Cellule cristiane: il Vangelo sovversivo di Enzo Bianchi e i monaci di Casa della Madia

Religione

Cellule cristiane: il Vangelo sovversivo di Enzo Bianchi e i monaci di Casa della Madia

Darsi pace a Casa della Madia, piccola comunità di monaci voluta da Enzo Bianchi nel 2023; una giornata trascorsa assieme agli ospiti della casa, l’incontro e la chiacchierata con Enzo Bianchi, monaco cenobita, saldo alle radici del cristianesimo.

14 Maggio 2026

Porteranno ancora frutto nella vecchiaia; saranno pieni di vigore e verdeggianti (Salmi 92:14)

Una o due volte all’anno vado a trovare i monaci di Casa della Madia; è un viaggio che attraversa la pianura padana da Imola a Milano, poi devia verso i monti di nord ovest, le Alpi Pennine e Graie, in un cambio d’orizzonte che è già apertura, nuovo sguardo.

È un darsi pace, un ritrovarsi in un luogo dove spiritualità e convivio, teologia e cura dell’orto sono mosse dalla stessa umiltà, in un silenzio fine, mai austero; in una grazia che aleggia su quella terra dove la Madia si staglia tra distese di verde e il brullo dei campi, isola giallo cangiante estranea ai rumori del traffico, anche quello dentro.

Casa della Madia viene inaugurata nel settembre 2023 ad Albiano d’Ivrea; la struttura era in precedenza un cascinale chiamato Camadio, che significa casa dove si fa e si conserva il pane. Dopo due anni di esilio da Bose, Enzo Bianchiex priore di quella comunità – e alcuni monaci confratelli, hanno deciso di ricominciare ad Albiano una nuova vita monastica, sempre nella regola di Bose, nella fratellanza, l’accoglienza, in ascolto del Vangelo.

Bianchi è monaco cenobita, è da sempre per l’incontro con l’altro e per la condivisione; ha compiuto a marzo scorso 83 anni e oggi vive alla Madia, come fa da decenni, nel celibato e nella preghiera, senza rinunciare allo scambio con gli altri, alla scrittura e alla vita culturale del suo paese. 

 

Dalla mia prima visita nel 2023 ad oggi che ritorno nel fiore della primavera, tutto mi sembra cresciuto e radicato; Casa della Madia ha assorbito dalle stagioni della terra e dai tanti visitatori una densità di vita e di spirito che la rendono sempre più autentico luogo di ritrovo. Arrivando, vedo tanta gente lungo il sentiero d’ingresso e sul prato attorno. Persone anziane, famiglie ma anche giovani, con Antonella, una delle due monache della comunità, che accoglie i partecipanti all’incontro del giorno. È il sabato in cui la Madia ospita lo psicoterapeuta e scrittore Vittorio Lingiardi, in un ampio calendario di appuntamenti.

In attesa dello psicanalista autore del recente saggio Farsi male (Einaudi, 2025), passeggio nella pace delle fioriture intorno, tra un vitigno di Moscato ornato di preghiere buddiste, un tiglio in fremito davanti all’ingresso, l’orto vaporoso che va infittendosi di ortaggi di stagione; più distanti, alberi dal fusto ancora giovane ma promettenti frutti, sono peschi, ciliegi, cachi, prugni e anche fichi. E poi vedo una carciofaia che costeggia la serra con piante di peperoni, pomodori e melanzane pronte al risveglio. Presto – mi racconta fr Claudio – ci sarà anche un apiario seguito da fr Giovanni, che già custodiva le api a Bose.

In questo luogo immerso in una quiete soffusa, seguito a distanza dalla mole della Serra d’Ivrea, rinasce forza alle mie idee eterodosse sulla fede cristiana. In quest’aria di libertà in comunione – dove la partecipazione alle preghiere, ai salmi cantati nei momenti di raccoglimento, è una scelta dell’ospite – respiro il sacro nella sua essenza ed essenzialità e davanti alla croce non provo il timore dell’apatia. Si può partecipare alla messa cantando con i monaci seguendo le parole dal libro dei salmi o solo assistere alla preghiera, o anche restare in silenzio nel parco che circonda la casa – come ho visto fare a un giovane di schiena a un albero. C’è chi, durante le preghiere, resta nella pace della propria stanza, che i monaci chiamano cella per ricondurre quello spazio al latino celare, a un temporaneo appartarsi per  indagare il vero sé che in ognuno si cela. Allineate su due assi perpendicolari al secondo piano della casa, le stanze degli ospiti sono spazi sobri e curati, ognuna con gerani rossi al davanzale; niente al loro interno fa rumore o richiama l’attenzione, niente si impone; una croce in ceramica lavorata a mano (alla Madia sta nascendo un laboratorio di ceramica seguito da fr Maurizio) è l’unico simbolo appeso nella mia stanza, rischiarata da un fondo che riflette il bianco degli intonaci. Fuori, sul ballatoio, si presenta questo scenario, nell’affaccio che guarda verso il piccolo centro di Albiano e i monti alle sue spalle.

