Milano

Il modello Milano alla prova

Tra crescita, innovazione e nuove disuguaglianze, la città deve tornare a parlare a chi la vive, vi lavora e rischia di esserne escluso

15 Ottobre 2026

Le prossime elezioni amministrative di Milano saranno un passaggio estremamente significativo, anche per la dimensione nazionale che tradizionalmente assumono. “Le idee camminano sulle gambe degli uomini”, diceva Pietro Nenni, quindi  candidati e alleanze contano ed è giusto discuterne; ma prima ancora occorre rileggere le trasformazioni che Milano ha attraversato negli ultimi quindici anni. Rivedere con sguardo critico i profondi processi economici e sociali che l’hanno attraversata, una trasformazione che, per certi aspetti, ha completamente trasfigurato la città, caratterizzata da un processo di gentrificazione, peraltro in linea con le trasformazioni strutturali e sociodemografiche avvenute in questi anni in molte grandi aree urbane europee e occidentali.

A partire dal 2013 – 2015, il rinnovamento avviato in vista di Expo e la valorizzazione delle aree urbane hanno favorito l’ingresso di capitali finanziari italiani e stranieri nel mercato immobiliare, agendo da catalizzatore della visibilità internazionale della città, contribuendo alla crescita di turismo, investimenti e insediamenti aziendali e dei servizi.
Una città diventata sempre più attrattiva sul piano economico e internazionale e del turismo cosmopolita, ma sempre meno accessibile per chi vi abita da decenni, vi lavora, studia o intende stabilirvisi.

Un mercato immobiliare che, in un decennio, ha visto i prezzi di compravendita a Milano crescere del 65% e i canoni del 55%, mentre i redditi da lavoro sono fermi.
L’aumento esponenziale del costo della vita milanese non è quindi riducibile ai soli costi energetici o all’inflazione. Esso nasce anche dall’interazione tra offerta abitativa insufficiente, valorizzazione immobiliare, stagnazione dei redditi più lenta dei prezzi e domanda crescente proveniente da studenti, lavoratori e nuovi residenti.
Colpisce la distonia nel dibattito pubblico tra interventi che sembrano in qualche modo seguire e confermare la narrazione ufficiale della città dell’innovazione , delle opportunità e della performance e la richiesta di ampie fasce trasversali di opinione pubblica che sottolineano come a Milano si ponga da tempo ormai un serio problema di sostenibilità economica e sociale, ancor prima che ambientale.

Un divario sempre più ampio

Milano è la città dove, secondo dati ufficiali dell’Anagrafe del Comune, i nuclei composti da persone sole rappresentano ormai il 57,5% del totale delle famiglie residenti, all’incirca 450 mila persone (circa il 40% anziani, in larga parte donne) ;dove il 20% dei suoi residenti è over 65, mentre l’intera fascia dei bambini dagli 0 ai 10 anni è solo l’8%; dove, attraverso gli Hub di Quartiere comunali e alcune realtà del privato sociale, di Caritas e Opera San Francesco, si distribuiscono -gratuitamente e quotidianamente – 3,5 milioni di pasti all’anno (o pacchi alimentari equivalenti) a persone in stato di fragilità ed emarginazione.
Dove il sovraindebitamento, secondo la Camera Arbitrale, ha registrato il numero più elevato di istanze dalla sua istituzione, con una crescita del 21% rispetto ai dati del 2024, e le persone in condizioni di povertà o a immediato rischio di esclusione sociale sono stimate tra le 160 e le 180 mila , su 1,36 milione di residenti e a fronte della presenza stimata di 115 mila milionari: un divario sociale sempre piu’ marcato.

Nel Comune di Milano, nel 2023, il 52,5% dei contribuenti dichiara meno di 26.000 euro di imponibile annuo e il 30,7% meno di 15.000 euro;
Infatti l’indice di Gini, che indica il grado di distribuzione dei redditi, è pari a circa 0,54, il valore più elevato tra le grandi città italiane e nettamente superiore alla media nazionale (circa 0,43), dato che conferma una forte concentrazione dei redditi e una marcata disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza prodotta.
Se nella politica italiana si osserva una forte tendenza alla polarizzazione dell’offerta elettorale tra due schieramenti che presentano elementi marcatamente populisti, anche se con matrici ideologiche e repertori retorici diversi, bisogna però capire le dinamiche sociali che lo hanno generato e che a Milano appaiono evidenti.

