Le mamme e i papà possono cambiare il mondo. Parla l’economista Zilibotti

19 febbraio 2019

Ogni genitore ha il suo stile: c’è chi è molto permissivo e cerca di essere il miglior amico del figlio, e chi è autorevole, e alla prole chiede voti alti e impegno; c’è chi pensa che i bambini debbano essere lasciati liberi di scoprire sé stessi e il mondo che li circonda, e chi pensa che qualche sculacciata e un po’ di disciplina siano cruciali per allevare bene i pargoli (come si dice a Napoli, “mazze e panelli fanno i figli belli”). Questioni rilevanti solo per i genitori, gli insegnanti e i pedagoghi? Non proprio.

Perché l’educazione che un figlio riceve da un genitore (e dalla scuola) può condizionare in modo decisivo il suo futuro scolastico, professionale, finanziario, personale. Non è tutto. In un mondo globalizzato, dove le economie più dinamiche si stanno trasformando in knowledge economies, e dove creatività, capacità di innovare e visione sono risorse preziose (anche nel manifatturiero, profondamente trasformato dalla rivoluzione dell’Industria 4.0), il tema della formazione delle nuove generazioni acquisisce una centralità non solo culturale e sociale, ma anche economica e politica.

Perché i giovani talenti (informatici, umanistici, scientifici…) necessari tanto alle startup che a PMI e grandi aziende sono (pure) il frutto dell’educazione ricevuta durante l’infanzia. Per questa ragione il saggio “Love, money, and parenting: how economics explains the way we raise our kids” (Princeton University Press) va letto. Scritto dagli economisti europei Matthias Doepke e Fabrizio Zilibotti, è una riflessione innovativa su un tema vecchio come il mondo, ma cruciale: le cause e gli effetti dei diversi stili genitoriali sul destino dei figli.

Già quattro anni fa Gli Stati Generali avevano intervistato Zilibotti, per un suo paper (“Parenting with style: altruism and paternalism in intergenerational preference transmission”) dove si legge che«la scelta dello stile genitoriale è guidata dagli incentivi. I genitori soppesano i costi e i benefici attesi dall’implementazione di un dato stile di parenting». L’articolo è diventato un saggio, che in America sta facendo molto discutere (qui e qui gli articoli a riguardo di New York Times e The Atlantic).

Modenese di 54 anni, studi a Bologna e alla London School of Economics, prima di approdare a Yale (dove è professore di economia internazionale e dello sviluppo), Zilibotti ha insegnato a Barcellona, Stoccolma, Londra e Zurigo (non a caso sua figlia parla quattro lingue), e sa cosa significa essere genitori in luoghi diversi come l’Italia, la Svizzera, la Scandinavia e il Nordamerica.

Nel libro lui e il collega Doepke analizzano come gli stili genitoriali varino di paese in paese (per esempio in Svezia i bambini possono essere competitivi solo nello sport, negli USA sono spronati sin da piccoli a inseguire l’eccellenza); come i fattori economici contino nel plasmare le pratiche genitoriali (più un paese è diseguale, più i genitori spingeranno i figli a studiare), e perché le madri cinesi si trasformino in “mamme tigri”, e i genitori dei bimbi americani in intrusivi “helicopter parents” tesi a monitorare ogni azione del pargolo. Ancora, nel libro si spiega perché i padri agricoltori del Medioevo fossero molto portati alla severità, e come mai una mamma olandese del 2019 sia meno incline di un papà italiano a far indossare il caschetto da bici al figlioletto.

Nell’intervista sotto, Zilibotti spiega il senso del suo lavoro. L’economista parteciperà, venerdì 22 febbraio, all’evento “Un mondo migliore per i nostri figli” alle ore 17.30, presso la sede UBI Banca di Milano, in Via Fratelli Gabba 1.

 

L’economia di rado si occupa di stili genitoriali. Eppure il clima economico nel quale i genitori si trovano a crescere la prole, e le aspettative che nutrono verso il futuro, sono decisivi nel determinare il loro stile genitoriale. E questo, a sua volta, ha un impatto significativo sui percorsi scolastici, professionali e personali dei figli.