Tra questi luoghi, riscatto le cupe immagini di un’adolescenza cattolica piegata al credo di famiglia, vagheggio una ritrovata cristianità sciolta dal dogma e dall’imposizione, libera dall’artificio e dall’apparenza; senza colpe, con occhi di umana compassione. Una cristianità che riconsidero da alcuni anni possibile, attraverso letture, confronti, a partire dai primi ascolti della voce di Enzo Bianchi nel 2009 al festival della filosofia di Modena. In quell’occasione il monaco dava una lezione magistrale sulla parola comunità. Da quel momento ho continuato ad ascoltarlo, a trovare nella sua voce l’impeto e il coraggio di una cristianità sovversiva, radicale, tanto più forte perché minoritaria, spesso custodita nelle sue stesse cellule, le piccole celle dei monaci, che alla Madia si aprono anche agli ospiti.

Oggi il giovane studente di Castel Boglione che immaginò la comunità di Bose nel 1968, è priore di Casa della Madia e, ormai vecchio, possiede ancora la forza spirituale e di parola di sempre, quell’attitudine dello spirito che lui chiama parresia: la franchezza del dire, il coraggio della verità contro ogni convenzione. Sono qui anche per incontrare lui e ringraziarlo di quello che in questi anni ha rappresentato per molti scettici come me. Una voce inconfondibile, dal timbro fermo e pure vibrante, di un’autorevolezza ammorbidita da umana pietà e da pensosi silenzi; una fonte di ascolto per un possibile nuovo cristianesimo, come lo chiama lui, evangelico, minoritario e per questo “sale della terra”. Bianchi usa espressioni come “minoranza profetica”, “gioia sovversiva” in un bell’articolo dedicato al saggio di Armando Matteo sull’irrilevanza cristiana. Anche la sua scrittura è stata motivo di avvicinamento, perché è scrittura poetica e profetica, tagliente e allo stesso tempo capace di consolare col vigore che hanno solo i maestri.

Riprendo qui a dialogare con quella sempre più esigua comunità cristiana che alla Madia mi parla dell’uomo attraverso la figura di Gesù, senza altre mediazioni, come si tornasse alle origini della cristianità, all’uomo che ne incarnò la storia. Qui dimentico quel cattolicesimo assegnato come dato anagrafico e culturale, la meccanica della messa inflitta da bambino, l’istituto Chiesa e l’istituzionalizzazione storica e presente delle varie fedi nel mondo. Grazie alle parole di Enzo Bianchi e dei suoi monaci a casa della Madia, la figura del Cristo e il Vangelo qui assumono una dimensione umana, concreta nella fratellanza, nell’accoglienza, a demistificare parole come pace, comunione, spesso retoriche d’occasione qui tradotte in gesti.

Alla Madia si possono incontrare laici pensatori, poeti, scrittori, musicisti, assieme a tante persone smarrite e accolte; preti, suore in ritiro spirituale, monaci di altre confessioni, persone tutte differenti che si uniscono ai fratelli della Madia: Goffredo, Laura, Antonella, Maurizio, Claudio, Giovanni. Persone che si tengono strette davanti all’avanzare di una civiltà della macchina e negli squilibri mondiali tali da rievocare l’Apocalisse. Qui avvengono periodici incontri aperti a tutti, con artisti, teologi e pensatori, nell’intento di fondere arte e spiritualità, la prima scandaglio di coscienza e di occulta bellezza.

In questo luogo di confronto e di conforto, sono passati musicisti come Vinicio Capossela, Arvo Pärt, filosofi tra cui Massimo Cacciari, attori e drammaturghi come Moni Ovadia; i prossimi incontri sono col teologo Armando Matteo, lo studioso Giulio Busi, la poetessa Patrizia Valduga,e lo scienziato politico Alessandro Aresu. Questi, tutti loro, sono amici e sostenitori della Madia.

