti del suo crollo per recuperare i frammenti di un Sé più autentico e saldo. Come scriverà: “La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio”. L’atto creativo, in questo senso, non è mai semplice decorazione, ma una vanga che scava in profondità.
Big City Life Transforming city districts in museums, Tor Marancia, Rm – 999Contemporary
Durante un laboratorio di creatività e counseling partecipata, in una periferia complessa, un giovane partecipante iniziò il suo lavoro coprendo la porzione di muro a lui assegnata con tratti neri, densi e veloci. Era uno scudo visivo, una chiusura netta verso il mondo esterno. Invece di correggerne l’estetica o fermarne l’irruenza, il lavoro di facilitazione è consistito nell’accompagnarlo a sostare davanti a quel nero, senza giudizio. Settimana dopo settimana, rispettando i suoi tempi, ha iniziato a grattare via quel colore scuro, facendo riemergere l’intonaco chiaro sottostante e creando forme nuove per sottrazione. Quello che era nato come un atto di rabbia distruttiva si era trasformato in una ricerca di luce. Stava riappropriandosi della sua storia, strato dopo strato. Se alla fine degli anni ’70 il sociologo di Harvard Nathan Glazer (1923-2019) — studioso attento all’urbanistica e all’ordine pubblico — leggeva nel graffitismo selvaggio della metropolitana di New York un segnale allarmante di degrado e di scacco delle istituzioni, oggi la prospettiva sociologica e psicologica è chiamata a un’evoluzione. Laddove Glazer vedeva una perdita di controllo sociale sulla superficie urbana, oggi si cerca di recuperare un controllo individuale sulla superficie interiore. Non si tratta di giustificare l’incuria, ma di comprendere che quel grido visivo è spesso l’unica forma di “archeologia” che chi si sente ai margini riesce a compiere per non scomparire. Il compito del counseling è trasformare quel segnale di crisi in un progetto costruttivo: passare dalla “scrittura sul muro” alla “lettura del sé”. Un processo in cui creatività e counseling conducono con delicatezza verso l’auto esplorazione consapevole. In questo scavo, una guida teorica preziosa è James Hillman (1926-2011), lo psicologo statunitense che ha rivoluzionato il concetto di destino. Nel suo Il Codice dell’Anima, Hillman sostiene che ognuno di noi nasce con un potenziale unico (il Daimon) che la vita adulta spesso seppellisce sotto metri di compromessi e urgenze quotidiane. L’arte agisce come un pennellino da scavo che rimuove il terriccio per permettere a questa “forma originaria” di riemergere. La crisi di senso contemporanea è, in gran parte, una crisi di “archeologia mancata”. I giovani studenti, spesso intrappolati nell’ansia da prestazione o in dinamiche digitali bidimensionali, ritrovano centratura nello scavo materico. Allo stesso modo, un adulto che affronta una transizione di vita, un varco di soglia — un cambio di carriera o l’ingresso nella genitorialità — sperimenta una stratificazione identitaria complessa: ha bisogno di capire quali parti del passato sono reperti preziosi da conservare e quali muri vanno invece abbattuti per fare spazio al nuovo. Leggi anche Come difendersi psicologicamente dall’ascensore sociale fermo?

Fabrizio Maci è Counselor transpersonale e umanistico, Art Counselor e life Coach per neo genitori, studenti e LGBTQ+. Con una carriera ventennale come Direttore Creativo internazionale nel settore moda, design e creatività urbana, integra oggi la sua esperienza di Team Coach sportivo, insegnante di Mindfulness, operatore olistico in percorsi di evoluzione personale. Autore e ricercatore, accompagna giovani e adulti nello scavo dell’Archeologia del Sé per trasformare il potenziale creativo in benessere concreto.

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