Questa è la nostra prospettiva. Prima di tutto, Matthias e io pensiamo che l’economia non sia una scienza riduttiva, né nel metodo, né nel campo di applicazione. Noi siamo convinti che sia una scienza sociale, e che abbia il potenziale per aiutare a capire i fenomeni sociali. La relazione tra genitori e figli è sia un tema sociale, sia un tema economico, perché svolge un ruolo cruciale nel processo di accumulazione del capitale umano, e questo è molto importante anche nel determinare gli outcomes economici, gli equilibri politici, il tipo di società che viene a crearsi, i valori dominanti che mantengono una collettività sociale unita o invece tendono a disgregarla.

Oggi impera l’individualismo, anche a livello di insegnamenti genitoriali…

E questo ha dei pro e dei contro. Sappiamo che l’individualismo può avere degli effetti positivi nel contribuire a stimolare una corsa verso il successo, e a portare avanti innovazioni e nuove idee. Sappiamo però che ha anche degli aspetti nocivi, perché concorre a rendere meno coesa una società. Ecco, temi come questi provocano interazioni tra economia e società che è bene comprendere, e crediamo di disporre, in quanto economisti, di strumenti e di una struttura concettuale utili a capire.

Il contesto economico conta.

Naturalmente la nostra non è l’unica prospettiva che può contribuire a spiegare tali fenomeni: penso, per esempio, che ci siano alcuni aspetti della psicologia sociale ugualmente importanti, ma essi non sono mai isolati dal contesto economico, dalla società in cui una persona vive e da come si aspetta che i suoi figli vivranno.

La dimensione economica gioca un ruolo fondamentale.

Certo, a nostro giudizio è uno dei fattori più importanti nel determinare il modo in cui i genitori interagiscono con i figli. Il nostro punto di partenza è stata l’idea che, escluse certe situazioni patologiche, tutti i genitori, che siano ricchi o poveri, istruiti o no, desiderano fare il bene dei figli, vogliono la loro felicità. E questo non significa soltanto preoccuparsi del loro benessere economico, ma anche operare per vederli poi sereni e integrati nella società… al punto che nelle società dove la carriera, lo status e il successo economico vengono enfatizzati, i genitori danno maggior spazio a tali valori e si adeguano ad essi. Al contrario in società più egualitarie, dove sono esaltati altri valori (ad esempio la creatività, il senso civico o il rispetto degli altri), pure i genitori tendono a dare maggior peso a questioni come l’uguaglianza o l’espressione di sé.

Molti genitori, però, sono soggetti a una sorta di rear-view mirror effect. Specie in paesi, come l’Italia, dove c’è un minor tasso di alfabetizzazione finanziaria e scientifica, e dove si leggono pochi giornali e libri (specie di qualità). A nord come a sud ancora troppi genitori sognano, ad esempio, un figlio statale o una figlia giurista… mentre i posti pubblici sono sempre meno, e i redditi dei giuristi in calo.

Sono d’accordo; del resto anche per noi economisti è difficile avere chiaro che cosa succederà tra venti o trent’anni. I genitori cercano di offrire ai loro figli il meglio, ma spesso incontrano difficoltà a comprendere il cambiamento, e a reagire ad esso. Spesso proiettano il presente sul futuro, e tendono a immaginarsi una società simile a quella che conoscono. Invece non è così, purtroppo, e in paesi come il nostro, dove resiste il culto del posto fisso, dell’impiego statale, c’è il rischio di uno iato tra i valori che i genitori trasmettono e quelli che emergeranno.

Per esempio sfugge a molti che le lauree tecno-scientifiche sono sempre più richieste, e che trend come il boom dell’Industria 4.0 o del biotech rendono professioni come quella del data scientist o del genetista indispensabili anche in un paese come l’Italia.