La polarizzazione sistemica descrive un fenomeno innegabile del quadro politico contemporaneo, diffusonin molte aree europee: le fratture sociali e culturali di oggi rispondono a dinamiche diverse da quelle del Novecento. Per costruire un’alternativa incisiva non servono continui allarmismi su derive autoritarie o attentati alla Costituzione, ma il riconoscimento, senza moralismi, delle ragioni della rabbia e del rancore che alimentano il consenso verso le forze sovraniste e populiste. Le difficolta’ di una proposta  di centro sinistra riformista e popolare in Italia e in Europa derivano spesso da una deriva elitaria o tecnocratica. L’esperienza milanese dimostra che un’alleanza tra progressismo, civismo e liberal-democrazia può governare, all’interno di una vocazione europea e internazionale orientata a una “società aperta”, in contrapposizione a logiche e narrative sovraniste.

Un modello da ripensare
Ma se il “modello Milano” vuole proseguire, deve farsi carico delle proprie contraddizioni e rivedere criticità ormai insostenibili:
La rigenerazione urbana ha spesso prodotto una sostituzione silenziosa del tessuto sociale e politico storicamente vivo in molti quartieri. Al suo posto sono cresciuti residenze di alto pregio, spazi commerciali e finanziari, distretti del lusso: persino il verde e la qualità paesaggistica sono diventati parte di un’immagine che legittima prezzi, consumi e usi esclusivi dello spazio urbano.
Il dato è inequivocabile: il 50 per cento dei residenti attuali non abitava a Milano quindici anni fa. In un decennio, circa 400 mila persone hanno lasciato la città e 480 mila sono stati i nuovi arrivi. Non è soltanto un fenomeno demografico: è un processo oggettivo di sostituzione di una parte della popolazione storicamente stabile, diversa per reddito, lavoro e radici locali, con residenti temporanei, persone ad alto reddito, imprenditori, studi e professionisti internazionali e famiglie mobili.

Tutto questo favorito da una combinazione di politiche comunali di riduzioni degli oneri e promozione dell’attrattività  e sopratutto applicando esenzioni e incentivi fiscali ( flat tax ) previste da leggi nazionali per chi trasferiva la residenza fiscale in Italia. L’ alto costo della vita e la gentrificazione hanno però  progressivamente allontanato dalla città le fasce a reddito medio-basso, i giovani lavoratori e molte famiglie. Per questo una nuova proposta di governo della città non può apparire come la rappresentanza prevalente di fasce sociali ristrette dei centri metropolitani. Una delle leve decisive è dunque il ritorno al centro delle politiche sociali e dei servizi pubblici, come infrastruttura della cittadinanza.

Parlare a chi si sente escluso
Occorre parlare a chi si sente escluso. Non si può sostituire la necessità di politiche sociali maggiormente incisive solo con il mecenatismo e la filantropia dei miliardari, mentre si ricostituiscono gerarchie e nuovi potentati simbolicamente rappresentati dagli scintillanti attici di Porta Nuova e della Fiera, le persone lontane da quei palazzi e da quelle vie sono in sofferenza nella loro vita quotidiana. Questo è il punto cruciale e il vero banco di prova di un nuovo progetto di governo della citta’ Se la proposta si limita all’efficienza economica e alla crescita, senza farsi carico del mondo del lavoro e delle fasce in difficoltà, finirà per essere percepita come la politica dei ceti abbienti, lasciando il monopolio della rappresentanza popolare alla demagogia populista a destra e a sinistra.