Dopo l’incontro con Vittorio Lingiardi, il pranzo tutti assieme ha riconfermato la cura estrema e l’equilibrio di una tavola che celebra il cibo senza esaltarsi, con riconoscenza e rispetto. Fr Claudio ed Enzo Bianchi hanno cucinato assieme per un pranzo impreziosito di esperienza e cura estrema: ha spiccato uno stufato di carne in sugo di funghi memorabile. Il cibo condiviso è parte della regola della comunità, rappresenta il momento del convivio e del piacere, considerando l’abilità e la passione per la cucina vissuta come parte integrante della vita alla Madia.

Nel pomeriggio si è parlato, camminato e chi ha voluto ha pregato, ovunque gli andasse; ho conosciuto nelle ore varie persone, vite che si raccontano, da una novizia che trascorrerà un lungo periodo alla Madia, a un giovane studente di filosofia in cerca di domande, poi un’infermiera di Torino, e infine uno storico reporter con una vita da avventuriero planetario. Si chiama Giorgio Fornoni, ha accompagnato per alcuni anni il lavoro di Milena Gabanelli, che nel ’99 gli ha dedicato una puntata di Report.

Prima di ripartire avvicino Enzo Bianchi seduto all’ombra di un ippocastano davanti alle stanze dei monaci; il suo cane Melek (il nome significa Angelo in aramaico) è un pastore focato esuberante che mi fa festa e solo Bianchi può riuscire a calmarlo. E’ trascorso poco tempo dall’ultimo ricovero dove una grave emorragia interna ha messo in bilico la vita di questo monaco coriaceo; l’uomo oggi è più affaticato ma lo spirito è vigile, mi riconosce e sorride. Cominciamo a parlare, il sole gli ferisce gli occhi chiari che gioiscono quando gli porgo due sacchetti di aglio di Voghiera che ho portato per la sua cucina. “Mi sono ricordato della sua passione Enzo…”

Come sta innanzitutto dopo l’ultimo ricovero di cui abbiamo letto?

Invecchio, quindi certi giorni mi sento abbastanza bene in altri va improvvisamente peggio, dormo sempre poco purtroppo… l’ultimo episodio del gennaio scorso è stato grave, una forte emorragia interna dovuta a farmaci al cortisone per alleviare dolori articolari che mi stavano tormentando la notte da molti mesi. Ho rischiato la vita secondo i medici… mi hanno messo di fronte all’eventualità della morte, ma poi è andata bene anche questa volta, siamo qui a parlare… Ma l’insonnia mi tormenta da sempre, e anche stanotte ho potuto riposare solo poche ore. Soffro d’insonnia fin da giovanissimo, non c’è mai stato niente da fare.

Ho letto il suo articolo recente sul libro di Armando Matteo “La fortuna di essere irrilevanti”. Mi colpisce sempre molto la sua scrittura, libera, poetica, ha scritto un articolo che ha immagini potenti, come “felicità sovversiva”, “minoranza profetica”. Una considerazione in più su queste espressioni?

Sì, dobbiamo riprendere quella teologia presente già nella Bibbia: i credenti visti come una realtà di piccolo gregge, di piccole comunità, sovente in diaspora… Andiamo verso una chiesa fatta così, è una chiesa che non avrà del potere, nemmeno potrà vantarsi di una concordia con i poteri politici, e per questo avrà sapore; sarà sale che da sapore a tutto, sarà lievito che fa fermentare la pasta, ce l’ha assicurato Gesù il quale ci ha detto “Non temere piccolo gregge”. Quindi non dobbiamo avere paura di essere una piccola realtà irrilevante secondo i criteri mondani: l’i importante è che restiamo significativi, questa è la sfida, non il numero, non che si debba mostrare la forza o la potenza, ma è tutta la teologia del nuovo testamento a dire là dove c’è debolezza, là si rivela la potenza di Dio più che mai, e la storia della chiesa lo dimostra; là dove c’è stata la debolezza di un piccolo numero di comunità, la debolezza di uomini e donne sante, là si è dimostrata di più l’azione di Dio e il suo messaggio ha avuto una forza e un impatto che una chiesa potente normalmente invece non possiede.

Casa della Madia invita a diversi incontri pubblici, anche con poeti. L’arrivo di una poetessa come Patrizia Valduga mi fa riflettere sulla prossimità tra poesia laica, anche provocatoria, e spiritualità cristiana. Come la vede?