L’investimento insufficiente nelle discipline tecnico-scientifiche è un problema di lungo periodo dell’Italia. Parliamo anche di quest’argomento nel libro: il sistema educativo evolve anche in risposta ai cambiamenti della società e della struttura economica, ma lo fa con una certa lentezza, e quindi si possono verificare delle frizioni. Inoltre l’Italia subisce ancora l’influenza della riforma Gentile, l’idea che il sapere più nobile sia quasi antitetico alle discipline matematiche e tecnico-scientifiche.

In Italia rimane una struttura, anche socio-economica, che non incentiva lo studio della fisica, dell’ingegneria, della chimica.

Rispetto ai miei tempi, quando si diceva che gli studenti più bravi andavano sempre al liceo classico, forse adesso le cose sono un po’ cambiate, ma rimane comunque una struttura, anche socio-economica, che non incentiva lo studio della fisica, dell’ingegneria, della chimica. Ecco perché molti eccellenti laureati in materie scientifiche si spostano in paesi come la Germania e la Svizzera, dove il salario di un bravo tecnico o scienziato è molto più alto di quello pagato in Italia.

Del resto i genitori hanno dei limiti, nel senso che non hanno né tempo né risorse illimitate, quindi devono compiere di continuo delle scelte anche cruciali: quanto tempo dedicare ai figli, che tipo di istruzione impartirgli, lo sport da fargli praticare e via dicendo. E scelte del genere dipendono pure dal contesto sociale che li influenza.

In una società molto competitiva e diseguale ai genitori si chiede tanto, e si chiede tanto anche ai figli. Pensiamo a un paese come gli Stati Uniti, dove il tipico genitore della upper middle class tende a far fare ai figli mille attività extrascolastiche, perché questo aiuta a entrare al college e ha un grosso impatto sul successo professionale. Ora, tutte queste attività richiedono tempo ma soprattutto denaro, e quindi assistiamo a un’esplosione dei tempi di interazione tra genitori e figli, così come a un crescente investimento economico. Naturalmente non tutti i papà e le mamme hanno così tanto tempo e denaro a disposizione: molti vengono tagliati fuori, mentre per gli altri si innesca una sorta di “corsa agli armamenti”, cioè a chi fa fare più attività al proprio figlio.  E almeno una parte di tutti questi corsi, campi, laboratori e workshop hanno una mera funzione di signalling (segnalazione), cosa più che comprensibile per un economista.

In Europa non si condivide molto quest’impostazione. Al genitore autorevole e onnipresente si preferisce, almeno in Scandinavia, Paesi Bassi, Germania, il papà e la mamma, se non permissivi, autorevoli in modo soft…

In effetti secondo molti libri sarebbe auspicabile tornare al free-range parenting, riducendo la pressione sui figli, dandogli più spazio e indipendenza. E senz’altro c’è oggi, nella società americana, un eccesso e anche un’ossessione per il successo: si vuole far entrare i figli a tutti i costi nelle top schools, e poi nei top colleges, in modo da garantirgli i posti di lavoro migliori. Ma dal punto di vista individuale se le istituzioni non cambiano, se il sistema di incentivi non muta, non è detto che far crescere i figli in modo più rilassato in una società come quella americana (o cinese) sia necessariamente una buona cosa.

Gli incentivi economici contano, anche per i genitori. Un vostro importante contributo è quello di dimostrare che gli stili genitoriali non sono legati soltanto alla psicologia o a preferenze di tipo culturale, ma anche all’idea che un papà o una mamma hanno della società in cui loro e i figli sono immersi.

Certo, c’è una razionalità individuale e una razionalità sociale, bisogna distinguere. Gran parte delle discussioni tendono a dire “questo stile di genitorialità è buono, questo è cattivo”. Dal nostro punto di vista la corsa al successo non è certamente razionale dal punto di vista sociale, ma può esserlo dal punto di vista individuale se si vive in società fortemente ineguali e individualiste, e in questo caso fare delle prediche serve a poco o nulla. Il genitore americano sa bene che entrare in un college dell’Ivy League può cambiare il destino di un ragazzo, e un genitore cinese sa quanto sia importante che il proprio figlio vada alla Tsinghua o alla Peking University.