Questo richiede di superare una doppia trappola: da un lato, un assistenzialismo passivo e residuale; dall’altro, l’ostentazione meritocratica e la narrazione tipica di un certo liberismo progressista anni Novanta, fondata sull’idea del trickle-down — il “gocciolamento” — secondo cui la crescita delle ricchezze delle fasce alte avrebbe finito per beneficiare, direttamente o indirettamente, anche i ceti medi e bassi, un ipotesi rivelatasi fallace e dove ha prodotto effetti, questi sono stati limitati e selettivi. Una risposta credibile e pragmatica deve invece mettere al centro la valorizzazione dei beni pubblici fondamentali — casa, trasporti, scuole, sanità, servizi di prossimità — e la capacità di garantire mobilità sociale concreta e la possibilità per le nuove generazioni di costruire un progetto di vita dentro la città:

Casa e welfare
Unire casa e welfare di comunità significa agire sul cuore della questione sociale. La casa è la condizione materiale di ogni progetto di vita; il welfare di comunità è la rete che impedisce alla vulnerabilità di trasformarsi in esclusione. Senza casa non c’è stabilità; senza comunità intorno alla casa restano solitudine e marginalità.
Il costo dell’abitare è divenuto la prima causa di impoverimento e il principale ostacolo alla mobilità sociale. Occorre rilanciare la pianificazione urbanistica, calmierare la speculazione, recuperare il patrimonio pubblico degradato e avviare un piano straordinario di housing sociale. Significa anche superare l’egemonia della rendita fondiaria, immobiliare e finanziaria, che ha orientato troppo a lungo lo sviluppo della città senza vincoli e contrappesi.
Sanità
Chi ha bisogno non chiede slogan, ma servizi che funzionino. Il rilancio della sanità pubblica passa dalla medicina di territorio e dalla riduzione di tempi e liste di attesa, che oggi spingono molti cittadini verso il privato e le prestazioni a pagamento. La sanità è competenza di Stato e Regione, ma la sua efficacia si decide sul territorio. Milano può promuovere un patto stabile tra istituzioni, parti sociali, università e Terzo settore per rafforzare case di comunità, assistenza domiciliare integrata e presa in carico di anziani, persone non autosufficienti e famiglie fragili.
Lavoro
La dignità passa anche dal lavoro. Occorre privilegiare le politiche attive rispetto ai soli sussidi: formazione e riqualificazione per chi perde il lavoro in età adulta, contrasto al lavoro povero e alla precarietà strutturale. Si tratta in larga parte di competenze nazionali, ma Milano può promuovere un patto metropolitano tra imprese, sindacati, università e Terzo settore per le competenze e le risorse umane, sperimentando nuove forme di tutela e una contrattazione territoriale articolata.
Multiculturalità e diritti
Milano è una città multiculturale, plasmata da decenni di migrazioni. Ma l’integrazione non può ridursi a una narrazione celebrativa della diversità: richiede accesso concreto al lavoro, alla cittadinanza e ai servizi. In molte periferie e situazioni di emergenza, le comunità cristiane, le associazioni, le cooperative e il Terzo settore rappresentano spesso l’ultimo presidio di prossimità per migranti, persone sole, famiglie fragili e giovani esclusi. Non è solo un motivo di orgoglio per la tradizione ambrosiana: è il segnale che la solidarietà va riportata al centro delle politiche pubbliche.

Il nodo delle risorse

Oggettivamente, la sostenibilità finanziaria è il vero ostacolo su cui si arenano la maggior parte delle buone intenzioni. Fare affidamento sulla spesa corrente del bilancio comunale significa rassegnarsi all’impotenza: i bilanci dei Comuni sono compressi tra la riduzione dei trasferimenti statali, i vincoli della finanza pubblica e costi operativi sempre meno comprimibili.
Per finanziare queste politiche senza generare squilibri insostenibili, il Comune deve assumere un ruolo di regia e di garanzia: individuare, coordinare e moltiplicare risorse pubbliche e private, integrandole in una strategia unitaria di intervento, unitaria significa anche ordinata per priorità, perché non tutti gli strumenti hanno lo stesso peso né lo stesso grado di maturità.
Un possibile effetto leva potrebbe essere dato dalla pianificazione urbanistica e della gestione del patrimonio pubblico che possono orientare gli investimenti privati verso obiettivi di interesse generale, prevedendo quote di edilizia sociale e convenzionata, incentivi edificatori condizionati a prestazioni pubbliche e meccanismi di recupero di una parte del valore generato dalle trasformazioni urbane e dagli investimenti infrastrutturali.

