Costume

Abruzzo interno: camminare per leggere un territorio che cambia

Le trasformazioni dei territori interni emergono solo quando li si attraversa con attenzione

21 Gennaio 2026

I territori interni dell’Abruzzo sono spesso evocati attraverso immagini rassicuranti: la montagna che protegge, i paesi che resistono, la natura che sembra immutabile. Ma basta attraversarli a piedi per accorgersi che questa immagine non basta più. La realtà è più sfumata, più fragile, più inquieta. E soprattutto, è in movimento.

Il cambiamento qui non arriva con annunci o scosse improvvise. Avanza in silenzio. Si manifesta nei dettagli: un’attività che chiude senza clamore, un edificio che perde la sua funzione, un campo che non viene più lavorato. Sono segnali minimi, quasi impercettibili, che però raccontano una trasformazione profonda. E chi cammina li vede, perché il passo lento non permette di ignorarli.

Allo stesso tempo, questi territori non sono affatto immobili. Accanto alle fragilità convivono forme di vitalità che non finiscono nelle statistiche: iniziative locali, piccoli esperimenti sociali, tentativi di mantenere vivo ciò che rischia di scomparire. Non sono gesti eroici, ma quotidiani. E proprio per questo dicono molto del carattere di queste comunità.

Il turismo lento, che negli ultimi anni ha riportato attenzione su queste zone, è un’opportunità ma anche un rischio. Può sostenere economie deboli, ma può anche trasformare i territori in scenografie da consumare rapidamente. L’Abruzzo interno non è un luogo da attraversare per accumulare esperienze: è un ecosistema complesso, fatto di relazioni, memorie, equilibri delicati.

Osservare ciò che sta accadendo significa riconoscere che non si tratta solo di dinamiche locali. Le trasformazioni dei territori interni interrogano il modo in cui oggi viviamo i luoghi: cosa significa restare, cosa significa partire, cosa significa tornare. Interrogano il valore che attribuiamo alla lentezza, alla prossimità, alla cura.

Il cammino non offre risposte, ma permette di formulare domande più oneste. Mostra ciò che spesso non vogliamo vedere: spazi che si svuotano, economie che si assottigliano, comunità che si riorganizzano come possono. E mostra anche la possibilità di un rapporto diverso con il territorio, meno distratto, più responsabile.

La questione, allora, non è solo come raccontare l’Abruzzo interno. La questione è se siamo disposti a guardarlo davvero, senza filtri e senza scorciatoie. Perché ciò che accade qui non riguarda solo chi ci vive: riguarda l’idea stessa di cosa significhi, oggi, costruire e mantenere una comunità in un Paese che cambia.

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