L’America, la Cina, non sono la Scandinavia.

Esatto. In altre società, ad esempio quelle scandinave, dove trascorro ancora molto tempo, si ritiene importante lasciare ai figli il tempo di conoscere sé stessi, di interagire con il resto della comunità, e questo non ha dei costi in termini di carriera, di futuro. Queste società, per inciso, sono ottime dal punto di vista dell’accumulazione di capitale umano, ma non credo che allevare un bambino americano o cinese nel modo in cui sono i figli vengono cresciuti in Norvegia o Svezia funzionerebbe.

Il famoso proverbio africano che dice “ci vuole un villaggio per crescere un bambino” dovrebbe dunque essere rivisto… Molto dipende anche dal tipo di villaggio in cui al bimbo tocca crescere.

Certo. Voglio sottolineare che nel nostro libro non ci occupiamo solo degli aspetti economici, ma anche di elementi come l’enfasi che i genitori pongono sulla libertà e sui diritti dei figli. Quanto più le mamme e i papà vivono in una società dove si riserva molta attenzione ai diritti individuali, alle libertà civili, tanto meno sarà il peso che attribuiranno al principio di autorità. Tutto cambio quando si vive in una società autoritaria e tradizionale, dove disobbedire o anche solo mostrare una visione indipendente delle cose può generare grossi guai; società del genere spingono i genitori a essere più autoritari e a dare maggior enfasi al principio di autorità. Ciò accadeva, ad esempio, nel Medio Evo.

Nel vostro libro dedicate molto spazio alla Scandinavia, terra che tu conosci bene, dato che hai insegnato a Stoccolma e attualmente sei visiting professor all’Università di Oslo. Vorrei sapere il tuo parere sulla Finlandia, paese dove lo stile genitoriale e pedagogico è tutto tranne che autoritario, ma dove c’è una scuola di eccellenza.

Il caso finlandese ha sempre suscitato molto interesse e ammirazione, ed è in qualche modo una prova del fatto che non esiste un’unica ricetta per crescere bene le nuove generazioni. A brillare, nei test PISA, sono sia gli studenti di paesi come la Finlandia, sia di realtà dell’Asia orientale come Hong Kong, Shanghai, Singapore, Corea del Sud, contraddistinte da sistemi scolastici ed educativi molto diversi da quello finlandese.

In Asia orientale si pone un’enfasi quasi ossessiva sugli esami, sui risultati, sul duro lavoro, sulla preparazione; in Finlandia prevale all’interno della scuola un modello cooperativo, dove non c’è una spinta particolare all’eccellenza individuale, ma piuttosto uno sforzo teso alla realizzazione collettiva. Ora, va anche detto che quella finlandese è una delle società europee più omogenee, con un basso livello di immigrazione, poca diseguaglianza; ma è anche una società che nei decenni ha investito molto nel sistema educativo. Lì le differenze salariali sono basse, e i salari degli insegnanti abbastanza alti…

Contrariamente all’Italia. E inoltre la figura dell’insegnante è molto rispettata…

Corretto. C’è, in Finlandia, un riconoscimento sociale molto alto nei confronti del lavoro dell’insegnante. Anzi, questa professione gode di uno status sociale che si è perso un po’ in altri paesi, ad esempio nel nostro, dove leggiamo spesso sui giornali di conflitti tra genitori e insegnanti, o persino di prof aggrediti. Sia chiaro, i paesi scandinavi non sono tutti uguali: ad esempio gli studenti svedesi per molti anni hanno avuto dei risultati molto scarsi nei test PISA, ma grazie a un grosso sforzo di valorizzazione anche dei percorsi educativi, la scuola svedese sta registrando dei miglioramenti.

In Finlandia la priorità è data alla riuscita collettiva, e al creare in ciascuno un profondo senso di responsabilità ma allo stesso tempo di indipendenza.