Accanto a questi, la leva finanziaria di strumenti già collaudati : i prestiti della BEI e di Cassa Depositi che possono sostenere progetti strutturati, I fondi europei, se integrati fin dalla progettazione con le altre risorse e accompagnati da una valutazione realistica dei costi di realizzazione e di gestione. I fondi rotativi laddove esistano flussi finanziari sufficienti a garantirne il funzionamento , la blended finance e i social impact bond laddove il coinvolgimento di capitali privati consenta di mobilitare risorse aggiuntive, distribuire i rischi in modo appropriato.
Questi strumenti non sono equivalenti : un contributo a fondo perduto non genera lo stesso obbligo finanziario; un prestito o un fondo rotativo richiede meccanismi di restituzione e gestione. Il criterio guida deve essere il valore pubblico generato, non la quantità di risorse e progetti mobilitati valutandone il ciclo di vita, gli effetti sul bilancio comunale e i rischi finanziari.
In definitiva, la sfida non è solo reperire risorse, ma costruire le condizioni perché gli investimenti producano benefici pubblici duraturi, senza compromettere gli equilibri finanziari futuri, cio’ richiede capacità di programmazione, competenze tecniche, trasparenza nelle scelte e una rigorosa valutazione dei risultati.

Un nuovo sguardo internazionale
Infine un nuovo sguardo internazionale , Milano non può essere solo polo di attrazione del mondo della finanza, dell’economia del lusso , del glamour internazionale e di tendenze elitarie socioculturali per quanto pregevoli e significative. Tornare a investire sulla cooperazione internazionale decentrata, con specifiche risorse destinate alle Organizzazioni della Società Civile, significherebbe chiudere il cerchio tra dimensione locale e scenario globale, recuperando il valore del rapporto attraverso i territori (città, regioni, università, distretti produttivi) le alleanze che permisero la realizzazione di Expo 2015, andando oltre le politiche della Food Policy.

Le metropoli e le regioni del Sud Globale stanno vivendo transizioni demografiche e urbanistiche imponenti e la cooperazione non è piu’ da tempo mero invio di flussi monetari ma scambio diretto di competenze, tecnologie e anche modelli di governance. Milano e una Regione Lombardia a forte vocazione produttiva costruiscono già alleanze paritarie con città-partner in Africa, America Latina o Asia, creando opportunità di sviluppo reciproco che andrebbero rafforzate anche in un ottica di governo dei processi migratori, attraverso corridoi lavorativi e di mobilità circolare, contribuendo alla formazione professionale nei paesi del Sud, con competenze richieste dal nostro tessuto economico e sociale: un’accoglienza reale, legale e dignitosa.

In questi anni drammatici di guerre totali, quando le relazioni diplomatiche si congelano o diventano conflittuali, i canali di cooperazione decentrata rimangono aperti. Il dialogo tra università, centri di ricerca e culturali e società civile mantengono relazioni ponti e contatti reciproci.
Per questo, contrariamente a una certa lettura e narrazione ideologica e radicale prevalente a sinistra, occorre, pur senza velleitarismi e illusioni, ribadire l’alto valore intrinseco e simbolico dei gemellaggi e delle relazioni istituzionali e delle rispettive società civili dei paesi in conflitto, come luoghi di incontro e di possibili strategie o di aiuto al ripristino di precondizioni di pace.

Milano non ha bisogno di scegliere tra attrattività e giustizia sociale: deve dimostrare che l’una senza l’altra non sono più sostenibili. Una città che attira capitali, talenti e investimenti, ma che allontana chi la produce e la vive ogni giorno, non è un modello: è una contraddizione destinata a esplodere. Ricentrare le azioni su welfare, politiche sociali e sostenibilità significa cambiare anche il linguaggio e l’atteggiamento: ascoltare prima di prescrivere, guardare anche le ombre e i chiaroscuri. Milano può ancora dimostrare che la protezione sociale non è contro lo sviluppo e l’innovazione ma il suo presupposto; che respiro di dimensione internazionale e protezione e inclusione sociale non sono alternative, bensì le condizioni di una democrazia che voglia restare reale e credibile.

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