Certo, è possibile questo incontro tra cristianesimo e la poesia di Valduga, l’abbiamo chiamata per questo Patrizia, la conosco bene, sono amico da tempo… la sua poesia aiuta molto a comprendere i drammi che noi viviamo oggi, le ho addirittura proposto di fare una traduzione delle lamentazioni di Geremia… perché lei riesce nei suoi versi a cantare il lutto come pochi poeti attualmente sanno fare, e gridare certo oltre, verso una realtà che magari per molti è muta, ma che resta una realtà a cui tanti si rivolgono, qualunque nome le si voglia dare, nel dolore e in questa follia del mondo attuale che vuole la guerra, l’odio, la barbarie… Alla Madia abbiamo sempre creduto nell’incontro con l’arte e soprattutto con architettura, pittura, musica… da qui sono passati artisti come Arbo Pärt un musicista contemporaneo, altri come Vinicio Capossela, Moni Ovadia… l’arte è la maniera migliore per accostarsi alla vita spirituale, alle profondità degli uomini, a ciò che l’uomo è veramente per vocazione e in animo.

Ha parlato di “cristianità rivoluzionaria”, che mi fa tornare in mente Ernst Jünger col suo Trattato del ribelle del 1951. Nella visione di Jünger è possibile un mondo di sacralità laica ispirata alla figura del Cristo. Lei cosa ne pensa?

Conosco quel testo, Jünger l’ho letto e mi sono ispirato al suo trattato tante volte. Dà voce al profondo desiderio che mi abita, che il cristianesimo sia quale è la sua vocazione: libertà, libertà, libertà!… San Paolo ha voluto il Cristo come simbolo di libertà. Cristo ci ha chiamati alla libertà che è quindi la proclamazione della libertà da tutto, una vera libertà e io credo che dobbiamo sempre ricordarci che lo spazio cristiano è uno spazio rivoluzionario per eccellenza, perché sa anche ribellarsi ad ogni forma che può arrivare a schiacciare l’uomo o che può imprigionarlo, quindi io spero sempre che il cristianesimo ricordi questa sua forma che tende alla rivolta, che tende anche ad essere fatta da outsider, da cristiani diversi, da un’altra visione. D’altronde abbiamo avuto un pontificato, quello di Papa Francesco, che è stato veramente un richiamo a che il cristianesimo sia eversivo, come lo fu il messaggio di Cristo e dei profeti che l’hanno preceduto.

Una domanda – inevitabilmente – anche sul caso Trump, le sue recenti esibizioni e l’uso mediatico e politico della fede cristiana anche attraverso le IA. Abbiamo visto un presidente americano che si investe di un significato divinatorio, messianico… Cosa ne pensa?

Non è la prima volta, siamo soggetti sovente a erigere persone come “unti del Signore” nelle nostre società che si vogliono democratiche. A erigere un capo, l’uomo illuminato, colui che ha una missione particolare, il predestinato… Di conseguenza abbiamo certamente oggi Trump che personifica questo tipo di “eletto”, ma come dicevo prima, abbiamo avuto tanti altri, tanti che vogliono prendere il posto di Dio, esser divinizzati e usano allora la religione semplicemente per i loro fini di potere e di politica; questo fa sì che contro questa idolatria per fortuna ci sia stato questa volta il giudizio netto, chiaro, finalmente un giudizio della storia, di Papa Leone il quale è uscito dal linguaggio diplomatico per dire con chiarezza che il  cristiano in queste situazioni sa dire no alle forme di idolatria, perché per lui il Signore unico è il Dio vivente.

Una domanda sull’intelligenza artificiale, le nuove tecnologie. Sa che oggi l’IA inventa preghiere, crea chat ad esempio con Padre Pio? Che effetto le fanno questa spiritualità digitale e certi siti che propongono di chattare con i santi?

(Sorride). Io penso che questo tipo di spiritualità non abbia nessuna possibilità di fortuna per imporsi… è una follia ed è una di quelle follie che ogni tanto appaiono ai nostri orizzonti. Allo stesso tempo credo però che l’uomo ancora una volta debba chiedersi che uso se ne può fare di questo tipo di intelligenze artificiali; ne può fare un uso veramente demoniaco e ne può fare un uso a servizio di quello che è la sua vita sociale e umana, e io sono convinto che col tempo l’uomo sarà ancora capace di utilizzare le intelligenze artificiali a servizio dell’umanizzazione e non della barbarie e della morte. Io non demonizzo le nuove realtà che appaiono, dico sempre che va richiamata la responsabilità, la scelta, l’opera del discernimento, perché l’uomo è libero di scegliere tra una via che porti alla vita e alla pienezza di vita e un cammino che invece porti alla morte.