Uno degli aspetti più interessanti del caso finlandese è che gli esiti dei test PISA non sembrano destare particolare interesse, anzi: alcuni ritengono che questo tipo di valutazione crei cattivi incentivi. In paesi come il Regno Unito c’è un atteggiamento diverso: pensiamo alle misure prese sotto Tony Blair o prima Margaret Thatcher per valutare le performance degli studenti, rendere pubblici i risultati… La Finlandia in quest’ambito tende a essere piuttosto opaca, e a dare poco peso alle differenze. Quasi tutti i miei amici finnici mi dicono che da loro nessun genitore è preoccupato per la scuola che frequenterà il figlio. Ovviamente esistono differenze tra un istituto e l’altro, ma non si tratta di grandi divari, la priorità è data alla riuscita collettiva, e al creare in ciascuno un profondo senso di responsabilità ma allo stesso tempo di indipendenza.

In paesi come la Cina o gli Stati Uniti, ma anche in Italia, c’è quello che voi avete definito “the rise of helicopter parents”, ossia il boom di una genitorialità time-intensive incline a tenere sotto controllo ogni aspetto della vita dei figli. La cosa a molti non piace, sembra che azzoppi la creatività dei ragazzi, però esiste anche una correlazione positiva tra genitorialità intensiva e risultati ai test PISA, almeno in Corea del Sud…

Ci sono diverse versioni di helicopter parenting, nel libro ne discutiamo ampiamente. C’è la versione cinese (la famosa mamma-tigre) la versione americana… In Cina, ad esempio, i genitori fanno di tutto perché i figli riescano negli esami. Un altro obiettivo dell’helicopter parenting, del moltiplicarsi di questi genitori-elicottero, è creare delle barriere in grado di proteggere il figlio da tutti i rischi del mondo esterno.

Questi genitori fanno di tutto per valorizzare il capitale sociale, le connessioni dei figli… Accade in Italia, in Cina (i cosiddetti guanxi), negli Stati Uniti.

Le relazioni sono importanti in un paese come la Cina, ma anche negli Stati Uniti, dove essere iscritti a una top university non significa soltanto studiare con dei bravi docenti, ma anche incrementare il proprio capitale sociale, incontrare persone che poi giocheranno un ruolo di rilievo nella società.

In Italia non si sa valorizzare bene il talento, c’è un sistema di competizione molto scadente.

Per quanto riguarda l’Italia, qui il fenomeno è particolarmente deteriore, perché la dimensione della formazione viene spesso staccata da quella delle conoscenze. Si tende a svolgere delle attività solo in vista del networking, mentre lo studio, la formazione vengono percepiti come valori deboli rispetto al valore di una buona rete di contatti. Ciò accade anche perché in Italia non si sa valorizzare bene il talento, c’è un sistema di competizione molto scadente.

Nel libro, tra i paesi dell’Europa latina, vi siete concentrati sulla Francia, paese abbastanza gerarchico dove resiste uno stile genitoriale moderatamente autoritario, piuttosto che sull’Italia. Qual è il tuo giudizio, impressionistico, sul nostro paese?

L’Italia è un paese che ha diverse anime, e alcuni aspetti un po’ particolari. Mi sarei aspettato che in un paese con una forte tradizione culturale cattolica, dove in passato la religione aveva una grande importanza, ci fosse un’accentuazione del principio di autorità, che invece prevale soprattutto in Spagna e nella laica Francia. Invece qui ci si focalizza soprattutto sul tentativo di proteggere i figli dai rischi di una società caratterizzata dalla mancanza di un mercato del lavoro decente, da un diffuso precariato, dalla scarsa meritocrazia.

Questo ha rafforzato un sistema di assicurazione di tipo familiare che aveva già assai profonde radici culturali e sociali nel paese, ma che negli ultimi anni si è ulteriormente consolidato; non a caso siamo uno dei paesi europei con la più alta percentuale di figli che rimangono a casa con i genitori dopo i trent’anni di età, con il maggior numero di ragazzi che non studiano e non lavorano, e che dipendono economicamente dalla famiglia.

