Mondo
L’ombra e il segno
Maschere trasfigurate dall’odio sul proscenio fallito e sconfitto delle Nazioni Unite. Come cercare e ritrovare in mezzo al male le tracce di un bene possibile
Abbiamo visto in questi giorni maschere livide e trasfigurate dall’odio, uomini di potere e di dominio, con le loro comparse, alternarsi sul proscenio fallito e sconfitto delle Nazioni Unite, durante l’Assemblea generale di New York. Alcuni di loro portano la responsabilità dei conflitti più gravi della storia contemporanea.
Abbandonando per un momento l’analisi degli scenari internazionali e geopolitici interroghiamoci sull’essenza dell’umano. Quale destino ci attende se continueranno a prevalere le pulsioni di morte, la distruttività e l’auto-distruttività? In questa prospettiva lo stesso riscaldamento globale, oltre ai suoi effetti fisici sull’ecosistema, assume anche una dimensione simbolica: immagine del tempo storico che stiamo attraversando.
Siamo un grumo di uomini che il destino ha collocato in questo determinato spazio e tempo dentro un ciclo di generazioni che si susseguono l’una all’altra. Eppure ci comportiamo da immortali: agiamo come se tutto dovesse durare per sempre, scriviamo parole come se qualcuno, un giorno, dovesse leggerle con lo stesso battito con cui le abbiamo scritte.
Ma, al di fuori di qualche letterato, scienziato, artista o leader visionario, nessuno si ricorderà più delle nostre generazioni e di noi fra qualche anno. Col tempo svaniremo nel ricordo e chi verrà dopo non avrà nemmeno contezza della nostra esistenza.
Siamo tutti più o meno consapevoli di questo comune destino. È come una legge generale, un inconscio collettivo che attraversa le differenze culturali, linguistiche, sociali, religiose e nazionali.
Jung parlava di una struttura profonda della psiche condivisa dagli esseri umani nel corso del tempo, indipendentemente dalla loro storia personale. Forse è lì che si radica la possibilità di riconoscerci: non nelle bandiere, nei confini , non nei dogmi, ma nella vulnerabilità condivisa e nella capacità di provare empatia.
Eppure, nonostante questa consapevolezza, bruciamo nell’odio, nella violenza, nelle guerre, nella sopraffazione. Il potere diventa espressione del negativo: il male come sistema di dominio.
Simone Weil vedeva nella forza e nella violenza una logica impersonale e disumanizzante, capace di trasformare gli esseri umani in cose, pedine, oggetti. La sua massima espressione è la guerra, dove il potere decide della vita e della morte dell’altro, della sua nuda esistenza. Così la violenza stritola chi tocca.
La guerra è anche istituzione psicosociale. Franco Fornari la definì un’«elaborazione paranoica del lutto»: un processo attraverso il quale vissuti di perdita, mancanza o svilimento vengono proiettati sull’estraneo, che diventa così il nemico da combattere.
La guerra come un iceberg: la parte visibile rappresenta la giustificazione politica, militare o ideologica del conflitto. La parte invisibile riguarda invece realtà interne e inconse: angosce persecutorie, vissuti di perdita e di colpa, fantasie reciproche di distruzione totale di sé e del mondo.
In questa prospettiva, il conflitto economico o politico è necessario, ma non sufficiente, a produrre una guerra. Ciò che può trasformare un conflitto in guerra è anche la proiezione paranoica di un conflitto interno su un nemico esterno, vissuto come minaccia assoluta.
La guerra diventa , per l’aggressore, non soltanto la creazione della paura del nemico reale, ma la difesa da «terribili realtà fantasmatiche, ciò che Fornari chiamava il «Terrificante». Cosa sarà il Terrificante di Putin?
Si vorrebbe trasformare il lutto in paranoia, la colpa in proiezione, la vulnerabilità in aggressione. Ma è un tentativo destinato a fallire: la guerra non cura le angosce, le moltiplica; non risolve i conflitti, li sposta; non trasforma il nemico, lo crea.
Non dobbiamo arrenderci , anche se il potere si fa dominio, e continuare a pensare come superare questo sistema di relazioni fra Stati, comunità e individui.
Ogni potere, anche il più feroce, si regge su due pilastri: la forza e il consenso. La violenza mira alla sottomissione, ma Gene Sharp ha spiegato che l’autorità non è mai invincibile: dipende costantemente dall’obbedienza, dalla sottomissione e dalla cooperazione di sudditi e cittadini. Quando il consenso viene ritirato e si inclina, il potere vacilla.
A ben vedere e’ l’essenza stessa dell’agire politico oggi: di fronte all’architettura della paura, occorre mettere in discussione le strutture profonde della violenza e indicare un’alternativa concreta.
Il rischio non può essere affrontato soltanto nelle sedi diplomatiche: va contrastato alla radice, spegnendo le micce e le braci dei conflitti prima che diventino guerre regionali o globali, intervenendo sulle cause strutturali che alimentano le tensioni, il dominio geopolitico e la cultura della sopraffazione.
Forse la vera domanda non è come sconfiggere il male, ma come trovare o ritrovare, in mezzo al male, le tracce di un bene possibile: istituzioni , persone, comunita’ che garantiscano il riconoscimento dei diritti fondamentali, culture animate da pratiche quotidiane di ascolto e di cura.
Lo ritroviamo in chi protegge e accoglie oltre le appartenenze, in chi informa anziche spargere odio, in chi difende i diritti e la verita’ contro il potere, in chi rifiuta il linguaggio che deumanizza.
Non si tratta di illudersi che la pace sia l’assenza di conflitto. La pace è la capacità di sistemi sociali e politici intrinsecamente conflittuali di contenerli, evitarne la degenerazione armata e trasformare la violenza in relazione, il dominio in riconoscimento.
È un lavoro lungo, faticoso, in perenne rischio di fallimento ma è l’unico per cui valga la pena, se vogliamo che il nostro passaggio nel tempo non sia soltanto un’ombra, ma il segno di una possibilità dell’umano.
Ho letto con molto interesse questo articolo, che trovo particolarmente riuscito perché non si limita a commentare l’attualità, ma prova a scendere sotto la superficie della guerra e del potere, interrogandosi sulle radici psicologiche, antropologiche e politiche della violenza. Mi ha colpito soprattutto il filo che lega Fornari, Jung, Simone Weil e Gene Sharp: percorsi molto diversi, ma che nell’articolo finiscono per incontrarsi attorno a una stessa domanda, quella della possibilità di sottrarre l’uomo alla logica della sopraffazione.
Mi sono soffermato in particolare su Fornari. La definizione della guerra come “elaborazione paranoica del lutto” non nasce infatti come una semplice metafora: Fornari la elabora nell’ambito della sua ricerca psicoanalitica sulla guerra, a partire anche dallo studio della funzione simbolica e rituale della guerra nelle società primitive. Ne parla già nella relazione Psicoanalisi della guerra presentata nel 1964 al Congresso degli psicoanalisti di lingue romanze, per poi svilupparla nel libro omonimo del 1966. L’idea è che il lutto e le angosce che lo accompagnano possano essere trasformati, attraverso il gruppo, nella proiezione di un pericolo persecutorio esterno: il nemico. È una chiave di lettura molto potente, soprattutto per comprendere il passaggio dalla paura alla costruzione dell’odio. Grazie.