Milano

La vita è altrove

Sospesi nel presente: i giovani tra un mondo che cambia e forme smarrite di riconoscimento, identità e appartenenza

23 Ottobre 2026

Solo quando accadono fatti eclatanti che li coinvolgono, pochi o tanti che siano, i giovani tornano improvvisamente al centro del dibattito : la loro presunta rottura con il mondo e la reciproca incomprensione con la società degli adulti.

Sono passati quarant’anni dalle prime ricerche di Alessandro Cavalli e Antonio De Lillo, i Rapporti IARD, sulla condizione giovanile in Italia, che peraltro suggerivano scelte di politiche pubbliche mai realizzate.

Da allora, comunque, tutto è profondamente cambiato. Alla fine degli anni Ottanta si descriveva la condizione giovanile soprattutto come una moratoria, una transizione : un tempo di attesa e sperimentazione prima dell’ingresso stabile, ma già in crisi , nella vita adulta, tra scuola, lavoro, famiglia e responsabilità civili.

Oggi quella transizione si è trasformata in una condizione di lungo periodo , incerta e frammentata, nella quale i passaggi verso l’età adulta — la fine degli studi, un lavoro stabile, l’autonomia abitativa, la costruzione di rete affettive significative, di una famiglia — si dilatano, si invertono o diventano reversibili.

Non si tratta soltanto di un cambiamento psicologico, dell’età evolutiva e biografico. È cambiata la struttura e l’infrastruttura sociale ovunque in europa e in occidente: i grandi mediatori collettivi hanno perso capacità di orientare i percorsi individuali, mentre le biografie si sono individualizzate e rese più fragili e diseguali.

La condizione giovanile è diventata così una condizione di sospensione, in cui l’autonomia culturale e digitale convive spesso con una minore se non assente autonomia economica e relazionale.

I giovani da tempo sono tema ricorrente e irrisolto per le forze politiche e per le grandi associazioni di rappresentanza del Novecento, che ovunque hanno visto declinare radicalmente la loro partecipazione nelle proprie organizzazioni.

Da questo punto di vista, non vi è infatti nulla di più indefinito della fotografia di una qualsiasi sezione, circolo o articolazione territoriale di partiti, sindacati o associazioni.

Eppure esistono ancora esempi significativi. Penso, a Milano, a realtà di alcune Case di Quartiere , il Circolo ACLI di Lambrate, che continuano a essere punti di riferimento per gli abitanti della zona in modo trasversale e intergenerazionale o ad alcune realtà del Casoretto e di Dergano, alcuni circoli Arci. Esperienze che hanno dimostrato la capacità di resistere alla crisi delle forme tradizionali di aggregazione.

Nel loro insieme sono eccezioni che restano lontane da quelle che un tempo si chiamavano grandi organizzazioni di massa. Non si tratta di individuare colpevoli o responsabilità: nel giro di pochi decenni si è letteralmente trasformata la morfologia della società.

A leggere però ricerche e analisi , nel tempo dell’intelligenza artificiale, della disintermediazione, della solitudine di massa globale , tutti sottolineano il valore assoluto di organizzazioni territoriali in contatto reale con le persone e i loro bisogni.

Su questo vi è una distanza profonda tra le potenzialità inespresse e la realtà che bisognerebbe tornare a colmare ma in forme nuove , questo è il punto.

Un mutamento antropologico

I flussi informatici che ci attraversano, e sui quali i giovani — la Generazione Z e quelle che stanno arrivando — costruiscono le proprie identità, hanno prodotto un mutamento profondo, incidendo sull’intero quadro antropologico. Virtualità, connettività e interattività continua riplasmano le fonti stesse della conoscenza e le facoltà cognitive.

Come il passaggio dal verbo alla scrittura, la stampa, la rivoluzione industriale, la nascita della televisione e dei media, si è trattato di una rottura tecnologica ed evolutiva di portata epocale.

La crisi del sapere

Mentre i grandi mediatori istituzionali, politici ed educativi faticano a trovare un nuovo ruolo, persino il setting formativo è in crisi. Le informazioni veicolate dai wikipedia, dai social e oggi dalle applicazioni di IA fanno venire meno la sacralità del sapere.

Le aule delle scuole e delle università, con il docente al centro, sono ancora il luogo da cui passa la conoscenza? Che cosa trasmettere? A chi e come trasmettere? Forse è anche qui che risiede la crisi della scuola.

Il mezzo principale di accesso alla conoscenza sul web è lo smartphone acceso tutto il giorno per leggere e costruire messaggi, spezzoni audio e video, contenuti virali dedicandosi a una sorta di bricolage mediatico. Ne deriva una diffusa presunzione di conoscenza su ogni argomento e su niente.

In questo cambio di paradigma sociale e culturale, che formazione? che idea di sé, degli altri e della comunità di appartenenza , soprattutto in quei contesti in cui la società multiculturale, con tutte le sue contraddizioni di vita concreta e di identità, si è già concretizzata da anni; in cui siamo ormai oltre l’orizzonte monoculturale e monoreligioso nel quale sono cresciute le nostre generazioni passate.

Una terra di mezzo

Siamo in una terra di mezzo: affrontiamo un percorso che non ha più rotte prestabilite. Nelle fasi della vita di adolescenti, giovani e giovani adulti — in un flusso continuo, con scansioni di tempi di vita ormai indistinti — i cambiamenti arrivano in modo immediato.