Quali sono le cause di questa catastrofe?

Una delle ragioni di ciò è il fatto che il nostro paese ha avuto una traiettoria di sviluppo economico molto difficile negli ultimi vent’anni, e questo ha colpito soprattutto i giovani; la risposta delle famiglie, delle famiglie in grado ovviamente, è stata fornire assistenza ai loro figli. Si è creato un clima di pessimismo e rassegnazione, all’insegna del motto “qui non c’è più niente da fare”, ma che è stato bilanciato dalla capacità di risparmio (e quindi di spesa) delle famiglie italiane, nonostante tutto ancora capaci di fornire una significativa assistenza materiale ai figli.

Si è creato un clima di pessimismo e rassegnazione, all’insegna del motto “qui non c’è più niente da fare”.

Il rischio, sempre più concreto, è quello di una società basata sul trasferimento dai genitori ai figli. I genitori detengono grosse quantità di debito pubblico nazionale, questo debito pubblico paga degli interessi, e questi interessi sussidiano assistenzialmente i figli. Ancora, abbiamo purtroppo un mercato del lavoro molto difficile, con una forte pressione fiscale sulle imprese, necessaria per il servizio al debito gigantesco. I due fattori interagiscono tra loro, in un meccanismo perverso dove la società non offre grandi opportunità e pertanto obbliga i genitori a proteggere in qualche modo i figli, che si adattano alla situazione, e tutto ristagna. Questo può funzionare per una generazione, ma dobbiamo vedere cosa accadrà con la prossima.

Cosa potrebbe aiutare i figli degli italiani?

È necessario ripristinare un sistema in grado di riconoscere e premiare lo sforzo e il talento. Esistono differenze enormi tra lo stipendio di un ingegnere, un fisico, o persino un accademico di livello in Italia, e lo stipendio in paesi limitrofi come la Germania o la Svizzera. I costi di mobilità sono limitati. Molti dei più capaci se ne vanno, magari dopo una formazione italiana pagata dai contribuenti. L’idea di chiudere le porte, in entrambe le direzioni, è obsoleta, anzi: pura propaganda. Le politiche di redistribuzione a pioggia senza ripristinare un mercato del lavoro che funziona serviranno solo a rendere la torta da dividere sempre più piccola.

Piccola divagazione storica: nel tuo libro illustri bene come lo stile genitoriale autoritario sia stato una costante, per millenni, della storia umana.

Sì. Noi crediamo che in una società tradizionale ciò che possono dare i genitori ai figli è un modello, un modello da seguire. La civiltà umana è stata per millenni una civiltà agricola, e in una società dove la maggior parte delle persone lavora nei campi diventa fondamentale insegnare la capacità di soffrire, di lavorare tantissimo…

E appunto di stare al proprio posto. Voi nel saggio citate, a riguardo, “I Malavoglia” di Verga.

Questo romanzo racconta bene i valori di una società tradizionale dove non vi è la necessità di valorizzare la creatività, l’indipendenza… Perché vedi, in una società come quella dei Malavoglia, il desiderio di indipendenza può essere pericoloso se induce un giovane a trasgredire le norme sociali e ad abbandonare la famiglia. Questo romanzo non è conosciuto all’estero quanto in Italia, ma contiene un’eloquente parabola di quel tipo di società dove chi cerca di uscire dalla trappola della povertà, e di portare avanti un’attività imprenditoriale, rischia di finire male. Esiste un ordine sociale che è anche divino, e che in qualche modo è perenne, e rifiutarlo è molto pericoloso.

Cosa si dovrebbe fare, nell’Italia del 2019? Lo chiedo all’economista, ma anche al genitore.

