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L’illusione del merito: come la scuola italiana sta cristallizzando le disuguaglianze di partenza

La scuola italiana, nata nella visione costituzionale come il principale motore di mobilità sociale e di emancipazione collettiva, rischia di trasformarsi in un sofisticato meccanismo di riproduzione delle oligarchie economiche e culturali

21 Maggio 2026

Complice un sottile slittamento semantico, negli ultimi anni, si sono ridisegnati i confini del dibattito pubblico sull’istruzione della scuola italiana. È l’introduzione, formale e politica, della parola merito all’interno della denominazione stessa del ministero di viale Trastevere. Un termine che, a una prima lettura superficiale, evoca concetti nobili, democratici e apparentemente indiscutibili: il riconoscimento dell’impegno individuale, il riscatto sociale attraverso lo studio, l’idea che chiunque, indipendentemente dalla propria estrazione, possa farcela se possiede talento e dedizione.

Eppure, analizzando la struttura profonda del sistema scolastico italiano e incrociando i dati sociologici con i risultati pedagogici sul campo, il “merito” si rivela spesso per ciò che è realmente nell’attuale assetto sociale: un dispositivo ideologico che legittima le disuguaglianze di partenza anziché abbatterle. La scuola italiana, nata nella visione costituzionale come il principale motore di mobilità sociale e di emancipazione collettiva, rischia di trasformarsi in un sofisticato meccanismo di riproduzione delle oligarchie economiche e culturali, dove il successo formativo viene spacciato per virtù personale quando è, in larghissima parte, un’eredità familiare.

Il vicolo cieco del merito senza uguaglianza di punti di partenza

Per comprendere la distorsione del concetto di meritocrazia applicato alla scuola contemporanea, è necessario tornare alla sociologia dell’educazione e, in particolare, alle riflessioni di Don Lorenzo Milani, che già decenni fa denunciava come non ci fosse nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali. Valutare con lo stesso metro studenti che provengono da contesti familiari, economici e culturali radicalmente divergenti significa commettere un errore metodologico e strutturale.

Il merito può essere un criterio equo esclusivamente se tutti i concorrenti partono dalla medesima linea di partenza. Ma la realtà italiana racconta una storia diversa. Un ragazzo che cresce in una casa ricca di libri, con genitori laureati in grado di supportarlo nello studio o di pagargli ripetizioni private, e che vive in un centro urbano dotato di servizi, biblioteche e stimoli culturali, non ha lo stesso punto di partenza di un coetaneo che cresce in un quartiere degradato o in un’area interna isolata, in una famiglia con un basso livello di scolarizzazione e in condizioni di precarietà economica.

Quando la scuola premia il primo e penalizza il secondo in nome del “merito”, non sta valutando l’impegno o il talento intrinseco. Sta semplicemente misurando e certificando il capitale culturale ed economico cumulato dalle rispettive famiglie. La meritocrazia, in questo modo, si trasforma in una forma di darwinismo sociale ed educativo che colpevolizza chi rimane indietro, convincendolo che il proprio fallimento sia dovuto a una mancanza di capacità o di volontà, e non a un deficit di opportunità strutturali.

I dati INVALSI come mappa delle fratture socio-economiche

Se le considerazioni teoriche possono apparire astratte, a renderle concrete pensano i rapporti periodici dell’INVALSI, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione. Le rilevazioni standardizzate offrono da anni una fotografia nitida e impietosa delle disuguaglianze di partenza. Le competenze in italiano, matematica e inglese degli studenti italiani non seguono una distribuzione casuale basata sul talento individuale, ma ricalcano fedelmente due variabili macroscopiche: l’indice socio-economico-culturale delle famiglie (l’indicatore ESCS) e l’origine geografica.

Il divario tra il Nord e il Sud del Paese, visibile già alla scuola primaria, si amplia progressivamente fino a diventare una frattura quasi insanabile al termine del ciclo secondario di secondo grado. Nelle regioni meridionali, le percentuali di studenti che non raggiungono i livelli minimi di competenza sono sistematicamente più elevate rispetto a quelle del Settentrione. Ma il dato ancora più politico è che, persino all’interno della stessa macro-area geografica o della stessa città, le scuole situate nelle periferie vulnerabili mostrano risultati nettamente inferiori rispetto ai licei storici dei centri urbani.

I test standardizzati, pur con tutti i loro limiti metodologici, hanno il merito involontario di dimostrare che la scuola non riesce a compensare gli svantaggi di partenza. Se le competenze dipendono dal codice postale della scuola e dal titolo di studio dei genitori, l’idea stessa di una scuola meritocratica crolla. L’istituzione scolastica smette di essere un “livellatore” sociale e si limita a registrare e istituzionalizzare le distanze esistenti prima dell’ingresso in aula.

