Milano
A Milano la paura è l’unica certezza e sarà in città per tutta la campagna elettorale
Dopo gli scontri dei giorni scorsi, si diffondono messaggi di panico soprattutto nelle università. L’arrivo dell’esercito, le decisioni del governo, le immagini dei saccheggi lasciano solo una certezza: la paura sarà un sentimento centrale nei mesi che portano alle elezioni
“Sono entrata in aula ed era mezza vuota” mi raccontava ieri un’amica che insegna all’Università Bicocca di Milano. “Le poche studentesse presenti mi dicono che le loro colleghe sono state a casa, terrorizzate da un tam che raccontava l’intera Milano a ferro e fuoco, le università sotto attacco, minacce di stupro e distruzione”. Così profondamente si è diffuso, quel terrore, che l’Università Bicocca ha dovuto poi diramare un comunicato sui suoi canali social, per spiegare laconicamente che le lezioni si sarebbero svolte regolarmente. Episodi analoghi, preoccupazioni dello stesso tipo, arrivano da altre università milanesi, oggi come ieri. Con gli atenei che invitano i docenti a rassicurare studenti impauriti di fronte al circolare di notizie terrificanti e del tutto incredibili.
Mentre dunque la paura diffusa è una certezza, passano i giorni, e dei fatti di sabato e domenica a Milano – vetrine rotte, negozi saccheggiati, poliziotti feriti, giovanissimi fermati e arrestati – si capisce ancora poco. Gli opposti cori continuano a cantare la loro versione dei fatti e i due poli all’estremo si rappresentano così: sono giovani marginalizzati e senza speranzache con questa violenza gridano la loro disperazione esistenziale e paura materiale, si dice da un lato; sono delinquenti che devono tornare a casa loro, dall’altro. Nuove pene, esercito, visite a favor di telecamera alla polizia, da un lato; capire le ragioni e interrogarsi sulle cause, dall’altro. Mentre editorialisti, politici e trapper cercano con una certa faciloneria di coltivare i propri (e)lettori, sulle pagine di cronaca si inizia a vedere qualche pezzetto di materia. Tasselli di un puzzle lontano dall’essere composto. Metà hanno cognomi italiani, metà no, spiegava oggi il Corriere della Sera. I nati all’estero sono meno del 30% del totale. Stessa percentuale per i residenti a Milano: la maggioranza viene dall’hinterland o da altre province della regione. I dentro e i fuori sono “chiari”, sono i soliti: la città e la sua grande periferia geografica, ben più grande dei disegni amministrativi; la nazionalità; soprattutto, il benessere reale o percepito. E poi c’è un dentro comune e sicuro: il digitale, lo schermo luminoso, il tam tam che corre sulle chat, la certezza di strumentalizzazioni ma i dubbi su chi, davvero, abbia accelerato una dinamica scellerata, e perchè. Come benzina nel motore di questo piccolo disastri, la perdita del senso del confine tra l’immaginario e il reale, tra l’atto e le sue conseguenze – pesanti – sulle vite degli altri e, soprattutto, sulla propria.
E torniamo così alla paura da cui siamo partiti. Piove sul bagnato, sull’Italia e su Milano. Quasi tutte le rilevazioni statistiche dicono che la “sicurezza” – qualunque cosa sia – è al primo posto nelle preoccupazioni degli italiani e dei milanesi. Le voci che assecondano la paura, o la voglia di averne, sono tante, e non tutte chiaramente classificabili come populiste. Eppure, fino a pochi giorni fa, ero tra quanti credevano che niente sarebbe bastato a cambiare la rotta del consenso cristallizzato. Nello specifico, pensavo che la preoccupazione per la sicurezza, per quanto diffusa ben oltre ogni fondamento statistico, non sarebbe stata determinante nelle scelte elettorali dei residenti in città. Da un paio di giorni per la prima volta ho qualche dubbio. Non ho certezze, ma dubbi sì. Gli imprenditori politici della paura – questo è certo – hanno il vento in poppa, l’esercito in strada, e molti ragazzini inconsapevoli al fianco. A quelli che investono sulla speranza, la strada si presenta decisamente più impervia e, naturalmente, più necessaria che mai.
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