Parliamo di pacifismo – penso a una sua intervista dove ha commentato i movimenti pacifisti di oggi. Crede ancora nei movimenti per la pace?

Il problema è che il pacifismo deve fondarsi innanzitutto sull’educazione ed è un lavoro a lungo termine e costante, che non  può essere quello che si manifesta solo ogni tanto, perché l’abbiamo visto, soprattutto in questi ultimi decenni… ogni tanto una manifestazione crea una gran speranza che sembra poter far regnare la pace definitivamente, ma in realtà le radici dell’odio sono profonde nell’uomo, le radici della venerazione della guerra e del male sono molto profonde. Noi siamo sedotti dalla guerra, quindi occorre una grande lotta continua contro queste forme di seduzione. Ci vuole un’educazione alla pace, che va fatta a partire dai bambini: una pace che avvenga nella parola, nell’atto verbale innanzitutto, nel parlare e parlarsi, pace negli atteggiamenti, nei rapporti sociali, pace delle famiglie e delle comunità, così da arrivare fino alla pace dei popoli, altrimenti è tutto inutile…

Adesso un argomento più lieto, la cucina. Mi ha colpito leggere che nel 2014 ha ricevuto a Forlimpopoli il Premio Artusi… Sono anni quindi che coltiva questa passione, me ne parla?

Sì è vero, ricordo bene quel premio. Ho poi ricevuto due anni dopo anche la laurea honoris causa dall’Università di Scienze Gastronomiche  di Pollenzo… Sono premi non certo perché sono uno chef stellato o uno di quelli che è atteso con clamore in quelle trasmissioni televisive che per me sono la pornografia della cucina. Semplicemente io credo di fare di tutto per diffondere una cultura in cui le nuove generazioni sappiano ciò che mangiano, abbiano un rapporto di rispetto con la terra, sappiano soprattutto che la terra è madre, va rispettata, va custodita. Le dobbiamo gratitudine per i doni che ci fa, e questi doni che sono i frutti della terra vanno trattati bene e quando sono assunti alla tavola vanno condivisi, vanno mangiati con rispetto e con molta gioia: questa è per me l’arte del gusto, l’arte del mangiare e del condividere. Questo è veramente ciò che mi interessa far capire quando parlo di cucina o quando insegno a cucinare, perché qui alla Madia facciamo anche corsi di cucina.

Oggi però il cibo è diventato un’ossessione a tutti i livelli, non crede?

È così ed è una vergogna, perché in realtà poi è un cibo che semplicemente viene mangiato attraverso le immagini, è quello che chiamo appunto una pornografia del cibo. Tanti guardano programmi sui cibi di continuo, o mettono foto di piatti e dolci sui social, ma poi non fanno cucina, e non mangiano veramente gustando la cucina per quello che è, cultura dei popoli, cultura della gente.

E lei come hai iniziato a cucinare?

A casa mia da piccolo, ho iniziato con mia nonna che era una cuoca francese e quindi in casa c’era una grande attenzione al cibo, che poi nel Monferrato da dove arrivo, la buona cucina è un elemento culturale. Poi la vita mi ha portato sovente a cucinare perché la mia condizione di solitario e di celibe mi ha indotto a fare cucina per me, per i fratelli, per gli altri. In questi ultimi anni quasi tutti i giorni sono in cucina… Ho cucinato anche per il nostro pranzo di oggi.

L’anno scorso ho incontrato un cuoco eccezionale, che vive in Romagna: si chiama Ivan Fantini. Artisti e poeti lo definiscono “cuoco anarchico dimissionario”. Oggi vive di baratto, raccolte di scarti alimentari e del suo orto. Cucina quello che trova intorno a casa e nei paesi limitrofi, lo condivide con tutti e lo baratta in cambio di beni di consumo. Lo conosce?

Sì certo, ne ho sentito parlare, e per quanto ho avuto modo di leggere e sentire ho molta stima di lui.

“Bene, glielo riferirò. Arrivederci caro Enzo, grazie delle parole e anche dei preziosi silenzi. La prossima volta porterò un germoglio d’aglio da seminare nell’orto della Madia”.

 

 

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