La segregazione formativa e la scelta dei percorsi

La cristallizzazione delle disuguaglianze si manifesta in modo plastico nel momento della transizione dalla scuola media alla scuola superiore. La scelta del percorso di studi, tra licei, istituti tecnici e istituti professionali, è fortemente influenzata dal background familiare. I dati statistici del Ministero dell’Istruzione mostrano una netta segregazione formativa: i figli dei laureati e delle classi sociali medio-alte si concentrano massicciamente nei licei (in particolare il classico e lo scientifico tradizionale), mentre i figli di operai, disoccupati o genitori con la sola licenza media si indirizzano prevalentemente verso gli istituti professionali e i percorsi di formazione professionale regionale.

Questa divisione precoce dei percorsi, che spesso avviene a soli quattordici anni, condiziona l’intero futuro esistenziale e lavorativo dei ragazzi. Sebbene formalmente ogni diploma consenta l’accesso all’università, le percentuali di studenti provenienti dagli istituti professionali che proseguono gli studi accademici sono marginali. La scuola superiore italiana continua a funzionare come un binario separato: un percorso prepara la futura classe dirigente e professionale, l’altro prepara la forza lavoro esecutiva. Quando la retorica ministeriale esalta il merito all’interno di un sistema così rigidamente stratificato, dimentica che l’orientamento scolastico è ancora un processo ampiamente guidato dal censo e dall’eredità culturale, più che dalle reali inclinazioni o dalle potenzialità dei singoli studenti.

Il dramma silenzioso della dispersione scolastica e della povertà educativa

Il fallimento più evidente della scuola intesa come spazio di emancipazione è rappresentato dai tassi di dispersione scolastica, sia esplicita (l’abbandono precoce degli studi) sia implicita (gli studenti che terminano il percorso ma senza aver acquisito le competenze minime necessarie). L’Italia si colloca costantemente tra i Paesi europei con le percentuali più alte di abbandono scolastico prematuro, ben al di sopra degli obiettivi strategici fissati a livello comunitario.

L’abbandono della scuola non è un atto di ribellione individuale o l’esito di una svogliatezza personale; è quasi sempre l’effetto terminale della povertà educativa e dell’esclusione sociale. Chi abbandona la scuola appartiene quasi interamente alle fasce più deboli della popolazione. In un sistema che taglia le risorse per il tempo pieno, che riduce i laboratori, che non investe sul supporto psicologico e sull’orientamento personalizzato, i ragazzi più fragili si sentono estranei a un’istituzione che parla una lingua che non è la loro e che richiede prerequisiti culturali che nessuno ha fornito loro.

La retorica del merito agisce qui come una forma di assoluzione per lo Stato. Se il successo dipende dal merito del singolo, allora il fallimento scolastico è una colpa individuale. Lo Stato si sente sollevato dall’obbligo costituzionale di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, scaricando l’intera responsabilità sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie.

Ripensare la scuola oltre la retorica neoliberista

Per uscire da questa deriva, è urgente liberare l’istituzione scolastica dalla retorica neoliberista del merito competitiva e performativa, recuperando la sua missione originaria di organo costituzionale della democrazia. Una scuola autenticamente democratica non è quella che seleziona i “migliori” partendo da basi disuguali per inserirli in una competizione di mercato, ma quella che si prende cura degli ultimi, che offre più risorse a chi ha meno, che trasforma il talento potenziale in capacità reale.

Questo richiede investimenti strutturali e scelte politiche coraggiose: estendere il tempo pieno in tutta Italia, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno e nelle periferie; ridurre il numero di alunni per classe per consentire una didattica davvero personalizzata; riformare i meccanismi di orientamento per sottrarli all’influenza del censo familiare; valorizzare il corpo docente non attraverso logiche di premialità aziendale, ma garantendo stipendi dignitosi, formazione continua e stabilità contrattuale.

Finché la scuola italiana si limiterà a premiare chi è già provvisto di strumenti culturali e a certificare le carenze di chi ne è privo, la parola “merito” rimarrà un paravento ideologico utile solo a giustificare la disuguaglianza. La vera eccellenza di un sistema scolastico non si misura da quanti studenti eccellenti riesce a produrre tra le classi già privilegiate, ma da quanti ragazzi riesce a strappare all’emarginazione, restituendo loro la parola, la dignità e la capacità di essere cittadini sovrani del proprio futuro.

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