Avremmo voluto avere più tempo per parlare, per capire, per condividere esperienze. Non è possibile, la realtà arriva prima. Ci si rende conto di passaggi immediati, appartenenze deboli e volatili, di una delega sempre pronta a essere ritirata, di identità incerte.

Non siamo pronti alla velocità di queste trasformazioni. Occorre quindi avere non solo capacità di ascolto, ma anche la disponibilità a una continua ridiscussione anche di noi stessi.

Non possiamo limitarci a stigmatizzare, a ristabilire confini, a ricordare il tempo passato o a illuderci di poter tornare indietro. Il ragazzo che abbiamo davanti ci interpella per ciò che è, non per ciò che vorremmo che fosse: chiede una risposta, un orientamento, un ascolto oppure, semplicemente, la possibilità di esserci.

E alla fine, inevitabilmente, naturaliter, la sua vita si è incrociata con quella dei figli delle famiglie immigrate nel nostro Paese, dove, nelle grandi aree urbane, le ribellioni, anche in un passato recente, solo la nostalgia di qualche leninista sopravvissuto può leggere come anticipi di una inesistente rivoluzione anticapitalista, mentre spesso sono rivendicazioni rabbiose di spazi di accesso, di consumo, di riconoscimento negati.

Una lettura datata con una sopravvalutazione dei dati e delle cause economico-sociali e una totale sottovalutazione di quelli simbolici, di senso, di appartenenza ed esclusione, di codici altri su cui ora convergono molti ragazzi italiani e seconde o terze generazioni. Ci sarebbe molto su cui discutere.

Per questo la sfida educativa è centrale, ed è una sfida per noi e per tutti: a partire dal condividere saperi, competenze, reti ed esperienze, sia con le istituzioni scolastiche sia in quella che chiamiamo educazione informale.

«Di fronte a questi cambiamenti occorrerà trovare novità non immaginabili, fuori dai quadri desueti che formattano ancora i nostri comportamenti, i nostri media, i nostri progetti», scriveva Michel Serres.

È un’indicazione particolarmente valida nelle aree metropolitane del nostre città europee , caratterizzate da sistemi culturali mobili e permeabili, attraversati da faglie diverse che investono le comunità.

Le ragioni dell’impegno

Se spostiamo lo sguardo verso strati di storia più profondi e remoti, ci rendiamo conto che quella politica e quell’adesione forte che tanti inutilmente rimpiangono, sono sempre stati soltanto dei mezzi, degli strumenti attraverso i quali si cercava di realizzare una tensione e una spinta molto anteriori:

L’idea che un tempo eravamo soliti rappresentare come emancipazione radicale e che ora ritorna come possibilità di una conquista sostanziale della propria pienezza individuale, fuori da ogni condizione di minorità precostituita, per i giovani , gli uomini e le donne del nuovo millennio.

Non vi è alcun motivo di abbandonare questi pensieri solo perché le vie che li hanno resi familiari hanno esaurito il loro compito.

Le scuole e le università si sono rese protagoniste di manifestazioni imponenti di tanti giovani negli ultimi anni contro la guerra in medio oriente, Un’attenzione , anche se spesso veicolata in maniera parziale e ideologica solo su alcuni confltti e parole d’ordine, ha comunque prodotto una mobilitazione senza violenze e può in qualche modo essere una riserva vitale, come è stata negli anni quella sull’ambiente e il cambiamento climatico.

Tutto è in ridiscussione. I vecchi mondi sono tramontati, ma i nuovi non sono ancora arrivati: ne scorgiamo soltanto le tracce, trasformazioni ominescenti, a volte esaltanti, a volte inquietanti, elementi di continuità e discontinuità che si alternano.

Per citare Milan Kundera, da tempo la vita è altrove.

I cambiamenti sono tali che forse soltanto alla fine, quando si saranno pienamente dispiegati, ne scorgeremo un profilo più netto, gli elementi di valore, di continuità e di senso.

I disordini di Milano del 17 ottobre non vanno letti, di per sé, come l’annuncio di una crisi generalizzata, ma come un segnale da non sottovalutare: la manifestazione di una rabbia poco riconoscibile nelle sue origini e nelle sue finalità, che trova nel territorio urbano e nel web un ambiente favorevole alla visibilità, alla polarizzazione e all’emulazione.

Il problema non è solo il dibattito sull’ordine pubblico e in che forme garantirlo in situazioni critiche. È la fragilità delle proposte e delle azioni politiche, educative e associative capaci di interpretare prima i bisogni reali, incanalare la protesta e restituire prospettive.

Quando questa funzione si indebolisce, l’inquietudine, come i fiumi carsici, non scompare: circola, si frammenta , appropriata da narrazioni semplificatrici, dalle egemonie politiche del momento, da schieramenti incapaci di relazionarsi con la complessità sociale e che riconducono ad un bipolarismo che alimenta il conflitto anziche mediarlo.

E così, alla fine di questi primi vent’anni del terzo millennio, in una fase di trasformazione profonda, la mancanza di mediazioni credibili può diventare una crisi di legittimità e di autorevolezza delle nostre democrazie. Per questo la sfida sarà anche quella di ricostruire un senso di appartenenza che, se ci pensiamo bene, non riguarderà soltanto i nostri figli ma anche noi stessi.

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