Dovremmo recuperare l’idea di investire nel capitale umano, superando la cultura del galleggiamento e del “tirare a campare”. L’Italia ha un grande patrimonio di talento, ma è un paese sfiduciato. Come genitore, cercherei di spazzare via l’idea che tutti i problemi sono responsabilità di “altri”. Bisogna chiedere alle nuove generazioni di prendere in mano il loro futuro. La classe politica avrà anche fatto un pessimo lavoro negli ultimi decenni, ma non si può pensare che tutti i problemi debbano essere risolti dallo Stato. Altrimenti il risultato è cercare periodicamente un nuovo salvatore, salvo poi ripudiarlo alla prima disillusione

L’Italia ha un grande patrimonio di talento, ma è un paese sfiduciato.

Da padre di una ragazza (che però è cresciuta e vive in Svizzera) consiglierei anche di promuovere con più forza il valore della partecipazione femminile: in Italia le classi dirigenti, politiche ed economiche, continuano ad avere un’impronta maschile troppo forte, e questo limita il flusso di nuove idee, e nuovi talenti. Non è solo un discorso di discriminazione e tutela dei diritti. È un freno alla crescita economica.

 

 

Foto in copertina tratta da Pixabay.

TAG: figli, futuro, genitori, giovani, parenting, talento, Zilibotti
CAT: Scienze sociali, Teoria Economica

