Relazioni
Amarga Navidad, Almodovar ci ricorda che nascondere la tristezza non ci farà felici
Non è facile tenere insieme tanti pensieri ed argomenti suscitati in me da Amarga Navidad, film di Almodovar, autore che amo in tutta la sua produzione cinematografica.
Tanto più per un film costruito come una scatola cinese o una matrioska, che a sua volta mi ha fatto collegare “a scatola cinese” appunto, esperienze di questi giorni e riflessioni sul nostro vivere.
Gli amici
Sorpresa, grande sorpresa: “meglio che non venga, penso sia un film triste, e non ho proprio voglia di altra tristezza”
Forse è la parola Amarga (amaro) che li ha scoraggiati, magari hanno ragione loro, ma io non vado al cinema per non incontrare qualche emozione, basta già Netflix dove sei certo che ti puoi rifugiare in tutto ciò che conosci già e che ti viene servito come nei menu di ristoranti che ti cerchi a seconda del tuo stato d’animo.
Magari è stata l’associazione “amaro natale” a scoraggiare, ora che finalmente sembra che la stagione ci indirizzi al sole, al mare, ai monti, ma certo non al Natale.
E poi, il film
Una riflessione sulla fragilità della vita e della personalità di un grande autore, che ripensa i suoi principali temi: il rapporto con la madre, il desiderio maschile e femminile, la presenza e la perdita dei figli, le possibilità che ogni vita porta con sé e la brevità della vita stessa. Forse anche la scelta di accorciarla la vita. E naturalmente il grande racconto che ognuno di noi fa della propria esistenza
Tutte le situazioni dove ognuno di noi può fingere di essere altro da ciò che sappiamo/non sappiamo di essere.
Come è possibile quindi che un film come questo possa essere trascurato perché potrebbe essere triste?
Questo movimento corrisponde proprio a quell’altro, fingere di non essere tristi e non risolvere mai quindi questa tristezza, non capovolgere mai questo dolore di cui non vogliamo essere portatori.
In psicoanalisi la fragilità costituisce forse il bene più prezioso al quale una personalità “quasi sana” può ambire.
La nostra personalità infatti è un caleidoscopio di identificazioni, imitazioni, che ci va bene quando sono integrate da una coscienza di sé sufficientemente forte da farci capire che non tutto ciò che recitiamo sia vero.
In questo film poi possiamo ritrovare la falsità del sintomo, quando i mal di testa di Elsa rivelano che il suo dolore fisico è una rappresentazione somatica della sua angoscia, un modo per non pensare, o un ingolfamento del pensiero che crea solo dolore, tristezza non pensata (quella dei miei amichetti).
Elsa si rivolge ai farmaci per sfuggire al male ma poi man mano i farmaci scompaiono e si affaccia nella sua vita la parola, l’ascolto di chi è più fragile e della sua stessa debolezza. Potrei dire utilizzando il titolo di un altro film di Almodovar “parla con lei”, cioè torna a dare senso alla parola, alla comunicazione, la forza vitale del contatto e dell’interesse per gli altri e per la propria umanità.
Per fortuna non mi sono ancora deciso a cambiare amichetti, tutto sommato anche la loro presenza nella mia vita mi ha insegnato che posso a volte essere meno impegnato e anche a riderci su, anche loro fanno parte del bagaglio e della compagnia di cui non vale la pena disfarsi per sentirsi cosi sensati e coerenti.
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