3 Commenti

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  1. vincesko 8 mesi fa
    Fascia d’età critica. Il periodo fondamentale è dalla gravidanza a 3 anni! E’ in questo lasso di tempo che si formano le sinapsi, che legano i neuroni, ma esse si fissano a condizione che vengano utilizzate/stimolate dall’educazione. Riporto il passo scritto da Valerio_38, che lo spiega bene: Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra specie è affetta da una eccezionale neotenia, cosicché il cervello di un bambino appena nato è ancora immaturo. Possiede già l’intero patrimonio di neuroni (circa cento miliardi), ma tutti quei neuroni sono pressoché privi di collegamenti fra di loro. Lo sviluppo dei collegamenti (assoni e sinapsi) avviene gradualmente nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, in parallelo alla vita fuori dall’utero. I collegamenti (in media circa diecimila per ciascun neurone) sembra si sviluppino per caso ma si stabilizzino (si fissino) soltanto se vengono “utilizzati” (gli altri si atrofizzano). Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia. L’istruzione determina quali sinapsi si fisseranno e quali no. ed una mia integrazione: Ho letto con interesse il tuo commento del 9.5 23:05 (poi gli altri) e l’ho condiviso interamente tranne in due punti: 1) laddove tu scrivi “Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia”; e quando affermi: “Ma la distribuzione di queste differenze non dipende dalle latitudini, dipende dalla storia”. Non dalla storia, ma dall’educazione, appunto, che deve cominciare già durante la gravidanza. http://vincesko.blogspot.com/2015/03/questione-femminile-questione.html
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  2. vincesko 8 mesi fa
    Dialogo breve tra il Prof. Andrea Ichino e me sulla dannosità degli asili nido http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2853581.html oppure http://vincesko.blogspot.com/2017/01/dialogo-breve-tra-il-prof-andrea-ichino.html
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  3. vincesko 8 mesi fa
    Nell’educazione va insegnata anche la… “propensione al rischio”. Qui un mio commento sulla relazione tra propensione al rischio e… scelta del corso di studio. 11DIC2010 Gli investimenti ai tempi della crisi. Provo a fare alcune considerazioni da non esperto. 1. In ‘Tecnica bancaria’, il tema della propensione al rischio assume, si sa, una notevole importanza, poiché da esso dipende grandemente, appunto, il tipo d’investimenti: la scelta tra le forme d’investimento (tra un deposito bancario, un fondo azionario piuttosto che obbligazionario o addirittura in venture capital) è strettamente correlato sì al livello del tasso di rendimento, ma – a ben vedere – soprattutto al grado di propensione al rischio, perché i tassi di rendimento più elevati incorporano un livello di rischiosità maggiore. 2. Gli istituti finanziari e gli enti di ricerca si limitano, attraverso appositi studi statistici (sondaggi, distribuzione di questionari, interviste mirate), a fotografare il fenomeno. 3. Ma, in linea teorica, sarebbe possibile influenzare la variabile ‘propensione al rischio’? La domanda che ne consegue è quindi: da che cosa dipende il livello di propensione al rischio? Ecco 4 link, che danno una risposta parziale a questo quesito, da angolature diverse e complementari. “Avversione (e propensione) al rischio” http://it.wikipedia.org/wiki/Avversione_al_rischio “Stress e propensione al rischio: le differenze fra i sessi” http://brainfactor.it/index.php?option=com_content&view=article&id=196:stress-e-propensione-al-rischio-le-differenze-fra-i-sessi&catid=23:psicologia-sociale&Itemid=3 “Il testosterone e la propensione al rischio del trader” http://www.investireinformati.com/approfondimenti/il-testosterone-e-la-propensione-al-rischio-del-trader/ “Su ‘Mente & Cervello’ di Gennaio, un articolo di Valentina Murelli sulle “caratteristiche imprenditoriali” riporta che, secondo uno studio pubblicato su “Nature”, alcuni ricercatori della Cambridge University, guidati da Barbara Sahakian, hanno sottoposto 16 imprenditori e 17 manager a test neurocognitivi per valutare le loro abilità decisionali ed hanno scoperto la sostanziale differenza che c’è tra un imprenditore, che guida la propria azienda, e un manager, che gestisce quella di altri: la propensione a correre rischi. Nei vari test, gli imprenditori si sono rivelati più propensi ad assumere rischi, inoltre, hanno dimostrato anche maggiore impulsività e flessibilità cognitiva superiore. Insomma, le caratteristiche del bravo imprenditore sono la “propensione al rischio e l’impulsività”. http://marketing-vendite.blogspot.com/2009/02/propensione-al-rischio-e-impulsivita-le.html 4. Pare potersene ricavare la conferma, anche in questo caso, che il livello di propensione al rischio abbia due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e l’educazione ricevuta. Che poi determinano o almeno concorrono a determinare le scelte future, anche, ad esempio, sulla scelta del corso di studi o sul tipo di lavoro. 5. L’Italia è caraterizzata e nota in Europa e forse nel mondo per l’altissimo numero di partite IVA (mi pare in totale 4 milioni), il che – al netto però del peso rilevante del lavoro autonomo, compreso quello che è tale solo formalmente – attesterebbe una notevole diffusione dello spirito imprenditoriale. Anche al Sud c’è un numero elevato di partite IVA. Ciononostante, il Politecnico di Torino – che fa anche da incubatore di nuove imprese, mettendo a disposizione il frutto delle sue ricerche – pare riesca ad attivare molte più start-up della facoltà d’Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli, anche per mancanza – diciamo così – di materia prima imprenditoriale. 6. Io sono stato, nella mia vita lavorativa, sia lavoratore dipendente, sia imprenditore, sia lavoratore autonomo. Beh, posso assicurare che, avendo una propensione al rischio bassa, credo determinata soprattutto dall’educazione, quando sono stato costretto a mutarmi in imprenditore, ho penato moltissimo ed ho impiegato diversi anni per adattarmi, ma mai del tutto. 7. Ho capito, quindi, per esperienza empirica diretta, che, al netto del carattere, vale a dire del fattore innato, l’educazione (che è l’insegnamento sostenuto, rafforzato dall’esempio) svolge un ruolo fondamentale nel determinare la propensione al rischio: che è materia prima indispensabile sia per creare un’impresa, sia per scalare una montagna, sia per passeggiare di sera in un quartiere malfamato di Napoli, sia per diventare un condottiero, sia per creare e dirigere (e contendere la leadership di) – persino in Italia – un partito nuovo, sia per decidere il proprio portafoglio titoli. http://amato.blogautore.repubblica.it/2010/12/11/dopo-la-crisi-torna-la-proverbiale-prudenza-dei-risparmiatori-italiani/
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